DIETRO LE QUINTE/ Inchieste Roma e Milano, la “guerra feudale” dei pm

- Gianluigi Da Rold

Le inchieste di Roma e Milano dicono che la confusione nel paese sta crescendo. Con i partiti e i corpi intermedi liquidati, le magistrature si fanno la guerra. GIANLUIGI DA ROLD

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Raffaele Cantone (LaPresse)

E’ ormai quasi impossibile calcolare, anche approssimativamente, quante volte la magistratura italiana sia intervenuta in modo decisivo nelle crisi politiche italiane. Mattia Feltri, con il suo 1993 ha cominciato, attraverso una cronaca puntuale e documentata, una lunga storia che sicuramente servirà a ricostruire la parabola drammatica dell’Italia in questi ultimi 25 anni.

Accanto a questa realtà italiana c’è la svolta neoliberista, di carattere ideologico, con tutti i suoi “derivati” (sic) finanziari, che ha portato alla grande crisi mondiale; la globalizzazione ingovernabile e ingovernata dell’Occidente, che qualcuno definì Ordolandia quando si pensava che si potesse realizzare; l’impoverimento delle classi basse e medio basse; le diseguaglianze sociali e una concentrazione di ricchezza che si può definire con un eufemismo “iniqua” o meglio scandalosa, insultante e fallimentare innanzitutto sul piano economico e sociale. Non si dovrebbe dimenticare mai che bisognerebbe consumare per produrre e anche il più ricco del mondo non può mangiare quindici volte al giorno per sostenere la domanda.

Tutto questo ha causato già i più evidenti segnali di deglobalizzazione economica a livello mondiale. Se si unisce a questa l’indignazione sociale diffusa per la debolezza dei sistemi democratici, si hanno i risultati di questo ultimo anno nel mondo, quelli che hanno portato alla Brexit, all’elezione di Donald Trump negli Stati Uniti e alla profonda crisi dell’Unione Europea.

Ma alla disillusione diffusa e inquietante presente in tutti i sistemi democratici, che coinvolge gran parte dell’Occidente, in Italia si aggiunge il primo capitolo della storia cominciata da Mattia Feltri: la confusione dei poteri dello Stato, l’invadenza della magistratura che si accompagna a quella della finanza nella vita politica e sociale, la regressione della vita pubblica a uno scontro di carattere quasi feudale.

E’ difficile comprendere se anche quest’anomalia italiana sia un effetto ulteriore della crisi occidentale, oppure sia intrecciata nel Belpaese in modo complementare per delineare un “grande disordine” voluto, dove ognuno in questo modo può difendere solo una parte del suo “territorio”, infischiandosene del destino comune del Paese.

Il fatto incredibile a cui assistiamo in questi giorni è la convulsa, concitata, nuova crisi, che parte da un referendum perso da una maggioranza di governo inadatta a comprendere e risolvere la profondità del malessere italiano; essa si congiunge all’indebolimento, anche e soprattutto per via giudiziaria, delle giunte delle due più grandi città italiane. Nel giro di dieci giorni, dai toni di speranza di “rinascita”, di “uscita dal tunnel”, di “rilancio” e via cantando, dagli slanci palabratici di Matteo Renzi siamo passati a quelli da “cantante confidenziale” di Paolo Gentiloni.

Come in un gioco al massacro, alimentato da riflessi condizionati, da un lato la traballante Virginia Raggi, sindaco di Roma e “stella” del M5s, ha subìto “incursioni investigative” in Campidoglio, l’arresto di un suo funzionario “strategico” e un altro arresto connesso ad un costruttore romano ottantenne (alla faccia!), fino a essere costretta all’autocritica e a una sorta di “commissariamento” politico di incomprensibile natura. 

