DOPO LE AMMINISTRATIVE/ Il referendum manda a casa Renzi in 4 mesi

- int. Stelio Mangiameli

Al Largo del Nazareno l’elaborazione del lutto è già cominciata. Una battuta d’arresto, quella del Pd a guida renziana, che può cambiare lo scenario politico. STELIO MANGIAMELI

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Matteo Renzi (Infophoto)

Al Largo del Nazareno l’elaborazione del lutto è già cominciata. Il Partito democratico perde Roma e Torino, che vanno al M5s, vince per un soffio a Milano, mantiene Bologna e Cagliari, perde Trieste. Questo il bilancio amaro del voto nelle città capoluogo dopo i ballottaggi di domenica. “Confermiamo che il voto ha ragioni di forte valenza territoriale ma c’è un elemento nazionale: una vittoria netta e indiscutibile nei comuni dei 5 Stelle contro di noi”, ha detto ieri Matteo Renzi, che ha aggiunto: “non è un voto di protesta ma di cambiamento”. Una battuta d’arresto, quella del Pd a guida renziana, che può cambiare lo scenario politico. “La storia insegna che ci sono sempre delle alternative politiche quando una leadership entra in crisi” è il commento del costituzionalista Stelio Mangiameli.

Professore, la sua lettura di queste amministrative 2016?

Si è confermato quanto già era apparso nel primo turno elettorale, il 5 giugno scorso, e cioè un sistema politico italiano fortemente frammentato, nel quale mancano forze in grado di catalizzare il consenso con la loro proposta e, soprattutto, incapaci di coalizzarsi per il bene del Paese.

Tra il primo e il secondo turno la maggior parte degli elettori non ha partecipato al voto, nonostante si trattasse di votare per il proprio comune. Con quali conseguenze?

E’ segno che la sfiducia nella politica adesso sta logorando soprattutto i governi locali e che questi non saranno in grado di porsi in una posizione di vera autonomia rispetto al centro.

Non è un voto di protesta — ha detto Renzi  — ma di cambiamento non solo nei comuni in cui ha vinto M5s. Ha vinto chi ha interpretato meglio l’ansia di cambiamento”. Come commenta?

In realtà chi è andato a votare, cioè la parte minore degli elettori, ha compiuto più scelte che non si possono inglobare all’interno della distinzione “protesta-cambiamento”. Al primo turno è emerso che nessuna forza politica ha una posizione maggioritaria. Domenica scorsa invece i risultati hanno mostrato azioni intelligenti e meno intelligenti degli elettori attivi. 

Prendiamo Roma e Torino.

A Torino il successo della candidata del M5s, Appendino, è indubbiamente dovuto al flusso degli elettori del centrodestra. Nel caso di Roma, poi, oltre ad una quota del Pd che già al primo turno aveva sostenuto Raggi, non credendo nel candidato del proprio partito, si è sommato il voto che al primo turno era andato soprattutto alla Meloni. In generale abbiamo assistito a comportamenti elettorali che possono apparire paradossali, perché nei sistemi a doppio turno gli spostamenti dovrebbero essere per prossimità.

Cioè?

Voto prima il mio candidato e, poi, quello più vicino politicamente al mio candidato. Invece nei casi richiamati il voto di centrodestra si è mosso per contrapposizione, per cui sono stati votati candidati certamente non vicini, ma opposti al proprio avversario, cioè Renzi.

Perché è successo? 

Perché il capo del Governo e del Pd non ha mai offerto una politica inclusiva alle altre forze politiche, neanche nel caso della riforma costituzionale che da due anni anima il dibattito politico; come se godesse di un grande consenso popolare. Mentre questo consenso non c’è e, forse, non c’è mai stato. Così, Torino e Roma, ma anche Napoli mostrano che Renzi e il suo Pd sono solo una delle tre minoranze del Paese.

 

Torniamo ai ballottaggi. I casi di Milano e Bologna non hanno rivelato, da parte dell’elettorato del M5s, la stessa determinazione degli elettori di centrodestra…

E questo ha permesso al Pd di conquistare la poltrona di sindaco di Milano e di mantenere quella di Bologna. Anche questo comportamento elettorale si presta a una considerazione politica, in quanto esprime l’inesperienza politica dell’elettorato grillino, legato ancora a considerazioni derivanti dallo stato nascente del suo movimento.

 

Guardiamo più da vicino la frammentazione. E’ possibile darne una chiave di lettura politica?

Certo. In definitiva, dal tripolarismo emerso dalle amministrative possono trarsi diversi insegnamenti per il futuro, anche se questo tripolarismo presenta ancora molti elementi di incertezza. Cominciamo da questi ultimi. Nel sistema tripolare fatto da Pd, M5s e centrodestra solo il movimento grillino sembrerebbe avere raggiunto una certa omogeneità e consistenza. Il Pd deve fare i conti con la minoranza interna, cha da qui ad ottobre, sul referendum costituzionale, può giocare una partita importante in termini di consenso. Il centrodestra invece, che va tanto fiero del risultato di Milano, non ha ancora risolto le sue contraddizioni interne e ha un problema di leadership.

 

C’è sempre Berlusconi.

Ma a prescindere dalla sua salute, il suo prestigio politico è in crisi, le sue decisioni sono appannate e spesso sembrano porsi in contiguità con Renzi, come se ci fosse ancora il patto del Nazareno.

