DIMISSIONI GUIDI/ Le quote rosa e l’emendamentificio: quando il renzismo va in vacanza

- Gianni Credit

Ieri il ministro allo Sviluppo economico, Federica Guidi, si è dimessa. Il compagno è indagato per le trivellazioni in Val d’Agri. Ma il retroscena è più ampio. GIANNI CREDIT

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Federica Guidi (Infophoto)

Non è facile, nella matassa intricata della giornata di ieri, afferrare il capo giusto e dipanarlo fino a un altro capo. Per esempio: di buon mattino spiccava sul Corriere della Sera un’impegnativa intervista geopolitica all’ex presidente dell’Eni, Paolo Scaroni, sulla crisi libica. Prima di pranzo Confindustria ha annunciato che Vincenzo Boccia aveva battuto di pochissimi voti la sfida con Alberto Vacchi per il rinnovo della presidenza (e la king-maker — secondo tutte le indiscrezioni — è stata la ex presidente Confindustria, Emma Marcegaglia, oggi presidente dell’Eni su indicazione del governo Renzi).

Poche ore dopo i siti sono stati attraversati dai flash sull’indagine della Procura di Potenza sulle trivellazioni dell’Eni in Val d’Agri: nel dossier anche un’intercettazione subito parsa fatale al ministro dello Sviluppo economico Federica Guidi e una nuova tegola per il ministro Maria Elena Boschi. La Guidi poco dopo ha annunciato le sue dimissioni, non prima che un sito titolasse a caldo così: “Guidi punita per il movimentismo vacchiano”, cioè a favore della candidatura Vacchi in Confindustria, essendo stato il ministro leader degli industriali emiliani (a proposito: nella strana giornata di ieri il più popolare sito di gossip politico-economico italiano non ha dedicato una riga alla svolta in Confindustria). 

A sera infine, il premier Renzi — alla terza giornata di uno tour sempre più strano negli Usa — ha fatto sapere dagli Stati Uniti di aver subito accettato la “scelta personale” della Guidi, ma soprattutto di essere già alla ricerca del sostituto al Mse (…Scaroni stesso? Una specie di ministro degli Esteri-bis per sbrogliare il complicatissimo scacchiere diplomatico-petrolifero mediorientale fra Usa, Russia, Francia, Inghilterra, Egitto, Iran, Arabia, eccetera? A proposito: chi e perché ha deciso di strumentalizzare politicamente il dolore della madre di Giulio Regeni, trasformandolo in uno strano ultimatum al governo, lanciato dalle stanze istituzionali del Senato guardando al fronte libico-egiziano?).

Tirando un altro capo di uno strano 31 marzo si giunge alla parola “emendamento”: quello che sarebbe stato apportato alla legge di stabilità 2014 e avrebbe favorito gli interessi del compagno della Guidi, Gianluca Gemelli, nelle contestate trivellazioni della Tempa Rossa. Un emendamento su cui la Guidi avrebbe garantito a Gemelli che “anche la Boschi è d’accordo”. 

Già quindici mesi fa, dunque, non c’era alternativa al placet del “cerchio magico” toscano di Renzi. Non diversamente, un paio di mesi fa, l’ex senatore del Pd Nicola Rossi — in un’intervista che sul sussidiario definimmo una sorta di “auto-intercettazione” — spiegò come un emendamento scritto da lui e spedito dalla Bcc di Cambiano direttamente a Palazzo Chigi (di fatto al sottosegretario alla Presidenza Luca Lotti da parte del padre) era stato inserito all’ultimo nella riforma del Credito cooperativo, in gestazione da più di un anno.

Il fine era quello di favorire alcune Bcc toscane contro le linee di politica creditizia ufficialmente sostenute dallo stesso governo. E il sospetto è che tanta attenzione fosse legata all’esigenza di creare un polo bancario locale d’appoggio per la messa in sicurezza finale di Banca Etruria, per la cui bancarotta è indagato il padre del ministro Boschi, a sua volta messa nel mirino da due voti di sfiducia parlamentare. “Non mi dimetterò neppure se indagano mio padre” è stata la linea della Boschi: almeno fino a ieri, quando il cerchio magico renziano è nuovamente emerso come uno strano “emendamentificio”.

Un terzo possibile percorso a tema fra i pasticciacci di ieri è tinto di rosa. Boschi, Guidi, Marcegaglia: l’affermazione insistita e ostentata del potere al femminile è stata uno dei tanti brand del renzismo. Ma da ieri il rischio della “contro-narrazione” è palese. Due rampolle di dinastie industriali arruolate dal premier si ritrovano improvvisamente nei panni scomodi delle lobbiste in conflitto d’interessi. La Guidi col suo emendamento molto personale e ben poco ambientalista. La Marcegaglia (erede di un gruppo indebitato e sfiorato più volte dalle inchieste giudiziarie) da presidente dell’Eni si sbraccia per far eleggere a capo degli industriali privati il candidato più gradito al governo (un piccolo imprenditore del Sud cresciuto nei corridoi dall’apparato confindustriale). Sulla Boschi — scaltra praticante nei grandi studi legali fiorentini — le “narrazioni-boomerang” sono troppe e troppo complesse per essere riassunte.

“L’avesse fatto Berlusconi”. Anzi, quando Berlusconi lo ha fatto (ad esempio di giocare un po’ troppo con l’Eni) i bombardieri francesi hanno raso al suolo la Libia di Gheddafi e lo spread italiano è arrivato a 575. Ma forse le “quote rosa” italiane sfuggite al controllo di un Renzi in scampagnata negli States fanno meno paura.  

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