GOVERNO GENTILONI/ Un “Renzi bis” a scadenza anticipata

- int. Antonio Polito

Il governo Gentiloni ha giurato nelle mani del capo dello Stato e oggi si presenterà alla Camera per la fiducia. 12 (su 18) i ministri confermati rispetto al governo Renzi. ANTONIO POLITO

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Sergio Mattarella stringe la mano a Paolo Gentiloni (LaPresse)

Il governo Gentiloni ha giurato ieri nelle mani del capo dello Stato e oggi si presenterà alla Camera per la fiducia. 12 (su 18) i ministri confermati rispetto al governo Renzi. Entrano Anna Finocchiaro ai Rapporti con il Parlamento, Marco Minniti agli Interni, Valeria Fedeli all’Istruzione. Lotti va allo Sport, Alfano agli Esteri, De Vincenti al Mezzogiorno. Maria Elena Boschi diventa sottosegretario alla presidenza del Consiglio, il posto che era di Luca Lotti. Nella mattinata di ieri Matteo Renzi, in direzione Pd, è sembrato metter fine anticipatamente al governo, parlando di “elezioni imminenti”. Il commento di Antonio Polito, editorialista e vicedirettore del Corriere della Sera.

Polito, da un lato la fine della crisi. Dall’altro le elezioni, definite ieri mattina da Renzi “imminenti”. In mezzo cosa mettiamo?

Il povero Gentiloni e il suo governo. Un governo che nasce stretto tra l’essere la prosecuzione del passato e un futuro quasi inesistente. E’ troppo simile al governo Renzi senza avere il fiato politico di quello, perché lo stesso Renzi gli mette un paletto temporale e di contenuto ben preciso.

Gentiloni ha messo insieme una squadra di governo fatta quasi interamente di riconferme.

Sì. Chi auspicava un cambio di passo, fatto di obiettivi più ambiziosi, si aspettava una squadra rimaneggiata. Invece Gentiloni ha confermato la struttura e gli assetti di potere del governo Renzi. Insomma è lo stesso governo ma senza Renzi; però…

Però?

Il fatto di essere senza Renzi gli dà la scadenza. Gli dà una vita breve, che si ferma alle elezioni anticipate, come oggi Renzi stesso ha detto alla direzione del Pd. L’unica variante di questo schema sarebbe che Renzi non fosse più il capo del Pd. In questo caso le prospettive cambierebbero, ma per saperlo dobbiamo aspettare marzo, con il congresso e le primarie.

Chi parla di elezioni imminenti o ha una nuova legge elettorale da proporre e i numeri per imporla, oppure confida che si andrà verso una legge simile a quella che uscirà dalla sentenza della Corte costituzionale il 24 gennaio.

Non credo che Renzi abbia una legge pronta, visto che la legge “Made in Italy” che tutta Europa doveva invidiarci l’ha bruciata nello spazio di un mattino. Dopo tre anni, tutto il parlamento spera che sia la Consulta a togliergli i tizzoni ardenti da sotto i piedi, facendo un taglia e cuci della legge in vigore e consentendogli di scrivere un testo che sarà più o meno simile a quello della Corte, vale a dire più o meno proporzionale, o meglio più proporzionato, cioè più rispettoso della rappresentanza. 

Quello di Gentiloni non sarà dunque un “governo del presidente” Mattarella?

No, non lo sarà in alcun modo. Il presidente ha svolto un ruolo preciso ma essenziale, limitandosi a constatare gli orientamenti delle forze politiche e prendendone atto. Nulla di simile al ruolo “personalistico” svolto dal suo predecessore nel 2011. 

E’ più un governo Renzi insomma.

E’ un governo Gentiloni che assomiglia maledettamente al governo Renzi. 

 

Vediamo le sfide di Renzi. Congresso e primarie del partito in primavera; ma anche le elezioni definite “imminenti” dovrebbero cadere in primavera. E’ una coincidenza gestibile?

Direi di sì. Il problema vero è se e quando sarà disponibile la legge elettorale. Ammesso che il 24 gennaio la Consulta emetta la sentenza, potrebbero passare da due a tre settimane prima che si conoscano le motivazioni. E le motivazioni sono indispensabili per capire cosa non va dell’Italicum e adeguare la nuova legge elettorale. Poiché trovare un’intesa non mi pare così facile, un po’ di tempo ci vorrà. E quindi prima di giugno mi sembra impossibile andare alle urne. 

 

Dobbiamo aspettarci che il segretario del Pd sfiduci il governo per andare al voto?

Questo no, però mi pare che il patto interno alla maggioranza sia chiaro: quando c’è la legge elettorale si scioglie il Parlamento e si va al voto. Certo occorre sommare una serie di fattori: i tempi della legge elettorale, le forze che spingono per allentare i tempi, anche dentro il Pd; la scadenza del 15 settembre che assicura la pensione ai nuovi parlamentari. Tante incognite fanno dubitare che la legge elettorale sarà fatta in tempo per votare a giugno. E poi c’è sempre la realtà con cui fare i conti.

 

Come le elezioni in Francia per esempio.

Potremmo ritrovarci a giugno con una neopresidente Le Pen che annuncia l’uscita della Francia dall’Unione. Oppure con un inasprimento della crisi economica e finanziaria. 

 

A quel punto?

Un evento clamoroso potrebbe indurre più d’uno a dire: teniamoci il governo. No, non si possono fare piani con la certezza che la tabella di marcia sarà rispettata. 

 

E’ fantascienza ipotizzare che il parlamento faccia una legge elettorale prima del 24 gennaio?

Sarebbe sensato, perché così il parlamento eviterebbe la sentenza e farebbe il suo dovere. Ma sono pessimista e temo che i politici non vedano l’ora che i giudici costituzionali decidano al posto loro, visto il pasticcio combinato con l’Italicum.

 

Quali possibili sviluppi vede in proposito?

C’è una spinta per il proporzionale che viene da vari gruppi politici, in particolare da Forza Italia, l’unico partito di opposizione che si è dichiarato disponibile a lavorare insieme alla nuova legge. Un fatto che potrebbe diventare importante, perché consentirebbe al Pd di dimostrare che la legge è condivisa. 

 

E nel merito del sistema elettorale?

FI punta al proporzionale con sbarramento e anche questo potrebbe essere suscettibile di sviluppi. Se la sentenza della Consulta sull’Italicum fosse negativa, lo sarebbe certamente sul piano della rappresentanza e questo spingerebbe verso una maggiore proporzionalità della futura legge elettorale. 

 

Se le urne non sono poi così lontane, il centrodestra secondo lei potrebbe tornare a riunirsi?

Vedo piuttosto segni di una frammentazione ulteriore. Oggi (ieri, ndr) la Lega ha detto no a consultazioni con il presidente incaricato, Fratelli d’Italia invece le ha fatte; tutti e due i partiti faranno manifestazioni per le elezioni subito, però separate. Mentre Forza Italia le elezioni non le vuole. Sono posizioni divergenti. Il fatto che le forze politiche vadano presentandosi ognuna con le proprie credenziali mi induce a ritenere che stia prevalendo la scommessa sul proporzionale. 

 

(Federico Ferraù)

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