DIETRO LE QUINTE/ Il silenzio di Renzi prepara nuove tasse

- Gianluigi Da Rold

Renzi si è defilato, per non commentare i risultati economici disastrosi, e studia come chiedere ad Angela Merkel, vestale del rigore, i soldi per nuove mance elettorali. GIANLUIGI DA ROLD

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Matteo Renzi (LaPresse)

Si parla da tempo del vertice di Ventotene, tra Angela Merkel, il francese François Hollande e il nostro presidente del Consiglio, Matteo Renzi. E’ in questa isola che nel 1941 fu scritto il “Manifesto di Ventotene” da Altiero Spinelli, Ernesto Rossi e Eugenio Colorni. Il titolo era “Per un’Europa libera e unita”.
Su questo summit a tre, Matteo Renzi aveva giocato molto nelle scorse settimane. Probabilmente per cercare di dare slancio a un’Europa che sembra sempre più assente a tutti livelli: ideale, politico, economico. E anche per essere sempre di più il terzo protagonista dell’Unione europea, favorito in questo anche dalla Brexit.
Purtroppo tutti e tre i leader che si ritroveranno nell’isola sono attualmente in difficoltà. A vari livelli diversi, s’intende. Angela Merkel deve subire le prime dure contestazioni in Germania e all’interno del suo stesso partito. Non è un caso che abbia chiesto alla collega inglese Theresa May di ritardare a dopo le elezioni tedesche il processo della Brexit, cioè l’uscita ufficiale della Gran Bretagna dall’Europa, nonostante la “stravaganza” delle puntualizzazioni di diritto internazionale di Giuliano Amato, che ha sempre alternato nella sua vita momenti di intransigenza psiuppina a realistici contributi amministrativi a Bettino Craxi.
François Hollande è ormai politicamente una sorta di “Dead man walking”. E’ ufficialmente uno degli affossatori del partito socialista francese, che sta attraversando una delle sue fasi storiche più critiche, paragonabile a quando, prima di Mitterrand, era ridotto a un gruppo di club eleganti, soprattutto come consistenza elettorale.
Infine c’è il nostro primo ministro, che è pure segretario del Partito democratico. Giovane, “rottamatore”, un po’ “veneziano con il pallone”, ma fiorentino di parlata e quindi gran comunicatore, Renzi da una settimana circa, da quando sono usciti i dati economici, su Pil, deflazione, export e produzione industriale, è piombato in un silenzio inquietante. Le “rassicuranti” parole di Pier Carlo Padoan, ministro dell’Economia, non hanno tranquillizzato gli italiani durante il ponte di ferragosto.
C’è da dire che, purtroppo, giornali e televisioni non danno una mano al premier (si fa per dire), perché sembra che i dati economici abbiano un peso che è quasi relativo. Il nuovo Tg3, ad esempio, alla sera parla soprattutto della drammatica fase della politica internazionale, che pure è da mesi che si trascina sugli stessi livelli, e riserva “briciole” a questa Italia in stagnazione. La stessa che doveva ripartire sin dall’estate del 2012 con l’indimenticabile e indimenticato senatore a vita Mario Monti. E poi decollare letteralmente con il renzismo e l’ottimismo anti-gufesco.
A questo silenzio piuttosto strano, contribuisce anche una sessione feriale del Parlamento (40 giorni!) che lascia un tantino sconcertati. Saranno tutte coincidenze.
Ma la sostanza, alla fine, è che a Ventotene si trovano tre protagonisti in difficoltà nella “pallida” politica europea.

La Merkel pensa, come ha sempre fatto, alla Germania e all’Europa dell’ordocapitalismo tedesco. Sarà bravissima, ma non ha la visione di Helmut Kohl. François Hollande dorme con gli incubi di Marine Le Pen, Matteo Renzi tenta forse di rilanciare l’idea d’Europa, ribadendo la necessità di una flessibilità indispensabile. In sostanza, mantenere il deficit al 2,4, per poter manovrare su una revisione dei conti (basati su una crescita del Pil dell’1,2) senza ricorrere a nuove tasse e balzelli. Pare una politica di scarso respiro, non di ripensamento di linea economica.
Descritto in altre parole, più schiette, il vertice di Ventotene pare il “vertice dei perdenti”, rispetto alla costruzione di un’Europa che doveva diventare una grande protagonista politica ed economica nell’era della globalizzazione. Le conseguenze di questa situazione di “grande difficoltà europea” non saranno uguali per tutti i Paesi. Ma se da Ventotene non esce almeno una rettifica sulle scelte economiche di fondo, l’autunno diventerà ancora più pesante per l’Europa nel suo complesso.
Il fatto veramente incredibile è che dopo nove anni di crisi, dal “cuore” di quest’Europa non esca un vero ripensamento di linea economica. Il massimo di cui si parla è la flessibilità su alcuni parametri stabiliti e poi genericamente della necessità di investimenti privati e pubblici. Pubblici? Quali e come? Ma non era il mercato che riusciva ad aggiustare tutto, prima o poi?
Ai tre che si riuniscono a Ventotene, forse, bisognerebbe inviare una copia (se è ancora possibile stamparla) della “Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta” di John Maynard Keynes. Qualche commentatore, convertitosi recentemente oppure folgorato da qualche dubbio, lo sta riscoprendo e così come sosteneva il neoliberismo qualche anno fa, accenna anche a qualche intervento di carattere neokeynesiano. Meglio tardi che mai. Anche perché l’autunno e l’inverno potrebbero riservare sorprese politiche devastanti per il trio di Ventotene e il loro codazzo di tecnocrati e di supporters.



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