SCENARIO/ Draghi, Prodi, Davigo, immagini (e parole) di un’Italia al caffè

- Gianluigi Da Rold

Si moltiplicano gufi e corvi all’orizzonte di Renzi. Draghi, Davigo, Prodi mandano segnali ben poco rassicuranti. Dicono tutti e tre molte cose, ma non tutte. GIANLUIGI DA ROLD

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Romano Prodi (Infophoto)

Enrico Cuccia, uno dei più grandi banchieri della storia d’Italia, non aveva una grande stima di Romano Prodi. Sebbene il patron di Mediobanca fosse silenzioso al limite della reticenza, ogni tanto lasciava trapelare giudizi, volutamente spietati. E, notoriamente, con Prodi non fu affatto tenero. Un altro grande personaggio italiano, lo scrittore Leonardo Sciascia, durante i lavori della Commissione Moro, fece “pelo e contropelo” al gioviale professore bolognese per via di un “gioco col pendolino”, di una sorta di “scherzo” (chissà mai per quale ragione furono informate le forze dell’ordine, per quel gioco a cui partecipavano anche dei bambini), che alla fine “deragliò” plotoni di carabinieri, poliziotti e uomini dei servizi a Gradoli in provincia di Viterbo, e non invece in via Gradoli, a Roma, dove c’era l’appartamento dei brigatisti Mario Moretti e Barbara Balzarani che, nell’abbandonarlo, lasciarono pure la doccia aperta. Sono “piccoli” misteri italiani, passati nel dimenticatoio.

Eppure il professor Romano Prodi è rimasto un grande personaggio, che oggi pontifica sul futuro dell’Italia e dell’Europa. Ha pure rischiato di essere eletto al Quirinale. Il Corriere della Sera, dall’alto degli attuali suoi successi editoriali, di vendita e di diffusione (si fa per dire), lo ha intervistato dedicandogli una pagina e ha ottenuto un vaticinio che speriamo non sia stato ispirato dal movimento dello stesso famoso “pendolino”. Che dice il professore?

Ex presidente dell’Iri nella sciagurata prima repubblica, due volte presidente del Consiglio nella cosiddetta gloriosa seconda repubblica, padre nobile dell’Ulivo, da cui è sgorgato il Pd, cioè la fotocopia sbiadita del “compromesso storico” già fallito negli ultimi anni Settanta, il professore si è iscritto da qualche tempo al club dei corvi e dei corvacci, per seguire lo schema scaramantico di Matteo Renzi. Dopo tante critiche alla mancanza di azione politica sia in Italia che in Europa, ieri all’incalzante intervistatore ha prefigurato, niente meno, un rischio “stagnazione secolare”. Ha aggiunto che “Draghi ha evitato il disastro, ma ora ha finito le munizioni”.

Fedele a se stesso e al suo credo, sempre sicuro (beato lui!), il professore dice che l’Europa non è vittima dei trattati, ma di una politica sbagliata. Quindi di uomini che non si dimostrano adatti, capaci, non come lui ai suoi tempi. Prodi scopre anche il keynesismo, che in alcuni momenti va usato per necessità. E’ un’autentica sorpresa questo professore, che si è battuto per far entrare l’Italia nel “primo gruppo” in Europa, che forse si è avvalso di qualche quintale di derivati per far quadrare i bilanci italiani, che ha accettato, insieme a Carlo Azeglio Ciampi, un cambio euro-lira da mettere i brividi alla schiena, che ha contribuito alla svendita dell’industria italiana pubblica, mettendo le imprese dell’Iri, banche comprese, nelle mani esperte dei privatizzatori-advisor delle banche anglosassoni, che in questo modo hanno guadagnato, alla fine degli anni Novanta, quasi il 5 per cento di commissione.

Ma in fondo Prodi non è il solo a iscriversi alla lista dei “corvi e corvacci”. Sfogliando i giornali e ascoltando i “liberi” media del Belpaese, sembra di assistere a un generale “pentimento aggressivo”. Anche Mario Draghi, l’ex direttore generale del Tesoro italiano, anche lui instancabile privatizzatore e “uomo d’onore” per il partito di Davos e per le banche d’investimento americane, si è letteralmente “rotto” dei tedeschi e della loro politica economica, tanto che ha voluto ricordare all'”amico” Wolfgang Schäuble e alla stessa cancelliera Angela Merkel, che la “Bce non lavora solo per Berlino”. Forse ha ricordato anche che gli eurobond non sono uno “strumento del demonio” (Prodi), anche se i tedeschi non solo non vogliono sentirne parlare, ma che su questo punto sono addirittura pronti a gestire una “guerra fredda” a colpi di dossier conditi con improvvise ondate speculative.

