VERSO LE ELEZIONI/ Il “killeraggio mediatico” di Piazzapulita

- Mauro Bottarelli

MAURO BOTTARELLI è rimasto colpito dalla puntata di Piazzapulita mandata in onda lunedì e in parte dedicata a uno dei candidati alle elezioni comunali di Milano

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Corrado Formigli

Scuserete se devio dall’argomento economico di cui mi occupo normalmente, ma lunedì sera è accaduta una cosa che mi ha veramente turbato. Specifico che quanto state per leggere non ha nulla a che fare con le mie convinzioni politiche, né tantomeno con l’orientamento che vorrei la gente prendesse alle prossime elezioni amministrative a Milano: è meramente un atto di accusa verso una pagina di giornalismo, se tale vogliamo definirlo, che catalogare come vergognosa configura atto benigno. Che Piazza pulita su La7 sia una trasmissione dichiaratamente di sinistra è noto a tutti da sempre, così come è nota la collocazione politica del suo presentatore, Corrado Formigli, ma una cosa è rivendicare con orgoglio la propria ideologia, un’altra è metterla al servizio di quello che è di fatto un servizio pubblico: altrimenti, arriva il Minculpop. E lunedì quest’ultimo era in servizio permanente ed effettivo sulla rete di Urbano Cairo, quando è stato mandato in onda un servizio dedicato a Stefano Pavesi, candidato della Lega Nord al municipio 8 di Milano, la cui colpa inemendabile è quella di far parte di un movimento di estrema destra chiamato Lealtà-Azione.

Bene, quell’organizzazione è molto attiva nel campo della beneficienza verso le famiglie italiane in difficoltà, nella lotta contro la pedofilia, ma non fa mistero del suo retroterra di riferimento, dando vita a iniziative come la pulizia delle tombe al campo X del cimitero Maggiore di Milano, dove riposano i morti della Repubblica sociale italiana, il ricordo di questi ultimi il 25 aprile o il “presente” per Ramelli e Pedenovi il 29 aprile di ogni anno per ricordarne il barbaro omicidio da parte dell’estrema sinistra durante gli anni di piombo nella mia città. È talmente attiva quell’organizzazione che se i suoi atti configurassero ricostituzione del partito fascista o apologia del Ventennio, immagino che la Digos sarebbe già intervenuta da tempo: invece, continuano a operare, senza che si registri un solo caso di danneggiamento o, peggio, di aggressione correlato alla sua attività.

Bene, forte della presa di posizione, legittima ancorché patetica, messa in campo dal candidato sindaco del centrodestra, Stefano Parisi, il quale ha detto che non vuole che Pavesi sia eletto perché «non voglio fascisti nelle mie liste», il buon Formigli ha mandato una sua inviata a intervistare Stefano Pavesi durante un volantinaggio al mercato e ha fatto le solite domande di rito: «Sei fascista? Ti ritrovi nelle idee fasciste?». La fantasia giornalistica al potere, roba da Pulitzer. Il candidato leghista, da par suo, ha risposto in maniera evidentemente imbarazzata e confusa, ma questo non mi pare configuri reato, salvo che nel codice Formigli, più duro di quello Rocco.

Non avendo ottenuto ciò che volevano, gli zelanti giornalisti di La7 hanno spostato le loro telecamere presso una mostra per appassionati di memorabilia belliche e militari, dove si trovava un banchetto dell’associazione di cui fa parte il candidato: i membri di Lealtà-Azione hanno chiesto di non essere inquadrati e hanno declinato l’invito a rispondere alle domande, esercitando un loro sacrosanto diritto.

Ma non si poteva chiudere così la faccenda, serviva il pezzo di carne insanguinato da lanciare agli squali mediatici. Ed ecco allora che l’inviata fa un bel giro all’interno della mostra-mercato intervistando i gestori dei vari stand, i quali confermavano come il mercato dell’oggettistica legata al Ventennio fosse molto florido. Se questo configurasse reato, immagino che la Digos avrebbe fatto chiudere la mostra e denunciato tutti gli esercenti: non lo ha fatto, era tutto in regola. Per la legge italiana, però, non per il codice Formigli. Ed ecco allora la perla finale: l’ultimo espositore intervistato è un uomo con la barba lunga, pieno di tatuaggi e che se alle prime domande sulla richiesta da parte del pubblico di bandiere con svastiche e celtiche rispondeva che ne vendeva a migliaia, sul finire sgancia la bomba H: i campi di sterminio non sono mai esistiti. Boom! Il negazionista della porta accanto, il Faurisson de noantri, il David Irving del Giambellino ha regalato a Formigli e soci lo scoop sensazionale, la pistola fumante del risorgente nazi-fascismo di cui Pavesi è l’avanguardia in Consiglio di zona a Milano: quindi, un servizio cominciato come denuncia per la presenza nelle liste della Lega di un ragazzo legato a un movimento di estrema destra, finisce con il negazionismo delle camere a gas e dell’Olocausto.

