SPILLO/ Chi “ha fatto” Renzi ora minaccia di distruggerlo

- Sergio Luciano

Oltre che con il risultato delle Amministrative 2016, Matteo Renzi deve fare i conti con una sentenza della Corte Costituzionale decisamente scomoda. Ce ne parla SERGIO LUCIANO

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Immagine di archivio (infophoto)

Alla Consulta non lo amano. Dopo la batosta sul blocco dell’adeguamento delle pensioni, che indusse Renzi a riscrivere la norma ammorbidendola con una modifica a sua volta oggi nel mirino di una valanga di ricorsi, la Corte costituzionale – con una sentenza depositata il 6 giugno – ha sferrato una nuova mazzata sui conti pubblici, bocciando una manovra del governo Monti che tagliava di ben 7,2 miliardi i trasferimenti dallo Stato agli enti locali. E lanciando quindi un’altra patata bollentissima sulla scrivania del nuovo inquilino di palazzo Chigi, che dovrà ora correre ai ripari.

In poche righe il concetto-chiave dell’ennesima bega tra diritto costituzionale e prassi di governo: la Consulta ha bocciato la norma di Monti contestandone la definizione unilaterale, cioè senza il concerto preventivo con gli enti-bersaglio e stroncando anche nel merito le modalità seguite dal governo del Professore per calcolare l’entità dei tagli, modalità che per gli Ermellini sono, se non strettamente illegittime, certo da correggere, ancora, con la preventiva condivisione delle nuove regole con i Comuni vittima dei tagli, il che non è stato fatto.

È la Costituzione, bellezza, e i principi che i Magistrati supremi considerano violati non rientrano neanche tra i tanti di cui il referendum confermativo di ottobre dovrebbe ratificare l’abolizione o il cambiamento. La norma va rifatta e bene, e quanto prima: o altrimenti i 7,2 miliardi che Monti voleva risparmiare torneranno sul già piegato groppone della spesa pubblica…

Non vi è un nesso logico né funzionale tra le due cose, eppure questa ulteriore grana economica si salda concettualmente con la crisi che il primo turno delle amministrative ha rivelato nel rapporto più delicato che un leader di governo possa affrontare: quello con gli enti locali e, più in generale, con i territori.

È un tema sdrucciolevole, per Renzi: in assoluta controtendenza – peraltro – con la storia del partito che esprime oggi in lui il proprio vertice, cioè il Pd. Tradizionalmente, il Pd – e prima di esso i Ds e prima ancora il Pds e prima ancora il Pc – viveva il suo “centralismo democratico” come una liturgia democratica che saldava il centro con la periferia. In concreto, a comandare era sempre Botteghe Oscure, senza se e senza ma. Però lo faceva rispettando rituali di dibattito e condivisione delle scelte tra la segreteria nazionale e quelle locali che sembravano obsoleti, ma erano in realtà ancora molto apprezzati…

Oggi, nell’impaziente dna del giovane premier non c’è la categoria mentale della concertazione, del negoziato. C’è la categoria mentale del “fare, e poi si vede”. E c’è la visibile, e anzi dichiarata, insofferenza per quei “corpi intermedi” che inizialmente erano soltanto le associazioni di categoria, i sindacati, le camere di commercio, le banche popolari, ma oggi si sono rivelate essere anche le sezioni locali del partito, con la loro piccola o grande capacità di selezionare il personale politico e sostenerlo nelle sfide elettorali.

La foga avocatrice del giovane leader ha disintermediato le articolazioni territoriali del Pd e si è rivolta direttamente al corpo elettorale, totalizzando però nel primo turno delle amministrative uno smacco con pochi precedenti, che si quantifica in un rotondo 22% di consensi perduti.

Contemporaneamente, alla prova della Consulta, Renzi sa di non poter contare pienamente sulla solidarietà dei suoi uomini negli enti locali. Se i giudici costituzionali si pronunciano a favore dei Comuni su una questione cruciale come quella dei trasferimenti finanziari dal centro alla periferia, costringendo così il governo a riscrivere la norma certamente sforzandosi di trovare il modo per aggirare i rilievi della Corte senza rinunciare ai risparmi (ben 7,2 miliardi!) ormai contabilizzati nei bilanci pubblici, ebbene: si può star sicuri che i Comuni non agevoleranno l’opera al governo, nemmeno quelli di sinistra, neanche quelli guidati da gente nei secoli fedele come Piero Fassino a Torino.

Il territorio che, nel distretto fiorentino, ha coltivato il fiore di serra Renzi, è lo stesso potente fattore che oggi lo minaccia sia sul piano strettamente politico-elettorale, con le sconfitte brucianti di Napoli e Roma e con il rischio concreto della sconfitta milanese; sia sul piano delicatissimo della finanza pubblica.

E del resto, proprio su quest’ultimo piano, gli enti locali un’altra battaglia – se non la guerra: speriamo! – l’hanno già vinta ottenendo la sostanziale stasi di una spending review ormai giunta proprio sulla porta dei Comuni. Già, perché nei piani originari delle ottimizzazioni della spesa pubblica promesse nel programma del Pd da Renzi, sarebbe giunta ormai l’ora di spazzare via la miriade di inefficienti e scialacquatrici centrali d’acquisto locali, obbligandole a concentrarsi in appena una trentina, tutte modellate sulle regole operativi e i parametri della romanissima (ed efficiente) Consip. Ma da quest’orecchio sindaci e governatori non ci sentono e, a prescindere dal colore, stanno in ogni modo difendendo la loro autonomia di spesa.

L’altro fronte su cui il programma del governo segna il passo è quello del disboscamento delle 9000 società municipali, in troppi casi pure e semplici sacche di parassitismo: ma anche qui, non c’è comune militanza di partito che tenga di fronte alla determinazione della maggior parte dei sindaci di tenersi ben strette queste zone franche di sottopotere.

Dunque se il territorio ha fatto Renzi, oggi lo stesso territorio minaccia di distruggerlo. Lui è troppo furbo per non saperlo perfettamente. Da gran giocatore qual è, ha tentato il bluff, ma la sconfitta elettorale gli è suonata come un campanello d’allarme. E la batosta della Consulta è stata solo la ciliegina sulla torta del “male oscuro” del Renzi leader nazionale.

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