REFERENDUM COSTITUZIONALE/ Il nuovo centralismo di una riforma che nasce di parte

- Paolo De Carli

Il nuovo testo costituzionale, più che riformare le autonomie, le annulla. Disapplica il principio di sussidiarietà e introduce un dirigismo finora sconosciuto. PAOLO DE CARLI

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Matteo Renzi (Lapresse)

Secondo di due articoli. Leggi qui il primo articolo (ndr).

Il secondo contenuto principale del progetto di revisione costituzionale è dato da un drastico ridimensionamento delle autonomie locali e in particolare delle autonomie regionali che toglie ogni valore alla riforma costituzionale Amato-D’Alema del Titolo V del 2001 (pure approvata allora in sede di referendum popolare). La principale ragione addotta dai riformatori è quella dell’incapacità delle Regioni in tema di spending review.

Si opera in questa seconda parte della riforma un taglio amplissimo delle competenze legislative regionali, l’abolizione delle competenze concorrenti e l’attribuzione allo Stato, nelle più importati materie già di competenza regionale, della competenza esclusiva a dettare le “disposizioni generali e comuni”; viene anche reintrodotta la cosiddetta “clausola di supremazia dello Stato” allorché lo richieda la tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica ovvero la tutela dell’interesse nazionale. 

Il nuovo testo costituzionale, più che riformare le autonomie, in sostanza le annulla. La drastica riduzione delle competenze legislative autonome, l’introduzione di un amplissimo potere di intromissione legislativa dello Stato, il mantenimento del legame privilegiato Stato-Comuni, la disapplicazione pratica del principio di sussidiarietà, l’impotenza del nuovo Senato impossibilitato a rappresentare le autonomie sono ingredienti idonei a svuotare dall’interno il concetto di autonomia. A seguito della riforma si otterrebbe il risultato pratico di uno Stato con una organizzazione amministrativamente decentrata, più dirigista e più burocratica. Le Regioni, i Comuni e le Città metropolitane sarebbero snodi di quell’organizzazione decentrata tutti con una dipendenza diretta dallo Stato. 

Non è vero che la maggiore autonomia sia causa di maggiore spesa pubblica. Si pensi al caso lombardo che, a parte le questioni cadute sotto l’esame della magistratura e che qui non si vogliono commentare, è un esempio di utilizzo integrale dello spazio di autonomia e che ha dato complessivamente risultati fortemente positivi con la creazione di molti centri privati e pubblici di assoluta eccellenza e con un bilancio non certamente paragonabile alle diverse Regioni maggiormente burocratizzate e che hanno accusato gravi disavanzi. Come ha detto molto bene Giorgio Vittadini su queste pagine (26 maggio 2016): “In sostanza ricentralizzando tutto, si sta buttando via il bambino (chi funziona bene) con l’acqua sporca (lo spreco di chi ha usato male l’autonomia)”.

Questi, in sintesi essenziale, i termini delle questioni costituzionali che sui media sono espressi con slogan sulla governabilità e sulla semplificazione. La scarsa o nulla obiettività dell’informazione o la sua voluta distorsione è soprattutto indotta dallo scivolamento del dibattito dal piano (alto) giuridico-costituzionale – che dovrebbe essere suo proprio – al piano (basso) della politica spicciola e degli interessi di parte. È impressionante vedere come le appartenenze politico/partitiche condizionino le prese di posizione di opinion leader, di esperti, di costituzionalisti, di docenti universitari, ecc. Dovrebbe essere un campo rilasciato alla coscienza civica personale, mentre si assiste invece a un moltiplicarsi di espressioni pubbliche e di indicazioni date agli associati da parte di formazioni e associazioni come l’Anpi, la Confindustria, i sindacati, ecc. 

Per la verità l’inquinamento della discussione è un vizio d’origine, perché la riforma è frutto specificamente di una parte politica, quella di governo che ne ha fatto, come si è detto, un elemento fondamentale del suo programma e che da sola lo ha sostenuto nella seconda lettura parlamentare. A fronte di questa origine è ben difficile immaginare che i discussant possano esprimere di fronte alla parte politica proponente un giudizio autonomo e imparziale. Il presidente del Consiglio dei ministri Matteo Renzi e il ministro Maria Elena Boschi hanno la dichiarata paternità dell’iniziativa legislativa che si ricollega a un espresso mandato del precedente Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, mandato che lo stesso ha riconosciuto attuato nell’attuale testo approvato dalle Camere e di cui si è fatto di recente espressamente sponsor.

Anche l’Italicum è stato voluto e sostenuto dall’attuale maggioranza di governo. Di recente a proposito dell’Italicum il capo del governo ha preso maggiore distanza dichiarando (Corriere della Sera del 10 luglio 2016): “Sulla legge elettorale non apro più bocca, è un tema nella disponibilità del Parlamento.” Il Parlamento dovrebbe tuttavia accogliere un ddl di modifica e discuterlo presumibilmente dopo l’effettuazione del referendum costituzionale. Se al referendum prevalessero i Sì non appare probabile che il Pd sia poi disponibile a cambiare l’Italicum. Se invece al referendum prevalessero i No è probabile che le forze politiche siano disponibili a riallineare la legge elettorale alla situazione precedente per non creare un’eccessiva discrasia con la legge elettorale del Senato che rimarrebbe in vita.

Si paventa da parte del presidente Renzi (Corriere della Sera, 10 luglio 2016) che “Ove vi sia un no alla riforma costituzionale sarà molto difficile poterci mettere le mani per qualche decennio…”, ma forse non si ricorda che i cittadini pochi anni fa, nel 2006, ebbero a dire no ad una riforma costituzionale che prevedeva un “Senato federale della Repubblica” e che era stata approvata dal Parlamento in doppia lettura e, se anche oggi dicessero no a questa riforma, manterrebbero un atteggiamento coerente nel difendere le conquiste autonomiste del 2001 e nell’invitare le forze politiche a redigere un progetto più democratico oltre che migliore dal punto di vista tecnico.

Infine l’allarme più diffuso nella stampa e nei media è che, se non si dovesse approvare la riforma, si andrebbe incontro a un periodo di caos contrassegnato da forti difficoltà nel tradurre in leggi le decisioni governative. Al proposito va ricordato comunque che nei tempi recenti abbiamo assistito a governi con buona stabilità (Berlusconi, Renzi) che hanno proposto e ottenuto l’approvazione parlamentare per leggi di ampio respiro e di grande importanza. Ora, l’attuale governo, pur sostenuto a livello della fiducia da una maggioranza valida in termini numerici, soffre essenzialmente per i contrasti interni al partito stesso di maggioranza e per i conflitti con gli alleati della coalizione. Ma queste difficoltà si risolvono innanzitutto con gli ordinari mezzi della mediazione politica, senza della quale anche una riforma costituzionale sarebbe vana e inutile. 

 

(2 – fine)


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