SCONFITTA PD/ Chiti: le elezioni non si vincono a suon di tweet

- int. Vannino Chiti

Per VANNINO CHITI, il vero problema non è il doppio ruolo di Matteo Renzi, ma il fatto che il segretario non può essere scelto da primarie cui partecipano anche i non iscritti

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“Il Pd ha perso le elezioni comunali perché non ha saputo ascoltare gli italiani. Il vero problema non è il doppio ruolo di Matteo Renzi, come segretario e presidente del Consiglio, ma il fatto che il segretario non può essere scelto da primarie cui partecipano anche i non iscritti”. Lo evidenzia Vannino Chiti, senatore del Pd, ex ministro per le Riforme istituzionali ed ex presidente della Regione Toscana. Venerdì è prevista la direzione del Pd per discutere dei risultati delle comunali. Nel frattempo Pier Luigi Bersani parlando ad Agorà sui Rai3 ha detto: “Le amministrative le ha perse il Pd, a me non piace caricare addosso a una persona sola. Certo, chi guida deve avere l’umiltà di riflettere. Abbiamo perso perché abbiamo perso il contatto con la realtà che non è quella che Renzi ci sta raccontando. E non è quella che ci raccontano i troppi amici, ci son troppi applausi in giro”.

Senatore Chiti, qual è la sua lettura politica dei risultati di queste comunali?

Ci sono alcuni mondi che hanno sempre guardato alla sinistra democratica con partecipazione: penso agli strati più poveri, al mondo del lavoro e della scuola, alla pubblica amministrazione. Questi mondi ora stanno registrando aspetti di distacco nei confronti del Pd che si manifesta nel non voto. Dobbiamo interrogarci sulle politiche che noi abbiamo fatto e sul fatto che l’attuazione delle riforme sia stata o meno adeguata, perché l’attuazione stessa è decisiva quanto la riforma.

Secondo lei che cosa occorre cambiare?

Lo stesso governo regionale e locale necessita di innovazioni. Non si tratta semplicemente di cambiare le persone, ma occorrono cambiamenti culturali e politici. Poiché le risorse sono minori, dobbiamo dare priorità a temi come il sostegno ai più poveri, i servizi sociali, la salute, l’istruzione e la vivibilità delle città. Dobbiamo farlo raggiungendo un’efficienza che si fondi sulla partecipazione, e non contro di essa. Vanno sviluppate e messe in pratica le innovazioni ideate negli anni 2000 sul ruolo del sociale e del volontariato, cioè la sussidiarietà. Invece di tagliare i servizi, occorre fare di sussidiarietà e programmazione un grande volano di intervento.

Chi beneficia della crisi del Pd è soprattutto M5s. Come recuperare i voti persi?

C’è un dato di fondo che riguarda una sfiducia nei confronti della politica e i populismi che contestano la democrazia rappresentativa. Questi sentimenti stanno attraversando l’Europa, ma trovano espressione anche negli Usa attraverso le posizioni di Donald Trump. Posto questo problema, uno deve dire: “Se io appartengo alla sinistra democratica, che cosa devo fare per recuperare la fiducia dei cittadini?”. Io penso che non siano sufficienti i tweet e la comunicazione, ma che si debbano porre questioni più profonde come le politiche per assicurare il diritto al lavoro e condizioni di maggiore vivibilità nelle periferie.

In concreto che cosa si può fare?

Partendo dalla sfiducia si tratta cioè di porsi questioni positive. Anziché rinchiuderci nel fortilizio istituzionale, occorre il coraggio di rinnovare i servizi che consentano alle persone di realizzarsi. Alla sfiducia bisogna quindi rispondere con programmi concreti e con grandi valori. Basti pensare a quello che hanno compiuto Benedetto XVI e Papa Francesco nella Chiesa cattolica. La Chiesa è stata attraversata da contestazioni e momenti di sfiducia, come le vicende della pedofilia, eppure gli ultimi due Papi sono stati in grado di rispondere a queste sfide.

 

Per Bersani, il Pd ha perso alle Comunali perché “noi appariamo troppo spesso quelli dell’establishment”. Non è inevitabile per un partito di governo?

E’ chiaro che un partito di governo rappresenta le istituzioni. Si può però svolgere una funzione di governo incontrando popolazioni e cittadini, oppure chiudendosi nei palazzi delle istituzioni e pensando che per comunicare bastino Twitter e la tv. C’è una comunicazione fatta di rapporto diretto. Se guardo ai membri del governo, il presidente del consiglio e qualche ministro incontrano le persone, mentre molti altri considerano questo aspetto come non rilevante.

 

Venerdì c’è la direzione del Pd. Che cosa cambierà nel partito dopo questo voto?

Mi aspetto che ci sia una discussione seria, perché nessuno di noi ha la verità rivelata in tasca. Questa discussione deve riguardare la lettura del voto, i segnali che emergono, quello che dovremmo fare per rispondervi. Occorre inoltre fare uno sforzo per vedere se nelle analisi ci sono dei punti in comune, nonché se nella discussione individuiamo azioni, obiettivi e metodi per realizzarle. Questo si aspetta la gente da noi, e non che si cominci la discussione dagli organigrammi.

 

Il problema è il doppio incarico premier-segretario di Renzi?

No, il problema non è il doppio incarico di Renzi, bensì chi debba eleggere gli organismi dirigenti di un partito. Io sono d’accordo sul fatto che ci siano le Primarie, ma vorrei che fossero previste e regolamentate dalla legge. Quando si sceglie un candidato sindaco, un presidente di regione o un premier, è giusto avere le Primarie cui partecipino anche i cittadini non iscritti ma che si riconoscono in una coalizione. Ma quando si fa un Congresso sulle direzioni regionali e nazionale, cioè sui segretari, è giusto che chi partecipa siano gli iscritti, altrimenti non c’è differenziazione di ruolo.

 

(Pietro Vernizzi)

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