BERSANELLUM?/ Renzi conta sulle divisioni del Pd per fare l’arbitro

- Anselmo Del Duca

La minoranza Pd ha deciso di rompere gli indugi e di avanzare una proposta di riforma dell’Italicum, già ribattezzata Bersanellum. Cosa farà Renzi? ANSELMO DEL DUCA

voto_fiducia_leggeR439
LaPresse

“Combinato disposto”: sta in queste due paroline la chiave di volta del dibattito sul referendum confermativo della riforma costituzionale. Per troppi l’effetto congiunto del disegno di legge Boschi e della legge elettorale (estranea alla consultazione) è insopportabile, sbilancia l’equilibrio fra i poteri e — di conseguenza — è da bocciare.
Massimo D’Alema, con il suo annunciato no alla revisione della carta fondamentale, è solo la punta di un iceberg. Il fronte contrario è ampio e variegato, da Sinistra Italiana a M5s, dalla Lega a Forza Italia. E va a intersecarsi con un altro fronte — non coincidente — che spinge per una modifica dell’Italicum in modo da rendere più tollerabile la riforma targata Boschi-Renzi, in cui sono in prima fila i centristi di Ncd e Udc, oltre agli oppositori interni del premier-segretario.
La minoranza Pd ha deciso di rompere gli indugi e di avanzare una proposta già ribattezzata “Bersanellum”, perché nasce con la benedizione dell’ex segretario, Pier Luigi Bersani. Federico Fornaro, che ne è l’estensione insieme ad Andrea Giorgis, in un’intervista al sussidiario lega senza troppi giri di parole il sì dell’opposizione democratica al referendum a una concreta disponibilità di Renzi a rivedere l’Italicum.
Per il premier sarebbe però un boccone amaro da digerire, perché implicherebbe la rinuncia alla certezza di avere un vincitore la sera stessa del voto, uno dei mantra renziani di maggior successo. L’assunto da cui muove la minoranza è che questo è il prezzo da pagare per avere più rappresentanza: inaccettabile che un singolo partito con il 25% al primo turno possa avere al ballottaggio un premio di maggioranza talmente grande da arrivare al 55% dei seggi. Via il ballottaggio, quindi, e se nessuno dovesse superare una soglia elevata (il 38-40%), niente premio di maggioranza, con il governo che si dovrebbe formare in parlamento. Tra i vantaggi del “Bersanellum”, secondo i promotori che scopriranno le carte martedì, ci sarebbe anche quello di porre un freno ai 5 Stelle, altrimenti super favoriti dal meccanismo infernale dell’Italicum, come si è visto dall’esito dei ballottaggi delle comunali di giugno, 19 vittorie su 20 contese in cui era presente un candidato grillino al secondo turno.
Basteranno questi due vantaggi per aprire una breccia nel fortino renziano? Dubitarne è lecito, vista anche la prima risposta del ministro per le Riforme istituzionali. “L’Italicum funziona”, ha scandito ancora una volta Maria Elena Boschi, lasciando però la porta aperta al confronto sulla proposta della minoranza. Requisito essenziale però è il costituirsi di una maggioranza in parlamento (in Senato, in particolare) intorno a una proposta di modifica della legge elettorale che è entrata in vigore formalmente solo il primo luglio scorso. Non solo la Boschi, ma anche Guerini e Renzi negli ultimi venti giorni hanno ripetuto che il parlamento è sovrano, e che se c’è un’ampia condivisione si può discutere.

L’onere della prova si rovescia — di conseguenza — sui proponenti del “Bersanellum”: sta a loro, almeno in prima battuta, far emergere disponibilità trasversali sulla loro proposta. Uno scenario su cui è lecito avanzare ben più di un dubbio, dal momento che le richieste di modifica dell’Italicum divergono in modo sostanziale. Se tutto il centrodestra preme per spostare il premio di maggioranza dal partito più votato alla coalizione, idea condivisa anche dai centristi, altre istanze chiedono il ritorno integrale delle preferenze, cancellando i capilista bloccati, anche per assecondare il dettato della Corte costituzionale. E’ lampante che non si tratta della stessa direzione auspicata da Fornaro e Giorgis.
Alla fine, con ogni probabilità, il pallino rimarrà nelle mani di Renzi. Starà a lui vedere la convenienza di ritoccare l’Italicum. E le frasi di non completa chiusura dei giorni scorsi fanno capire che questa valutazione è in corso. Potrebbe essere questo il prezzo da pagare per avere un Pd unito al referendum, visto che i sondaggi danno incerta la battaglia: secondo Nicola Piepoli i Sì sarebbero al 51% oggi, contro il 62% del 9 maggio, mentre secondo Euromedia di Alessandra Ghisleri i No stanno aumentando il vantaggio, pur in presenza di un’elevatissima quota di indecisi.
Sarà dunque il premier segretario a decidere, secondo la propria utilità, giocando anche su un fattore tutt’altro che da trascurare: la partita della revisione della legge elettorale si aprirebbe solamente dopo la celebrazione del referendum costituzionale, non prima. Sulla base del risultato qualunque promessa potrebbe essere nuovamente ponderata: profonda revisione dell’Italicum in caso di risicata affermazione del Sì, nessun ritocco, se la consultazione dovesse essere un trionfo.
In un solo scenario la modifica è data per assolutamente certa: la sconfitta di Renzi e la bocciatura del disegno di legge Boschi. In quel caso bisognerebbe armonizzare le regole per la scelta dei deputati con quelle per i senatori. Ma probabilmente in quel caso la partita non sarebbe più gestita dall’attuale premier.



© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori