RETROSCENA/ Berlusconi non vuole la Meloni perché vende Mediaset a Bolloré

- Gianluigi Da Rold

Per capire quanto accade a Roma, la domanda è: perché Berlusconi è andato per la sua strada e senza sentir ragioni si ostina sul nome di Guido Bertolaso? GIANLUIGI DA ROLD

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Silvio Berlusconi (Infophoto)

Ma chi ha compreso veramente le ragioni della confusione politica nel centrodestra dopo le candidature, le ritirate, le ricandidature, le “gazebarie” di Roma e la pesante diffidenza tra i resti di Forza Italia e la Lega Nord di Matteo Salvini? Diffidenza che adesso è stata esportata anche a Torino? A questa confusione si può contrapporre, sull’altro piatto della bilancia, il dibattito, di veramente scarsa e penosa ideologia, che esiste nella sinistra. Oggi, a sinistra, c’è chi dice di essere keynesiano per contrapporsi all’ultra-liberismo banco-centrico e turbo-finanziario di una certa sinistra andata al traino di Clinton e Blair negli anni Novanta. Ma forse a questi “superstiti” di una sedicente sinistra lunare, che difenderebbe chissà quale antico dna, bisognerebbe ricordare che la teoria di Keynes è composta di due parti, non solo quello di un primo intervento statale, ma della successiva ripartenza del mercato. Varrebbe la pena, solo per questo, di costituire un “club di difesa” intitolato a sir John Maynard Keynes, che era un liberale, che tentava di correggere quando era necessario il mercato ed era allievo a Cambridge del grande Alfred Marshall.

Ci vorrà ancora del tempo per spiegare queste cose. Intanto guardiamo senza troppe contorsioni e scenari complottistici la bagarre che si è svolta (e si sta ancora svolgendo) a destra e che molti fanno finta di non comprendere.

Ci sono tre protagonisti che non si esercitano in particolari e oscure cospirazioni, ma cercano solo di tutelare quelli che ritengono i loro legittimi interessi.

Silvio Berlusconi è in questo momento in una situazione di comprensibile stanchezza e cerca di concludere al meglio i suoi problemi aziendali, oltre a trovare una dignitosa fuoruscita politica. Non ha voglia di fare grandi barricate, non ha interesse a cavalcare battaglie anti-europeiste che lo collochino all’ombra di Marie e Marion Le Pen. Ha solo il desiderio di battere strade percorribili nell’era della “grande confusione”.

A Roma, Berlusconi aveva individuato una candidatura valida, di un buon peso politico cittadino: Alfio Marchini. Lo aveva indicato e in quel momento aveva trovato anche l’appoggio di Matteo Salvini. Ma al tempo stesso è incappato nello stop, “senza se e senza ma”, di Giorgia Meloni.

Forse il Cavaliere, in altri tempi, avrebbe trovato il tempo giusto per imboccare la strada, per lui non piacevole, delle primarie, ma si è dimostrato incerto o refrattario. Non ha compreso, o ha fatto finta di non comprendere, che la Meloni non poteva assolutamente accettare la candidatura di Alfio Marchini.

La storia del dissidio Meloni-Marchini non è legata a una faida da strapaese. E’ una storia più lunga e complessa, tra chi è stato per anni uno dei “figli” dei palazzinari rossi e uno dei “figli” dei palazzinari neri di Roma. Adesso, in tempi di scomparsa e caduta delle ideologie, non esistono più comunisti e fascisti, ma alcune antiche contrapposizioni permangono e resistono, magari legate a interessi precisi, magari legate a un passato che ogni tanto si riaffaccia con forza.

Salvini si è trovato, nel suo attivismo frenetico che lo obbliga ormai a consumare persino un telefono al giorno, in mezzo a questo contrasto e ha cercato una mossa di smarcamento, dissociandosi da Berlusconi, che per superare l’impasse aveva scoperto Guido Bertolaso, il quale è uscito con un paio di battute non proprio popolari per i leghisti.

In questo modo, prima Salvini ha detto che era necessario “consultare i romani”, poi ha appoggiato Giorgia Meloni che ha deciso di candidarsi dopo intense giornate di “ragionamento”. In definitiva, quasi per difendersi dalla mossa berlusconiana, ha alzato il tiro rivendicando un ruolo di leadership nel centrodestra, che lui stesso sa di non poter avere. Ha fatto un grande azzardo, sperando di essere l’erede di una possibile implosione di questo assetto europeo e ingaggiando un legame ancora più solido con il lepenismo.

Ora la domanda è: perché Berlusconi è andato per la sua strada e ha tirato fuori come un coniglio dal cappello il nome di Guido Bertolaso? Berlusconi non ha solo il problema di uscire a testa alta dalla sua lunga vicenda politica, ha anche il problema di collocare al meglio le sue aziende, la sua Mediaset. In questo momento sta ascoltando le sirene, a quanto si dice, del più intraprendente investitore francese in Italia, Vincent Bolloré.

Bolloré ha cadenzato in modo preciso (e impressionante) i suoi investimenti italiani. Entrato in Mediobanca come capofila del “gruppo C”, i soci esteri, Bolloré è arrivato a esercitare sul vecchio istituto di Enrico Cuccia la sua influenza decisiva insieme a Tarak ben Ammar. Poi ha puntato su Telecom e, di fatto, è riuscito a mettere in un angolo la spagnola Telefonica. Ora guarda all’ultima (chissà ?) “preda” italiana, quella di Mediaset, per lanciare un polo di comunicazioni a cui si pensa da tempo, dove si potrebbe concretizzare la grande convergenza tra telefoni, computer e televisione.

La “Vivendi” di Bolloré, i consigli di Ben Ammar, l’incalzare di Murdoch portano inevitabilmente Berlusconi a un ridimensionamento imprenditoriale. Può fare tutto questo il Cavaliere cavalcando il filo-lepenismo di Salvini e della stessa Meloni? Meglio “volare basso” in questi momenti, lasciare che le acque si calmino e la confusione stazioni in altre parti della politica italiana. In definitiva meglio stare alla finestra in prudente attesa di quello che può accadere. A conti fatti, Forza Italia la sua strada, per il momento, l’ha fatta. Altri penseranno al futuro della destra.

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