REFERENDUM TRIVELLE/ Dal petrolio a Renzi, ecco cosa c’è in gioco

- Stelio Mangiameli

Assomiglia a un referendum su una materia tecnica, ma di politica energetica è rimasto poco: quello del 17 aprile sarà un voto pro o contro Renzi. Ecco perché. STELIO MANGIAMELI

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Matteo Renzi (Infophoto)

Il 17 aprile gli italiani saranno chiamati al voto referendario su un quesito molto particolare: decidere se le piattaforme petrolifere che si trovano in mare entro le 12 miglia dalla costa debbano cessare la loro attività al termine della concessione (30 anni), oppure continuare l’estrazione sino alla fine della durata di vita utile del giacimento, prorogando sine die le concessioni delle compagnie petrolifere.

Il referendum trivelle è stato promosso, per la prima volta nella storia della Repubblica, da nove Consigli regionali.

Il governo e la maggioranza del Pd sono ostili al referendum sulle trivelle e per ostilità hanno fissato la data del referendum la prima domenica utile, in modo da parlarne il meno possibile; hanno evitato di accorpare il voto referendario con le amministrative, spendendo così il doppio, 300 milioni di euro, anziché 150 milioni; e hanno invitato gli italiani a disertare il voto, facendo un’affermazione contraria alla Costituzione per la quale il voto, qualunque voto — anche quello referendario — è un “dovere civico”, come ha ricordato ieri il presidente della Corte costituzionale, Paolo Grossi, affermando che “si deve votare” e che “partecipare al voto significa essere pienamente cittadini. Fa parte della carta d’identità del buon cittadino”. 

Per l’ostilità di Renzi e dei suoi è stato imposto il divieto di propaganda ai Consigli regionali che hanno promosso l’iniziativa; ma, quale che sarà il risultato, i Consigli promotori hanno ottenuto il loro scopo e il significato assunto dal referendum trascende ormai la pur significativa questione della durata delle concessioni delle trivelle.

Andiamo con ordine.

Questo referendum sulle trivelle faceva parte di un pacchetto di sei quesiti che la Cassazione nel novembre del 2015 aveva dichiarato legittimi e trasmessi, perciò, alla Corte costituzionale per la dichiarazione di ammissibilità.

I sei referendum, tutti in materia di idrocarburi, erano una rivendicazione dei Consigli regionali dopo che la legislazione statale aveva disposto l’esclusione di ogni partecipazione regionale nella politica energetica. 

Le richieste referendarie, compresa quella per la quale si voterà domenica 17 aprile, erano perciò una semplice questione politica di partecipazione di rappresentanze dei diversi livelli di governo.

Con la legge di stabilità approvata a fine dicembre il governo modifica le norme su cui insistevano le richieste dei Consigli regionali, nell’intento poco corretto di impedire lo svolgimento dei referendum.

Tuttavia, la Cassazione ha potuto trasferire un quesito sulle disposizioni della legge di stabilità e la Corte costituzionale ha ammesso il referendum.

Ecco perché i Consigli hanno comunque vinto, perché hanno mostrato al governo che la via della non collaborazione non paga e pensare di decidere tutto da solo contro la volontà dei territori apre conflitti incolmabili.

Subito dopo, con gli scandali della Basilicata, il referendum è diventato una questione ambientale di carattere generale, con la pretesa delle associazioni per una politica energetica su basi diverse, nelle forme e nei contenuti.

È ovvio che non mancano argomenti giusti anche in questo senso: siamo inondati di petrolio da tutte le parti del mondo, ad un prezzo peraltro modesto; da tempo gli stati, attraverso accordi internazionali, stanno impegnandosi per una riduzione delle emissioni di CO2; e la politica energetica europea non punta più sul petrolio.

Che senso ha allora perforare in Italia, viste anche le conseguenze sull’ambiente e sulla salute? Gli argomenti, da questo punto di vista, sono tanti e, per quanto controversi, non convincono a favore dell’estrazione del greggio, semmai appare ragionevole fermare tutto.

Ma non è più questo il punto. Infatti, adesso, anche se non è detto espressamente, il referendum ha assunto un significato politico inedito: quello di una chiara sfida alla leadership di Renzi, anche se quasi tutti i Consigli promotori sono a maggioranza Pd. Una sfida che traguarda, oltre alle amministrative di giugno, anche il referendum costituzionale.

Chi ha fatto assumere questo significato al referendum sulle trivelle è stato Gianni Cuperlo con il suo intervento all’ultima direzione del Pd, convocata per allineare i dissenzienti sulle dichiarazioni di Renzi e finita, invece, in un vero disastro per il premier/segretario. Cuperlo ha esordito dicendo che lui non è un esperto della questione energetica e subito dopo ha affermato che la leadership di Renzi non è adeguata nel merito e nel metodo. Ha criticato l’uso della riforma costituzionale come strumento per spazzare via l’opposizione, “l’opposto di uno spirito costituente”, aggiungendo “più tu lo personalizzi quel referendum (quello costituzionale) e lo carichi di significati impropri, più tu alimenti le ragioni del dissenso anche dentro il tuo campo e il tuo partito”. L’accusa più grave, infine, è stata di avere creato una “corrente di potere”, di spingere diversi ad abbandonare la loro appartenenza e di non mostrarsi all’altezza del ruolo ricoperto, e cioè “di non stare mostrando la statura di un leader anche se a volte purtroppo coltivi l’arroganza dei capi”.

Che dire? Molto più di una decisione sulle trivelle; i voti di domenica prossima saranno la prima voce che apertamente dopo due anni di dominio assoluto si leverà per difendere la democrazia nel nostro Paese, perché di questo si tratta.

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