SCONTRO RENZI-UE/ O l’uscita dall’Europa o un nuovo 2011

Matteo Renzi spara bordate violentissime contro gli euroburocrati dell’Ue, ma appare sempre più isolato. E l’Italia con lui. Ecco tutti i suoi errori. GIANLUIGI DA ROLD

03.02.2016 - Gianluigi Da Rold
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Il nostro presidente del Consiglio, Matteo Renzi, spara bordate violentissime contro gli euroburocrati di Bruxelles e dell’Unione europea. Li accusa di soffermarsi sui conti, sugli “zero virgola” della flessibilità, mentre l’Italia è impegnata e si è impegnata a salvare vite umane.

C’è chi ha fatto notare, proprio in queste ore, che non c’è mai stato un contenzioso così duro tra governo italiano e Europa, da quando è sorta l’Unione europea. In altri termini stiamo vivendo il punto più basso, mai toccato, dei rapporti tra l’Italia e i partner dell’Ue.

Considerando che la svolta dura della crisi, probabilmente l’autentica presa di coscienza della grande crisi finanziaria mondiale, è arrivata con l’estate del 2011 e la liquefazione del governo Berlusconi, si può dire che la scelta “tecnica” dei governi “suggeriti” dai vari organismi europei, prima con Mario Monti, poi con l’ombrello politico di Enrico Letta e di Matteo Renzi, ha portato, dopo quasi cinque anni, a una contrapposizione, paradossalmente ancora più ampia, tra Italia e Unione europea, cioè a quella del tempo dei sorrisi sarcastici di Sarkozy e della Merkel.

L’Europa e l’Unione europea non hanno certo nulla di cui vantarsi. La politica di austerità, imposta dai tedeschi e dall’asse franco-tedesco, che è l’architrave della struttura europea, ha fatto acqua da tutte le parti, allungando i tempi di una recessione già in atto. La questione dei migranti (epocale e storica) è stata affrontata con una superficialità disarmante, non degna di autentici statisti. Le attuali soluzioni per risolvere un evento epocale di migrazione, fatte con fili spinati, muri eretti un po’ ovunque, espulsioni di rifugiati e confische ai danni dei migranti, rappresentano una scelta di cui l’Europa porterà tutta la vergogna nella storia.

Insomma, quello che si profila sullo scenario continentale tra una “piccola Schengen” o la sospensione del Trattato, un ribaltamento completo delle politiche di immigrazione, la possibile uscita della Gran Bretagna, svelano drammaticamente tutta l’inconsistenza di una costruzione superstatale, basata esclusivamente su una moneta che, oltre a tutto, crea delle asimmetrie assurde e intollerabili, che alimentano rabbia sociale, disaffezione politica e sfiducia generalizzata che, per comodità, ci si è abituati, come ai tempi del Komintern, a chiamare sbrigativamente “populismi”.

A questo punto, il paradosso che si sta vivendo in Italia è che, una volta liquidato Berlusconi, quanto meno per essere in sintonia con l’Europa, oggi Matteo Renzi si trova in una posizione più stabile di leadership interna tutte le volte che accentua la polemica con l’Europa, che “batte i pugni sul tavolo” dell’Unione europea, che fa valere i diritti e i meriti dell’Italia rispetto agli altri partner. Che tutto questo, nell’arco di quasi cinque anni, riveli qualche cosa di strano o di errato sembra abbastanza scontato. 

Ma dato all’Europa quello che si merita politicamente, occorre anche valutare le mosse che hanno ispirato Matteo Renzi in questi due anni di esperienza nell’Ue e di sei mesi di “presidenza” italiana. Che l’Europa non fosse un consesso di virtuosi partner animati dalla solidarietà lo si è capito da quando il vento della grande crisi finanziaria, arrivato dall’altra parte dell’Atlantico, ha investito le coste del vecchio continente. Ma già prima, dal problema del cambio lira-euro, al consolidamento della leadership franco-tedesca, si era ben capito che il cammino dell’Italia nell’epoca della globalizzazione e di un’Europa a trazione tedesca sarebbe stato complicato.

Il problema che si poneva era quello di saper giostrare politicamente, di saper sfruttare le contraddizioni interne alla Ue e quindi di costruire alleanze per una svolta significativa della monocorde politica europea marcata Berlino.

Quando Renzi sbarca a Bruxelles c’è la scadenza elettorale delle elezioni europee e poi la nomina della nuova Commissione. Il nostro giovane “rottamatore” stravince con il Pd le elezioni, diventa il leader del più grande partito socialdemocratico europeo e ha tutte le carte in regola per porre le basi di una svolta.

Ma la svolta non arriva proprio e le alleanze possibili vengono tutte trascurate. Sulla Commissione da rinnovare ad esempio, il premier inglese, David Cameron, pone un veto su Jean-Claude Juncker. Diventa possibile mettere in discussione il candidato lussemburghese che fa l’alfiere dei tedeschi. E in fondo la Gran Bretagna è un alleato storico dell’Italia. Che fa Renzi? Si mette d’accordo con Angela Merkel e sdogana Junker, ottenendo oltre tutto, per la Commissione, solo un incarico per Federica Mogherini agli Affari esteri, in una realtà che non ha una politica estera comune. Poi scoppia l’affare greco, su cui un giorno occorrerà scrivere la storia punto per punto, compresi certamente gli imbrogli di bilancio, ma anche i famosi “risanamenti” di Goldman Sachs, di cui nessuno ricorda più nulla, nemmeno il nome di quella superbanca mondiale.

Ci sarà stata la spavalderia di Varoufakis e la prudenza di Tsipras. Ma in tutto questo che cosa fa Renzi? Sta a guardare e non sembra molto interessato alle sorti della Grecia. E’ ancora la Mekel la sua “guida”.

Arrivano poi gli attentati di Parigi, le preoccupazioni di Hollande e le richieste francesi di aiuto, anche all’Italia. Renzi, di fatto, resta più che tiepido e quando Manuel Valls, primo ministro francese, lancia segnali per cercare un’intesa, Renzi sembra più rispettoso del sempiterno accordo franco-tedesco, che forse potrebbe anche leggermente incrinarsi, per una volta. 

In conclusione, visto il suo percorso e il suo attuale furore, il primo ministro italiano, con un po’ troppa spavalderia, ha dato l’impressione di cercare di dribblare tutti, finendo per dribblare se stesso, per usare un gergo calcistico. Rimanendo così solo e sotto accusa per i conti italiani, i problemi dell’immigrazione, la questione del salvataggio delle banche.

E il quadro complessivo non si presenta semplice. Il “bazooka” di Mario Draghi, che ha salvato l’Italia e che l’avrebbe probabilmente salvata dalla cura dimagrante anche nel 2011, non funziona più, tanto di fronte ai nuovi problemi e alla persistenza di un’inflazione troppo bassa. Oltre a questo si deve ascoltare, un po’ sconcertati, il nostro governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, che si è accorto dell’assurdità del bail-in. A cose fatte, si intende.

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