6 ANNI A FORMIGONI/ A chi giova trasformare un’eccellenza italiana in un sistema corrotto?

Roberto Formigoni, senatore di Ndc ed ex governatore della Lombardia, è stato condannato per concorso in corruzione a 6 anni e alla confisca di 6,6 milioni. GIANLUIGI DA ROLD

24.12.2016 - Gianluigi Da Rold
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Roberto Formigoni (LaPresse)

Scriveva tanti anni fa Gaetano Salvemini, e lo ripeteva nell’ultimo dopoguerra un grande giurista, l’avvocato e docente di procedura penale Francesco Carnelutti, che se una mattina vi svegliate nel vostro letto e leggete sul giornale che vi accusano di avere rubato il Duomo di Milano, dovere fare i seguenti movimenti: prepararvi la colazione, lavarvi e vestirvi, andare di nascosto in piazza Duomo e assicurarvi che il Duomo sia al suo posto. Alla fine, recatevi in tutta fretta, con qualsiasi mezzo, al confine svizzero e rifugiatevi nella Confederazione elvetica.

Nonostante lo “spirito riformista” (inesistente) italiano, in materia di giustizia penale sembra che sia cambiato poco, dopo aver guardato alcune sentenze, soprattutto quella che è appena arrivata sulla vicenda dell’attuale senatore Roberto Formigoni, ma che riguarda fatti di quando era governatore della Regione Lombardia.

Per un concorso in corruzione, dai contorni quanto meno strani, Formigoni è stato “inchiodato” a sei anni di reclusione e alla confisca di 6,6 milioni di euro.

Fra tre mesi conosceremo esattamente le motivazioni della sentenza, ma quello che appare sbilenco è che la costruzione accusatoria dei pubblici ministeri si basava su un’associazione a delinquere che il Tribunale non ha riconosciuto e ha respinto.

Infatti i pm avevano chiesto nove anni, ma senza l’associazione a delinquere la pena è scesa a sei anni. In sostanza è rimasta in piedi la storia, sinora poco dimostrata in verità, che l’attuale senatore Formigoni, in cambio dell’erogazione di fondi pubblici a strutture convenzionate – il centro di riabilitazione Maugeri e l’ospedale San Raffaele – avrebbe chiesto tangenti, quando era governatore. Il condizionale è d’obbligo, perché poi le tangenti arrivavano ad altri che sarebbero i prestanome di Formigoni. Mentre all’ex governatore arrivavano regali e inviti di vacanze, anche in posti esotici.

Inutile fare altre ricostruzioni al momento, aspettando le motivazioni della sentenza, anche se stupisce che il collante, l’architrave dell’associazione a delinquere sia franata e abbia dimostrato tutta la sua inadeguatezza.

C’è però un fatto da segnalare ancora una volta. E’ la “selezione forzata” che la magistratura riesce a fare della classe dirigente italiana. A metà febbraio avremo le nozze d’argento, i 25 anni di Mani pulite, e già adesso cominceranno le commemorazioni e le rievocazioni, magari commosse, non dei 20mila e oltre avvisati di garanzia, dei condannati ingiustamente e poi liberati, dei suicidi e delle carriere precocemente finite, di tutte le storture e contraddizioni che ci sono state, ma di quella svolta che, come possiamo notare oggi, ha letteralmente bloccato l’Italia, condannandola alla “non crescita”, all’azzeramento della sua classe dirigente, alla salvezza degli orfani del comunismo e del fascismo e alla liquidazione dei partiti democratici, in nome della glasnost e della perestroika, cioè della chiarezza e della, letteralmente, ristrutturazione. Bisognava ricordare qualche cosa in gergo bolscevico!  

Come è a tutti noto, il successo dell’azione della magistratura è stato grandioso e perfettamente contrario allo scopo. Qualche dubbio è venuto pure all’intelligentissimo Paolo Mieli, l’ex direttore del Corriere della Sera che conosceva in anticipo gli avvisi di reato. 

La corruzione continua a dilagare, la classe politica è ridotta a una sorta di concorso provinciale di “dilettanti allo sbaraglio” e i numeri economici è meglio dimenticarli, anche se, nel frattempo, nessuno si è accorto della grande svendita del patrimonio pubblico italiano, dell’azione delle banche (al limite del furto programmato) e delle ricchezze che si sono create, sia nel meccanismo delle privatizzazioni, sia nel lavoro di consulenza fatto dai “nuovisti” alle banche d’affari americane. Chissà se verrà mai fuori quella lista di “bravi” italiani che hanno favorito i guadagni delle banche d’affari anglosassoni nelle operazioni italiane? Perché la procura, sempre attenta, non chiede quella lista? Chissà se si saprà quanto ha guadagnato esattamente JP Morgan nel tentativo di salvataggio privato del Monte dei Paschi di Siena?

Si insegue invece il peccato di casa, nato per chiacchiere e propaganda politica, magari di alcuni politici che hanno segnato un percorso sostanzialmente buono nella vita pubblica italiana. Forse, la magistratura inflessibile non si è resa conto, ancora adesso, che da tutta Italia arrivano malati negli ospedali lombardi per farsi curare. Forse non ci si è accorti che la medicina e la cura della sanità lombarda sono un’eccellenza mondiale, che ci è invidiata da tanti. Forse non ci si chiede perché in Lombardia non si deve fare attenzione ai cosiddetti costi standard, ma che l’ossatura della sanità è costituita anche da nomi che vanno dall’Istituto dei Tumori allo Ieo, a centri di cura e di ricerca, antichi e nuovi, che attirano persino pazienti stranieri e che non hanno nulla da invidiare a strutture di diagnosi e di cura ai primi posti nel mondo.

Forse c’è una voglia di “zelo” nel migliorare che alla fine in Italia riesce a screditare e a sfasciare anche le realtà migliori. Forse c’è un’irresponsabilità feudale che vuole solo controllare la realtà sociale e politica, che vuole riaffermare il proprio ruolo (nel caso della magistratura non ha pari al mondo), se non infischiandosene, probabilmente non rendendosi conto che in questo modo si finisce con creare un “partito della sfascio” che non aiuta proprio nessuno.

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