MEDIA & POTERE/ La lezione di Francesco e Havel a Renzi

- Alberto Contri

Certi tentativi di comunicazione dei politici spesso si trasformano in boomerang pericolosi. E la verità diventa sempre più una chimera per i cittadini. Di ALBERTO CONTRI

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Foto La Presse

Le dichiarazioni di capi di stato, ministri, rappresentanti delle istituzioni sulla “inaccettabile” riduzione della democrazia in Turchia (che Erdogan sta trasformando in una feroce e monolitica dittatura sotto i nostri occhi) suonano di una ipocrisia oramai intollerabile, perchè al di là delle solite frasi di circostanza nessuno propone una qualsiasi azione concreta. 

È evidente l’imbarazzo che deriva dal non sapere che pesci prendere, e anche per questo motivo oramai la comunicazione istituzionale segue binari sempre più divergenti dalla realtà delle cose. Osservando la questione da questo punto di vista, ci rendiamo conto che i recenti e sempre più irrecuperabili disastri in Medio Oriente sono stati causati da governanti che hanno sempre mentito allo scopo di privilegiare ragion di stato, interessi politici ed economici del proprio paese, e sempre con una visione di corto respiro (vedasi Blair e Cameron, ad esempio). 

Dal punto di vista tecnico la questione è davvero complessa, perchè i grandi cambiamenti avvenuti nel campo della comunicazione dopo il big bang del web degli anni Novanta, sono stati spesso incompresi, non ne sono state afferrate le dinamiche più profonde, sottili e rivoluzionarie, pensando che si trattasse soprattutto di meravigliose innovazioni tecnologiche. Il che è vero solo in parte, perché come ha detto Einstein, le nuove idee non sono che ricombinazioni di elementi pre-esistenti. 

Non molti sanno infatti che la notevole capitalizzazione di Facebook (oggi intorno ai 345 miliardi di dollari), poggia su concetti elaborati settant’anni fa (!) dallo psicologo americano Abraham Maslow, che nella sua famosa piramide dei bisogni, aveva posto i bisogni sociali (essere riconosciuti, avere un ruolo nella comunità, e quindi, oggi, ricevere dei “like” su Facebook dicendo la propria) immediatamente accanto ai bisogni primari (nutrirsi, vestirsi, riprodursi). 

Dal canto suo Jeff Bezos ha potuto creare e sviluppare Amazon (la cui attuale capitalizzazione di Borsa è di poco inferiore a quella di Facebook) dopo aver riflettuto accuratamente sulla Teoria della Coda Lunga di Chris Anderson e sulle strozzature del sistema distributivo dei libri. Dallo studio della Coda Lunga si evince tra l’altro (ed è un bel paradosso) che nella storia della comunicazione in tanti decenni non è cambiato granché, al massimo si è verificata l’inversione di alcuni fattori. Il meccanismo che regola la thyrd part economy (qualcuno che paga comprando spazi pubblicitari perché io possa vedere un programma tv gratis o acquistare un giornale a prezzo di costo), si è trasferito tal quale ai social media come Facebook, Youtube, Google, ecc. Anche il meccanismo della cosiddetta cross subsidy (ti regalo un prodotto o un servizio se me ne compri un altro) è rimasto lo stesso dai primi del 900 quando King C. Gillette regalò milioni di rasoi usa e getta insieme alla più svariata serie di prodotti, dalle gomme da masticare al conto in banca. 

Negli anni Sessanta grandi imprese come Coca Cola, Volkswagen, Avis lanciarono straordinarie campagne che sono rimaste storiche insieme alle agenzie che le hanno create. Tutte si basavano su un concetto che la grande multinazionale della pubblicità McCann Erickson inserì nel proprio marchio per autodefinirsi: Truth well told, verità ben detta. Basta guardare la bellissima serie tv “Mad Men” prodotta dalla HBO per comprendere che la pubblicità fatta con serietà ha costituito fino agli anni Novanta una delle colonne portanti della crescita americana. 

Poi qualcosa si è inceppato: le innovazioni tecnologiche sono state prese come l’unica grande novità, dimenticando quello che era solito ripetere il grande Bill Bernbach, uno dei fondatori della famosissima Doyle Dane Bernbach: “La tecnologia può essere messa solo al servizio di una storia, non può mai essere viceversa”. Insieme a questa inversione sono state fatte enormi confusioni. Inventando storie per nulla plausibili, cominciando a mentire, costruendo “story telling” terribilmente artefatti e a base di “voler essere” più che di “essere”. È nata persino una tecnica denominata green washing per raccogliere consensi dopo aver combinato disastri di vario genere, sposando cause ambientaliste e promuovendo attività filantropiche o benefiche. 

La classe politica poi, da sempre indietro di anni nella conoscenza dei meccanismi dei media, è rimasta ancorata a una sola e unica convinzione: che la ripetizione a oltranza delle sue idee sui mass media, paghi. Ecco perché si è sempre affannata nell’occupare tv, giornali, tg e talk-show tramite raccomandati (anche professionalmente capaci, nel migliore dei casi). Quando esplose il fenomeno internet, tutti corsero a farsi il proprio sito… dimenticando subito di aggiornarlo. Ritenevano sufficientemente moderno poter dichiarare all’universo mondo: anche io sono sul web. Molti giornali specializzati si sono divertiti a mostrare siti di parlamentari e di partiti mai aggiornati per anni! 