Non ci sono momenti di autocritica nel “pentimento aggressivo” di questi signori. Quasi impauriti che le persone prendano coscienza di quanto è accaduto negli anni della grande “svolta finanziaria” e dopo l’accelerazione brutale del 1992, preferiscono distribuire le colpe ai vecchi governanti della cosiddetta prima repubblica, per quanto riguarda l’Italia, e alle politiche comunitarie sia dell’asse franco-tedesco, sia oggi più specificamente della Germania. Insomma, devono prendersela pure con qualcuno di fronte al fallimento di questa crisi infinita, che va verso i nove anni (la durata di due guerre mondiali), dove ormai la “crescita” e la “luce in fondo al tunnel” sono gli ingredienti di una comica ormai grottesca, dove la disoccupazione ha sempre numeri allarmanti, dove la perdita di produttività è valutata intorno al 20 per cento.

Ormai la filiera delle criticità è tanto lunga che diventa una geremiade fastidiosa come quella del presidente dell’Inps, Tito Boeri, altro “genio” economico venuto alla ribalta, come il secondo “Attila dei pensionati” dopo la signora Fornero.

Forse la via d’uscita per il “pentimento aggressivo” verso questo rischio di stagnazione secolare, potrebbe essere attribuito non solo alla cosiddetta prima repubblica, ma ormai a Zanardelli, Giolitti. E perché non a Roberto Farinacci? Il vecchio ras di Cremona, un uomo che veniva dalla vita civile (altro che casta) e aveva fatto il capostazione, continuava a far spendere gli Agnelli e i Crespi per farli diventare padroni del Corriere e della Stampa, facendoli diventare fascisti, ed epurando nel contempo i Frassati e gli Albertini.

Nell’elenco dei corvi e corvacci, secondo la dizione del nostro presidente del Consiglio, è poi arrivato con tutto il suo peso il “Landini delle toghe”, il presidente dell’Associazione nazionale magistrati, Piercamillo Davigo, naturalmente un pubblico ministero, perché in Italia “un pm è sempre un pm” e abbiamo anche il sindacato dei magistrati. Abbiamo apprezzato l’intervistatore del Corriere che ha incalzato Davigo sulla separazione delle carriere. No? Dev’essersene dimenticato. 

Sta di fatto che Davigo ha detto che rispetto ai tempi di Tangentopoli “i politici rubano più di prima. Ma adesso non si vergognano”. E la maggiore colpa, stando a quanto dice Davigo, è stata della sinistra, perché con le sue riforme ha reso i giudici genuflessi.

Occorre sottolineare che Davigo non appare come un “pentito aggressivo”, ma solo come un perentorio e ufficiale “avvisatore” di Matteo Renzi. Il pm, che ormai cita La Rochefoucauld (in televisione aveva citato il giurista inglese Lord Thomas Henry Bingham), ma ci pare conosca poco bene Montesquieu e Calamandrei, parla della nuova classe politica come di “un campione di ipocrisia”. Non usa mezze misure, Davigo, e non sceglie Il Fatto Quotidiano per avvisare Renzi. Ma attraverso il Corriere invia quella che appare una “minaccia”, anche se poi ci sarà tutto il tempo di calibrare. Si parlerà solo di un “avvertimento”, magari usando le parole di Tex Willer.

Insomma, siamo forse arrivati allo snodo cruciale della complicata storia italiana di questi anni. E non solo. C’è chi sostiene che non sarà la magistratura a governare il Paese, ma che la crisi provocherà turbative sociali e un controllo economico e sociale di nuovi poteri forti, magari con garanzie internazionali. C’è invece chi è convinto che la magistratura terrà la situazione in pugno, non governerà in prima persona, ma “Lascerà che arrivino gli avanguardisti del Movimento 5 Stelle ad assumere le posizioni di governo. Leggetevi bene Angelo Tasca in chiave moderna”.

Sono scenari che lasciano perplessi e inquieti. E’ certo che il Corriere della Sera, qualche giorno fa, ha usato strani paragoni e accostamenti. Un ex direttore, storico, ormai un po’ tardo-dannunziano, ha trovato il modo di accostare Gianroberto Casaleggio a Enrico Cuccia, per la loro ritrosia verso i fari della ribalta e perché entrambi “avevano visioni”. E’ in fondo un accostamento un po’ immaginifico, ma in fondo è lo stesso storico e giornalista che sostiene in televisione che “Stalin dava suggerimenti a Togliatti”, facondo diventare questa immagine una vulgata. Suggerimenti? Speriamo che la reincarnazione di Stalin quereli lo storico.

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