MEDIA E POLITICA/ Sala, Greco, de Bortoli: quelle prove di organigramma per una nuova Milano

- Gianni Credit

Ieri sera lo “statement” congiunto fra Espresso-Repubblica e Fca ha preannunciato la fusione tra le attività editoriali di De Benedetti e quelle degli Agnelli. Cosa cambia? GIANNI CREDIT

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Giuseppe Sala primo inquilino a Palazzo Marino (geopolitica meneghina e “polls” dicono così). Francesco Greco promosso procuratore capo a Palazzo di Giustizia (i “rumor” del Consiglio superiore della magistratura, a ieri sera, dicevano così). Ferruccio de Bortoli in una posizione a scelta (prevedibilmente sua), ma comunque inequivocabile: “chief senior officer”, regista, “saggio” del riassetto della prima industry “milanese”, quella dei media. Quella che — tra Corriere della Sera e Sole 24 Ore, fra Mediaset e Mondadori e quant’altro (Telecom, Sky & C.) — sostanzia una delle narrazioni profonde, strutturali del Paese. Una di quelle che c’erano (molto) prima di Matteo Renzi e ci saranno anche dopo. Una “story-to-tell” che, sotto la Madonnina, interfaccia tuttora Intesa Sanpaolo e UniCredit con il dopo-Expo, il Quadrilatero della Moda con il network dell’eccellenza medica fra pubblico 

(Regione Lombardia) e privato (Ieo, Humanitas, gruppo Rotelli), Mediobanca con la Scala. Questo non lo dicono i sondaggi per Milano 2016 e neppure il gossip capitolino: questo lo ha detto — ieri sera — lo “statement” congiunto fra Espresso-Repubblica e Fca che ha preannunciato la fusione tra le attività editoriali del gruppo De Benedetti e quelle della famiglia Agnelli. 

Del mega-merger editoriale fra le due dinasty industriali piemontesi — entrambe “peer” della comunità israelita internazionale — si parlava da settimane. Non se ne parlava solo come “game power”, ma anche perché per la media industry italiana il tempo è scaduto: e non stupisce che due soggetti storici del capitalismo nazionale abbiano rotto gli indugi nel mettere in cantiere un’operazione strategica destinata a scuotere senza ritorno l’editoria giornalistica italiana, ingessata da decenni in un’arcipelago di aziende piccole, inefficienti e arretrate, sottocapitalizzate e indebitate.

L’operazione principale, “apripista”, avrebbe potuto essere Rcs-Itedi, Corriere e Stampa. Ma Yaki Elkann — nipote-erede dell’Avvocato — non è mai riuscito a convincere il professor Giovanni Bazoli, che ha sempre vantato (anche con l’Avvocato) un diritto-dovere di provvedere al Corriere della Sera, edito a Milano dal 1876. Ora alla prima famiglia di Torino —- e al Ceo di Fca, Sergio Marchionne — va dato atto di un chiarimento che s’innesta in una faglia di lungo periodo della storia “materiale” del Paese: Torino e/o Milano. Ora Torino torna a essere definitivamente Torino e Milano sembra libera di ritrovarsi come Milano nel Corriere. Dove non certo per coincidenza è tornato a scrivere Ferruccio de Bortoli, dopo meno di un anno di esilio da Via Solferino: anche se per mesi è parso un bando, che il Corriere targato Fca è stato evidentemente lieto di far pagare a Milano per compiacere un premier che milanese — in due anni — non è mai riuscito essere. E non riuscirà ad essere facilmente neppure ora: perché il “front runner” del centro(sinistra) Beppe Sala non è già più quello che Renzi immaginava che fosse

Esattamente come nella corsa alla guida della Procura milanese il vero sconfitto sta per essere dichiarato nella figura del candidato governativo Giovanni Melillo, capo di gabinetto del ministro della Giustizia, Andrea Orlando. 

Francesco Greco, procuratore aggiunto ai reati finanziari, è a un passo da un’affermazione che difficilmente potrà essere contestata, in nome di una “responsabilità milanese” che ha radici ben più profonde di quella vantata poche settimane fa da Renzi. E’ una sorta di “patto civico”, complesso e financo controverso, forgiato nei tempi di ferro di Tangentopoli, anzi prima ancora: negli anni 80, dai quali il Corriere e l’Ambrosiano hanno ripreso la loro via. In comproprietà fra Milano e Torino. Come — per le vie del risiko bancario — UniCredit e Intesa Sanpaolo. E in fondo anche Mediobanca. Ma la stagione delle assemblee primaverili si accinge a “chiarire” anche quelle situazioni: Intesa Sanpaolo destinata — si dice — ad avere per la prima volta un presidente torinese (Gian Maria Gros Pietro al posto di Giovanni Bazoli, dopo 34 anni) e UniCredit dove vacilla il potere piemontese-romano di Fabrizio Palenzona. Chissà se all’indomani delle Comunali, il nuovo organigramma milanese sarò completato.

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