SCENARIO/ La nuova strategia di Matteo per restare in sella

Renzi manda Gentiloni davanti alle telecamere della Bbc a dire che se vincerà il No, resterà al suo posto. Come cambia la partita del referendum? Il commento di GIANNI CREDIT

12.07.2016 - Gianni Credit
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Matteo Renzi con Alexis Tsipras (LaPresse)

Dunque il premier Matteo Renzi non intende dimettersi in caso di no al referendum sulla riforma del Senato. Per la verità il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni si è detto fiducioso che il Sì vincerà, ma quel che conta è che abbia affrontato la questione ieri ad “Hard talk” della Bbc, cioè sul luogo del delitto: quello perpetrato da Brexit contro il premier britannico David Cameron.
Quest’ultimo aveva negato di volersi dimettere in caso di vittoria del Leave. Ma il giorno dopo il voto su Brexit, all’ora del breakfast, si è subito ritrovato a rimettere il mandato in diretta tv davanti a Downing Street, con la moglie Samantha al fianco.
Un anno fa, in questi giorni di piena estate, il premier greco Alexis Tsipras indiceva un referendum a tamburo battente “Sì o No” sulle condizioni che Bruxelles voleva imporre ad Atene per restare nella Ue. Disse che avrebbe dato dimissioni immediate in caso di vittoria del Sì pro-Ue. Vinse il No — cioè lui — e arrivarono immediate le dimissioni di Yanis Varoufakis: il suo ministro delle Finanze assurto per qualche mese al ruolo “pop” di testimonial globale dell’anti-merkelismo. Tsipras, dal canto suo, tornò senza problemi al tavolo con il cancelliere tedesco: fece fare due notti bianche al Consiglio dei capi di Stato e di governo Ue, ma alla fine sottoscrisse tutto o quasi il “contratto tecnocratico” con la Ue. Oggi è ancora al suo posto.  
Quasi mezzo secolo fa, nella primavera del 1969, il presidente francese Charles De Gaulle — fondatore dell’Europa nel dopoguerra e irriducibile avversario dell’ingresso della Gran Bretagna nel Mec — s’impuntò a indire un referendum su alcune riforme istituzionali di second’ordine (tra di esse un riassetto del Senato, storicamente poco rilevante nell’architettura costituzionale francese). Il vecchio generale-presidente disse che si sarebbe dimesso in caso di sconfitta: e lo fece. Il motivo vero di un passo che segnò la fine di un’epoca fu la percezione chiara, da parte di De Gaulle, che la Francia del dopo-maggio ’68 si era definitivamente staccata da lui. Comunque se ne andò — anche se poteva non farlo — e morì l’anno dopo.
Cosa accadrà ora — davvero — a Renzi e al suo referendum? Come è già accaduto per Brexit e prevedibilmente ancora accadrà, ciò che rileva non è l’esito puntuale, il “qui e ora” del voto. Ciò che è contato e ancora conterà è l’uso della scadenza elettorale prima e dopo.
Il referendum Brexit è stato inventato nel 2014 da Cameron per pararsi il fianco alle elezioni generali: per contenere l’Ukip di Nigel Farage (un mix di “leghismo e di “grillismo” d’Oltremanica). Dopo il referendum Farage è saltato come un birillo assieme a Boris Johnson, successore designato di Cameron; idem Michael Gove, rivale-traditore di Johnson, come anche il leader dell’opposizione laburista Jeremy Corbyn. 

Cameron, per la verità, ha dato dimissioni a termine: utili per pilotare nell’immediato sia la successione interna fra i tory (l’anti-Brexit Theresa May), sia soprattutto la gestione esterna del dopo-Brexit (cioè il probabile tentativo di correggere/sconfessare la pronuncia referendaria e negoziare la permanenza di Londra nella Ue).
Anche la narrazione referendaria di Renzi è cambiata nel dopo-Brexit: con risvolti sorprendenti, anche se abbastanza leggibili nel “discorso politico” renziano. Il leader frondista ai limiti del ribellismo nella Ue tecnocratica — nei giorni di una trattativa decisiva sui salvataggi bancari — si atteggia a paladino della governabilità, a sostenitore delle “sorti progressive” delle più o meno vecchie democrazie europee. Lo fa nei giorni decisivi delle felpate trattative sui salvataggi bancari in Europa e all’indomani dell’arrivo dei cosacchi a Cinque Stelle in Campidoglio: spina nel fianco per Renzi, per i nordeuropei possono essere più minacciosi dei migranti siriani alle frontiere meridionali.
Su un altro versante il premier messo sulla graticola dal referendum “minore” sulle trivelle, dal voto amministrativo, ora anche dai sondaggi di Repubblica, rovescia il barbecue: non sono io a dover temere il no alle “grandi riforme”; al bivio ci siete voi italiani: avete visto dov’è finita la gloriosa sterlina? E le banche in fuga dalla City? E le case di Londra vendute a prezzi stracciati a extra-europei con le banconote in valigetta? Volete davvero votare No, votarmi contro? Accomodatevi. Io non me ne andrò. Cioè: oggi dico che non me andrò se eccetera eccetera eccetera. Poi vediamo come rotoleranno i dadi, quali carte verranno scartare da chi, quando e come.
Chi saranno, attorno al referendum italiano, i Johnson, i Farage e i Corbyn? E cosa farà — come “vincerà” o come “perderà” — Renzi-Cameron?



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