Nello stesso tempo a Milano il sindaco Giuseppe Sala, simbolo della “rinascita” meneghina con l’Expo alle spalle, è stato “infilzato” dalla solerte Procura della Repubblica per un fascicolo di inchiesta prima archiviato e poi riaperto con grande tempismo, sulla base di una “vecchia disputa” (neanche fosse la disfida di Barletta) tra il procuratore Edmondo Bruti Liberati e Alfredo Robledo. Non vogliamo entrare nel merito dei fatti, che c’erano probabilmente anche prima, ma dei tempi “ad hoc”.

Lo spettacolo, a questo punto, appare desolante.

Ma cerchiamo di comprendere qualche cosa in questa vicenda intricata e complicata. Intanto proviamo a chiederci: quale Paese “democratico avanzato”, come diciamo spesso nei nostri paragoni per redimerci dall’Italia corrotta, potrebbe permettersi correnti sindacali diverse nella magistratura come in Italia? E in quale paese ci si può richiamare a posizioni tanto differenti come fanno spesso il presidente dell’Anac (Autorità nazionale anticorruzione), Raffaele Cantone, o a quelle di Piercamillo Davigo, presidente dell’Associazione nazionale magistrati e leader di “Autonomia e indipendenza”? Sembra che ci sia quasi il gusto di una polemica e di una differenziazione continua. Anche se qui la chiamano “dialettica”.

Si può notare che, anche se la giustizia penale dovrebbe essere oggetto di una riforma (al momento misteriosa), si vedono verso la politica posizioni “morbide” in alcuni magistrati, mentre in altri posizioni molto più rigide. E’ una sequenza infinita.

Il tutto avviene nella più incredibile e impossibile riforma dello Stato. Ci sono stati molti tentativi di riforma dello Stato in Italia, spesso mascherati e spesso dichiarati apertamente. Non si tratta solo del superamento del bicameralismo perfetto, ma di molto altro: l’amministrazione pubblica, il rapporto tra Stato e cittadini, la funzionalità della burocrazia, la capacità decisionale che deve essere strettamente coniugata alla massima rappresentatività, oltre alla funzionalità della giustizia, che deve basarsi sulla certezza del diritto, non a quella patetica variante (veramente propagandistica) della certezza della pena, che è implicita nella certezza del diritto.

Una riforma complessiva sinora è stata impossibile e il territorio, nel momento in cui i partiti e i corpi intermedi sono stati liquidati, è stato come diviso tra zone di influenza, nuovi feudi moderni su cui stabilire alleanze, rovesciare disegni politici, appoggiare esperimenti, ma sostanzialmente difendere posizioni di potere.

Chi non ha avuto l’impressione che, nella “vacanza politica” lasciata dal governo Renzi, non ci sia stato un colpo a Roma e successivamente un colpo a Milano, sostenuto da posizioni di magistrati di opposte tendenze? Sarebbe un fatto di gravità inaudita, tale da compromettere la dialettica e il controllo reciproco tra i poteri dello Stato. 

Ma di fronte alla disgregazione della società e dello Stato italiano, chi non può vedere la necessità per i più diversi gruppi di potere di difendere il proprio spazio, il nuovo feudo del terzo Millennio. In sintesi, chi può negare che la sensazione sia questa: se tu attacchi i pentastellati a Roma, io cerco di mettere in crisi la maggioranza di sinistra a Milano.

Certo, poi c’è sempre la corruzione, l’evasione fiscale, la “casta”. Tutto questo è sempre presente e non si risolve mai. A volte, pensi che diventi quasi un alibi di comodo. Perché, di fatto il nuovo “feudalesimo italiano”, il vero successore della Repubblica dei partiti (imperfetta, ma in questo momento veramente da rimpiangere) non riesce a risolvere nulla.

Intanto si mantiene una guerriglia all’interno di questo feudalesimo che, alla fine, di fronte a un contesto internazionale incertissimo, a una crisi economica che sembra irrisolvibile, potrebbe anche esplodere in una sequenza di violenze sociali.

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