Finalmente sono arrivati i social media, e un politico attento all’innovazione come il Presidente Renzi ha voluto darsi un’immagine tecnologicamente avanzata utilizzando in maniera costante i social media con il suo cosiddetto story telling, allocuzione che bisognerebbe bandire oramai per l’abuso che se ne fa (oltretutto in un’accezione spesso non corretta).

Quando Obama disse, ad esempio, “il mio lavoro è anche raccontare una storia che dia agli americani un senso di ottimismo e unità nei tempi difficili”, già cominciava a confondere l’arte del narrare con una qualche forma di propaganda e di incitamento. Va infatti sottolineato che uno story telling che non abbia una totale corrispondenza con la storia narrata finisce per diventare addirittura un boomerang. Dal punto di vista del tono, un errore non indifferente del nostro Presidente del Consiglio, (sia chiaro che sto solo dando giudizi sulla comunicazione e non sull’attività politica) è stato quello di tenere in tv e nei social una narrazione assai trionfalistica, come se nel frattempo il Pil fosse raddoppiato e la disoccupazione dimezzata. Poiché non è affatto successo e quasi ognuno di noi ha tra famigliari e conoscenti diversi esodati e precari che invece se la passano peggio di prima, è evidente che ogni nuovo tweet dal tono trionfante provoca irritazione e rabbia, il che spiega il costante calo dei consensi: è semplicemente automatico, non si può sfuggire.

Altro problema che riguarda Twitter è la questione dei 140 caratteri: purtroppo è vero che soprattutto le generazioni giovani non si concentrano più e non approfondiscono nulla, dato che a loro basta leggere i titoli delle breaking newsche ogni tanto vengono inviate dai provider telefonici, mentre qualche forma di approfondimento può nascere su Facebook, ma solo se qualcuno della loro cerchia si incarica di lanciare un tema. Non è un quadro confortante, ed è quello che ha portato alla Brexit, per la quale ora si piangono fiumi di lacrime di coccodrillo. Nessun approfondimento, un po’ di slogan di pancia (mai nel vero merito) e il disastro è stato compiuto.

Lo stesso sta succedendo per il nostro referendum costituzionale: una questione così complessa, delicata e cruciale per il Paese, è stata presentata con un po’ di tweet banalotti, al limite dell’offesa, soprattutto dipingendo gli intenzionati a votare il No come oscuri retrogradi contrari a ogni innovazione. Alcune perle: “chi vota No è contro il Paese”. “Tu a casa, tu a casa, tu resti: Chi vota No lo fa solo per non perdere il posto”. Il massimo lo ha raggiunto un siffatto tweet: “Con il Sì saremo tutti padri e madri”. Dimostrando inoltre che questi giovani innovatori – pur con tutti i loro superconsulenti – hanno una ben superficiale conoscenza delle sottili dinamiche della rete. Che ovviamente si sta rivoltando proponendo forme virali di ironia corrosiva in stile Pasquino, tipo: “Votando Sì, esce vino dalle fontane”. 

Ora, non c’è nulla di più pericoloso, per dei leader che vivono di consenso, che essere presi di mira da un’ironia salace e demolitoria, reagendo per di più con continue demonizzazioni dell’avversario invece che con argomenti solidi. I quaranta costituzionalisti (tra cui brillano diversi ex-presidenti della Corte Costituzionale), hanno presentato un documento che illustra, secondo loro, gli errori della riforma. Sono subito stati dipinti come dei vecchi barbogi e additati al pubblico ludibrio in quanto ostacoli all’avanzare del nuovo, mentre è partita la caccia ad almeno 200 professori (di qualunque materia, beninteso…), perché quasi tutti i veri esperti di diritto costituzionale stanno tra quei quaranta. Il sublime lo ha raggiunto il 28 luglio un membro importante della Segreteria del Pd, che ha stigmatizzato in tv “il goffo tentativo di Forza Italia di personalizzare il referendum”. Roba da stropicciarsi gli occhi e le orecchie. 

Nel frattempo si sono concluse in America le convention repubblicana e democratica. Abbiamo ascoltato discorsi scritti con una retorica molto abile e pronunciati con appassionata veemenza da chi in passato ne ha combinate di ogni genere, anche in termini di omissioni o di tolleranza di massacri e genocidi pur di non mettere a rischio trattati economici o vendite di armi ad amici e nemici.

Potremmo dire che mai come oggi, pensando ai leader di tutto il mondo, si è raggiunta una così profonda divaricazione tra la parola e la verità. La più alta lezione, come sempre più spesso accade, ci arriva da papa Francesco, che di fronte alle testimonianze dell’orrore di Auschwitz ha preferito rimanere in silenzio, conscio che anche la riflessione più profonda avrebbe potuto suonare retorica. Agli altri leader del mondo non si può che ricordare il monito di Vàclav Havel, intellettuale e primo presidente della Repubblica Ceca: “Non si può andare impunemente troppo a lungo contro la verità”.

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