Nel mondo anglosassone, questo genere di giornalismo si chiama character assassination ed è la vera specialità dei tabloid inglesi: ovvero, si distrugge una persona con accuse più o meno vere, ma, soprattutto, creandogli attorno un contesto ad hoc che lo metta in cattiva luce. Di fatto, il servizio accomuna un ragazzo poco più che ventenne con le idee un po’ confuse e candidato alle amministrative a un poveraccio che nega l’Olocausto a una fiera di cimeli militari: che tristezza. Stefano Pavesi non ha detto una parola sull’argomento Shoah e, di fatto, nemmeno sul fascismo, essendosi definito “un patriota” (non è ancora reato esserlo, Formigli), ma alla fine del servizio di Piazza pulita il risultato è quello, vedersi accomunato a quei concetti all’interno di una testimonianza raffazzonata e con chiaro intendimento provocatorio e diffamatorio, non informativo o divulgativo.

Come ho già detto non è mia intenzione fare campagna elettorale, semplicemente trovo assurdo arrivare a un tale grado di militanza politica prestata al giornalismo. Anche perché, sapete, pochi giorni fa, per l’esattezza nel weekend, è accaduto qualcosa di molto grave a un simpatizzante di un altro movimento di estrema destra, Casapound, ancorché questi non fosse un candidato, ma solo un volontario che aiutava nel corso di un volantinaggio. Si chiama Marco ed è disabile, ma questo non ha fermato alcuni militanti dei centri sociali dal picchiarlo prima quando era in piedi e poi a terra, procurandogli una ferita alla testa e la frattura dello zigomo e dell’arcata oculare, diagnosi formulata dopo il suo ricovero in ospedale.

Come mai Formigli, avendo dato vita a uno splendido esempio di giornalismo e di denuncia dell’estremismo politico nell’Italia che si appresta a rinnovare molti, importanti consigli comunali, non ha sentito il bisogno di dire almeno una parola sull’accaduto, una condanna dell’atto e un “forza Marco!”? Bastava questo per adombrare un minimo sospetto di non faziosità, il minimo sindacale di equidistanza in favore di telecamera. Niente. Forse perché i centri sociali non si candidano? Beh, non sarebbe il primo caso di loro membri che vengono accolti nelle file della politica, basti ricordare Daniele Farina, portavoce storico del Leoncavallo che siede alla Camera e in Commissione giustizia tra le file di Sel o Luca Casarini, leader no-global ai tempi del G8 di Genova o il suo sodale Francesco Caruso, spesso e volentieri ospiti proprio a Piazza pulita come commentatori.

Ma a Formigli lunedì sera non interessava fare informazione, ma operare un killeraggio politico di ciò che a lui non piace, prendendo un ragazzo di vent’anni e gettandolo nel frullatore ideologico che ha fatto finire il servizio che lo riguardava con una rivendicazione del negazionismo della Shoah. Marshall McLuhan sarebbe sicuramente fiero di Corrado Formigli, probabilmente gli dedicherebbe anche una lezione ad hoc all’Università del Wisconsin dove ha insegnato per anni, ma resta il fatto che quella non è informazione: è propaganda. Che va bene se fai come Giulietto Chiesa, ovvero ti apri la tua televisione indipendente e ci passi solo i contenuti che vuoi tu: La7, pur non richiedendo il canone, rappresenta di fatto un servizio pubblico e lo fa egregiamente (il tg diretto da Enrico Mentana è l’unico in Italia a offrire una serissima e validissima informazione dei temi economici e finanziari, tanto è vero che lo seguo ogni sera) e un’opera di character assassination come quella andata in onda lunedì getta discredito sul lavoro di tantissimi bravi giornalisti che operano in quella emittente.

E non lo dico per appartenenza politica, visto che non voterò nemmeno il prossimo 5 giugno ma perché in un mondo sempre più violento e attraversato da pulsioni estreme, figlie anche della crisi, il passo è potenzialmente breve tra un servizio televisivo e l’istinto di qualcuno verso il ritorno al “dagli al fascista” come negli anni Settanta e Ottanta. E Formigli dovrebbe saperlo ed evitare atteggiamenti irresponsabili, perché in questo Paese c’è gente che per aver scritto un tema contro le Brigate Rosse è morto dopo giorni di agonia perché una chiave inglese, la famigerata Hazet 36, gli aveva spaccato la testa in nome dell’antifascismo militante e della non agibilità politica per l’estrema destra.

Non si scherza con queste cose, caro Formigli, tanto più che parliamo di un ragazzo di 20 anni che, se eletto, andrà in Consiglio di zona a Milano, non sarà premier o presidente della Repubblica: quanto zelo, per una carica che deciderà sì e no sui destini delle piste ciclabili. Ci pensi, caro Formigli. E, magari, quando qualche non allineato viene pestato da centro sociali o affini, gli dedichi almeno una notizia in breve, basta un bandone di sottopancia. Rosso, naturalmente. 

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