 

E la lezione del tripolarismo qual è?

Se si consolidano i tre poli occorrerebbe subito rimetter mano alla legge elettorale. Con tre poli, infatti, l’Italicum consegnerebbe il governo del Paese, inesorabilmente, a una minoranza che sarebbe avversata con tutti i mezzi dalla maggioranza e ciò sarebbe aggravato dal consolidarsi per un verso della personalizzazione della politica, e per l’altro della prassi di voto al ballottaggio per contrapposizione, che è l’unico modo per sconfiggere la personalizzazione politica.

 

Come dire: il nemico del mio nemico è mio amico. Dunque il voto di domenica è stato un rigetto della personalizzazione politica imposta del premier.

Certo. Tornando al discorso che ci interessa, il governo ha bisogno di una maggioranza autentica nelle Camere e nel paese, o di qualcosa che sia molto prossimo a questa maggioranza. Questo esige la democrazia; e l’Italicum, soprattutto se dovesse passare indenne dalla Corte costituzionale, non è in grado di garantirlo. 

 

Allo stato delle cose Renzi può cambiare strategia oppure l’idea stessa di un ripensamento non è possibile?

Credo proprio che Renzi sia andato ormai molto oltre: “asfaltare” gli avversari e usare il “lanciafiamme” all’interno del proprio partito non lo rendono politicamente simpatico ad avversari e compagni di partito. Inoltre, a parte il linguaggio violento, le promesse di ripresa sono rimaste tali, per via soprattutto dei molti errori compiuti nella gestione dei diversi dossier; infine la sua immagine internazionale è meno pregnante di quanto qualcuno pensi, soprattutto se continua a smanettare con lo smartphone mentre è in compagnia degli altri capi di stato.

 

E nel caso specifico del referendum?

Adesso è passato nell’immaginario collettivo che se il referendum costituzionale avrà un esito negativo, Renzi ha promesso che si dimette, per cui torna il gioco di contrapposizione e a ottobre chi vota “no” non avrebbe neppure bisogno di distinguersi politicamente. Renzi, però, potrebbe aiutare ancora di più i propri avversari se continua a dire che lui è il cambiamento e che se non è approvata la riforma costituzionale vincono le forze della conservazione. 

 

Catalizzando gli avversari che puntano sul tema della salvaguardia della democrazia in Italia.

Appunto. Democrazia alquanto offesa da un presidente del Consiglio che non è sinora mai passato da una elezione politica generale, ma da mezze elezioni: europee, regionali, amministrative e queste ultime le ha pure perse. 

 

Lei cosa pensa della riforma?

Sconvolge la rappresentanza politica democraticamente eletta. Era più semplice dimezzare il numero dei deputati e dei senatori e dimezzare le loro indennità.

 

Intanto, l’Italicum continua ad essere il motore immobile della politica renziana. L’indisponibilità a cambiarlo è totale. 

Se Renzi accettasse delle modifiche all’Italicum, anche solo semplicemente per eliminare i capilista nominati e prevedere una soglia minima (30 per cento) per consentire alle prime due liste di andare al ballottaggio, farebbe un servizio al Paese. Il fatto che abbia trasformato questa legge elettorale in un totem potrà solo ritorcersi contro di lui.

 

Uno dei principali mantra della politica italiana dal patto del Nazareno a questa parte è che “a Renzi non c’è alternativa”. Ma è vero? Gli italiani a giudicare dal voto di domenica non sembrano molto d’accordo. 

La storia insegna che ci sono sempre delle alternative politiche quando una leadership entra in crisi. La sensazione che Renzi fosse l’ultima spiaggia della politica italiana deriva dalla circostanza che l’intero Parlamento era, a gennaio del 2014, totalmente delegittimato dalla sentenza della Corte costituzionale sulla legge elettorale e che lui si presentava fresco con la legittimazione delle primarie del partito per la carica di segretario. Già nel 2015 è stato evidente che eravamo andati oltre l’ultima spiaggia e che diverse alternative si profilavano all’orizzonte, come quella del M5s; inoltre, la legittimazione delle primarie ha mostrato di essere poca cosa e si è logorata in fretta.

 

“Siamo pronti a governare” ha detto ieri Grillo.  

I grillini sono all’orizzonte, ma che siano pronti a governare, come vanno dicendo, è ancora tutto da dimostrare; anzi, all’apparenza sembrano destinati a commettere gli stessi errori già commessi da Renzi o, forse, ancora più gravi.

 

Resta il problema dell’alternativa. Da dove si prendono i politici?

Uno dei compiti dei partiti politici di governo è sapere selezionare classe dirigente e avere una panchina lunga di collaboratori esperti provenienti dalla società civile. Non mi pare che sinora il M5s abbia mostrato di possedere entrambe queste doti.

 

Cosa accadrebbe se Renzi fallisse la prova del referendum? Ci sarebbe il baratro?

Al contrario. Ci sarebbe il ritorno della politica e si potrebbe discutere di legge elettorale e riforma della Costituzione in un modo diverso. Con molta probabilità si formerebbe un governo diverso, con una figura istituzionale che faccia rispettare all’Italia i vincoli europei e che la porti al voto già nel 2017, oppure alla scadenza naturale nel 2018.

(Federico Ferraù)

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