SCENARIO/ E se fossero le banche (non il referendum) a “licenziare” Renzi?

- Gianluigi Da Rold

I dati relativi all’andamento dell’economia italiana sono abbastanza confusi, per come vengono presentati. Un motivo c’è: meglio tacerli, conviene a chi ci governa. GIANLUIGI DA ROLD

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Pier Carlo Padoan (Lapresse)

I dati relativi all’andamento dell’economia italiana nell’ultimo mese sono abbastanza confusi, per come vengono riportati dai notiziari televisivi. Forse è la monotonia dei numeri che definiscono un continuo stato di crisi a sconsigliarne la messa in onda per non abbassare i già scarsi ascolti. Si è comunque riusciti a sapere che l’occupazione è cresciuta dello 0,1 per cento (non proprio un balzo, dato che il mese scorso era avanzata del più 0,3), ma in compenso l’inflazione non si muove e siamo in perfetta deflazione. Ci sarebbe una nota più negativa, relativa alla sfiducia crescente di famiglie e imprese. E la crescita? La mitica crescita, oggetto di tutta la nostra attenzione? Bisognerà aspettare il 12 agosto per saperne l’andamento preciso. Ma al momento non c’è nulla di esaltante. Non saremo ancora allo 0 virgola?
Nel frattempo ieri, in Borsa, è arrivata un’altra botta, soprattutto per i titoli bancari, quello del Monte dei Paschi di Siena in particolare: meno 19 per cento. Persino il presidente di Consob, l’acuto Giuseppe Vegas, ha deciso che non si possono più fare operazioni di vendita alla scoperto.
Quante coincidenze in questo Mps! Circa otto anni fa, mentre già esplodeva la crisi finanziaria, Mps, la grande banca storica della sinistra italiana, era impegnata in una scalata “demenziale” su Antonveneta. Riuscì a perdere miliardi di euro e a farne guadagnare qualcuno di plusvalenza al Santander. Ovviamente di quel fatto non parla più nessuno. Ma forse era già l’effetto della futura Brexit?
Mps è assediata dai cosiddetti crediti “problematici” o “incagliati” e incalzata da lettere della Bce. Si cambiano dirigenti, ma la crisi non passa. Alessandro Profumo, ad esempio, oggi all’Eni, è stato per tre anni in Mps dopo una conclusione “piuttosto amara” (non per lui, ovviamente, da un punto di vista economico personale) in Unicredit, ma non è cambiato molto. Il potere di questi “fenomeni della finanza” deve essersi inaridito. Pensare al Profumo dei primi anni Duemila, che attacca Mediobanca e riesce a ribaltarla con lo scopo di “realizzare più valore”, fa oggi quasi sorridere amaramente.
Ma la classifica delle previsioni sbagliate è lunga. Si va dagli americani che “avevano risolto i problemi dei cicli, diventati ormai dettagli” (Bernanke, Lucas) al professor Giavazzi che nell’agosto del 2007 prevedeva il superamento della crisi dei subprimes “nel giro di due mesi” (Corriere, agosto 2007), al professor Mario Monti (premio von Hayek 2005!) che ha cominciato a vedere “la luce in fondo al tunnel” nell’agosto del 2012 e deve esserne stato abbagliato.
Poi tanti altri ottimisti che se la prendono con i “gufi” e i pessimisti di ogni genere. Tra un po’ si arriverà al termine “sabotatore”, per chi non vede sviluppi maestosi e “ripartenze” economiche. Noi ci permettiamo di dire che il film indicato a questa schiera di preveggenti “alchimisti” sarebbe “Tre passi nel delirio”.

La crisi infatti continua ad andare avanti con una monotonia esasperante (ha coperto un arco storico di due guerre mondiali) e non salva nessuno in un mondo dove la classe dirigente è completamente scomparsa, dopo aver compiuto un epocale fallimento storico. Nel giro di sei anni, in Italia, è raddoppiato il numero dei disoccupati e dei poveri, con un ceto medio sempre più in difficoltà e sempre più disinteressato alla politica o, sarebbe meglio dire, alla cosa pubblica. In più gli investimenti sono crollati del 30 per cento.
E’ così strano che a questo punto, persino nel partito di governo, il Pd, esponenti non della minoranza classica, ma personaggi come Piero Fassino e Dario Franceschini facciano puntualizzazioni di carattere sociale e politico per modificare, correggere la linea del partito? Il segretario naturalmente alza i toni, invita tutti al referendum costituzionale diventato una sorta di “ordalia” e attacca tutto e tutti, ma prevedendo con una sicumera degna di miglior causa che sarà quella riforma a far ripartire l’Italia. Con le riforme costituzionali, con l’Italicum, con un Senato ridotto e incomprensibile e poi con altri interventi ripartirebbe tutto: lavoro, occupazione, investimenti e chi ne ha più ne metta.
Intorno a questa sorta di “pifferaio magico”, che ripete il suo show nella direzione di un partito che, in fondo, non è mai appartenuto alla vera storia del riformismo italiano, si muove una corte di “pretoriani” che fanno da coro e un ineffabile ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, che ha “fiducia nei fondamentali dell’economia italiana”.
E’ vero, al momento non ci sono alternative. Non solo in Italia, ma anche nella stessa confusa Unione Europea, con un presidente di Commissione che sembra un croupier di casinò più che un leader politico e con di fronte una serie di scadenze che mettono i brividi: elezioni da ripetere in Austria, referendum in Ungheria sugli immigrati, votazioni in Francia. Dimenticata la Grecia, non si sa ancora che cosa accadrà in Spagna. Non dimenticando che poi, in autunno, si andrà a votare negli Stati Uniti. Forse per alcuni è un dettaglio.
Eppure questa classe politica, nazionale, europea e internazionale, riesce a farsi letteralmente governare dagli stati maggiori della finanza e non fa nulla per modificare questa situazione.
Sarebbe ad esempio interessante vedere quali sono state le manovre del fondo BlackRock durante i giorni del referendum sulla Brexit. Forse si scoprirebbero sorprese impensabili, oppure facilmente intuibili, come fanno capire alcuni operatori di Borsa, indicando operazioni di cinico depistaggio nei sondaggi, di rialzo e di ribasso. Basta guadagnare, basta continuare ad allargare la forbice sociale tra ricchi (sempre più pochi) e poveri (sempre più numerosi).

Se si va alla sostanza del problema in Italia, si può notare che esiste una sorta di Gauleiter che prende direttive dalla Germania (altro che correzioni di linea, se non dichiarazioni in libertà), una finanza estera che indica le direttive, una sequenza di episodi di “tangentopoli” neanche fosse un teleromanzo a puntate che dura da 25 anni. Il quadro di fondo rimane una crisi continua e perenne, con piccoli risultati che non vengono affatto percepiti, che alimentano le ricchezze degli speculatori finanziari, che valorizzano il ruolo dei magistrati e spostano le promesse, ormai, sugli alternativi del Movimento 5 Stelle.
Dalla famosa “rivoluzione di velluto” del pool milanese fino alla “rivoluzione gentile” del Grillo-pensiero, è uno spettacolo italiano che fa accapponare la pelle.
Poi c’è il quadro europeo e internazionale. Limitiamoci solo alla crisi economica. Se tutte le ricette usate sinora sono andate male, è possibile che prima di arrivare a una rivolta sociale, ci sia una parte di classe politica che proponga ricette diverse? Forse non è il caso di ripensare a quel modello liberista, privatista e mercatista che ha tanto spopolato ed entusiasmato negli anni Novanta e che non riesce più a far decollare l’economia mondiale?

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