1946-2016/ Cassese: siamo ancora nella prima repubblica

- int. Sabino Cassese

Le promesse di rinnovamento del paese sono state tradite. E’ la tesi di SABINO CASSESE, per il quale siamo ancora fermi alla prima repubblica. Se ne parla oggi al Meeting di Rimini

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“Credevamo che le stelle fossero a portata di mano”, ha scritto Sabino Cassese nel suo editoriale sul Corriere della Sera il 2 giugno scorso, festa della Repubblica, citando un testimone del ’46, quando l’Italia scelse la repubblica e si accinse a fare le scelte fondamentali del dopoguerra. Credevamo che fossero a portata di mano, ma ci siamo sbagliati: le promesse di rinnovamento del paese sono state, almeno in parte, tradite. E’ questa la tesi di Cassese, giurista di fama internazionale, giudice emerito della Consulta, che oggi sarà al Meeting di Rimini per parlare dello Stato nell’ambito del ciclo di incontri dedicati al “genio della repubblica. 1946-2016”.

Professore, la sua ricostruzione della nostra storia è un po’ amara: lei dice che fu cambiato il vertice (la Costituzione), ma che molti problemi del corpo sono da attribuire a “promesse tradite”. Ma allora perché non ricominciare dalla società, dalle tante riforme che servono, invece di riscrivere, o modificare così profondamente, la nostra Carta?
Modificare il corpo vuol dire modificare lo Stato, a partire dal Governo. Palazzo Chigi ha troppe funzioni e persone, ma non quelle necessarie. I ministeri sono ordinati ancora secondo il modello ottocentesco. L’amministrazione periferica statale è in condizioni di abbandono. Le regioni hanno dato cattiva prova della loro autonomia. A sua volta, la società è troppo distaccata dallo Stato. Dove sono le comunità intermedie, dove i consigli di gestione, dove le comunità di lavoratori e utenti, pure previsti dalla Costituzione?

Uno degli slogan che si sono respirati per anni al Meeting di Rimini è stato “più società meno stato”, poi divenuto “più società fa bene allo Stato”. E’ ancora proponibile?
Certo, più società civile, più spirito civico, un maggior numero di associazioni, più intensa partecipazione collettiva comportano anche uno Stato che funziona meglio, perché tenuto sotto controllo dai suoi “utenti” o consumatori finali.

La seconda repubblica non è mai nata, lei dice. Perché il ’92-93 è stato così letale per noi?
Non ho detto che sia stato letale. Solo che non è stato una svolta. E’ continuata la cosiddetta prima repubblica: stesso sistema politico, nessuna attenzione per l’amministrazione, con il peggioramento della personalizzazione dei partiti, che ha fatto da anticamera alla loro dissoluzione come associazioni di base. Ora sono rimasti come oligarchie.

La scuola, nonostante i tentativi di riforma, è ancora oggi un corpaccione burocratico in cui il ministero decide tutto e l’autonomia delle scuole è solo fittizia. Perché un settori così importante per il nostro paese non riesce a rinnovarsi?
Le premesse ci sono. Il personale amministrativo centrale si è andato assottigliando, le scuole possono prendere autonomamente decisioni. Solo che non sono assistite da proprio personale di gestione. C’è poi il fenomeno della meridionalizzazione, che continua da un secolo; lo scadimento delle università, che sono la fucina dei futuri insegnanti, la perdita del ruolo importante che prima aveva il professore nella società.

Secondo lei che cosa serve al Sud per uscire dalla situazione in cui si trova?

Le ricette sono molte. La maggiore punta a una società civile meno chiusa, più attenta ai problemi sociali, meno corporativa. Questo vuol dire uscire da schemi e mentalità troppo diffusi che vedono nello Stato soltanto un organismo di provvista di posti.

Lei ha parlato più volte di una “noblesse d’Etat” che non abbiamo mai avuto e che evidentemente non riusciamo a darci. Chi dovrebbe formare questa classe dirigente? Da dove cominciare?
Da pochi semplici principi: eguale accesso, selezione competitiva, merito, cominciando dal vertice.

Abbiamo “solo” 70 anni. Non crede di essere troppo severo nel suo giudizio?
Perché siamo andati indietro, rispetto ai progressi fatti da altre nazioni? Proprio perché abbiamo creato una società poco cooperativa, poco aperta, poco incline all’innovazione, quindi lenta, poco attenta alla modernizzazione. Questo non vuol dire che non vi siano isole, eccezioni. Ma la società non è progredita nel suo insieme.

Com’erano i partiti fino al ’92, lo sappiamo; come sono ora, lo vediamo. Come dovrebbero essere domani?
Bisognerebbe cominciare da capo, dalla base, essendo i partiti innanzitutto associazioni. Sfruttando anche il web, ma non illudendoci che questo basti, perché è soltanto uno strumento.

Su queste pagine Giuliano Amato ha detto che la Corte costituzionale si è fatta portatrice e mediatrice delle nuove istanze della società italiana, più di quanto vi siano riusciti letterati e politici. E’ d’accordo?
La Corte costituzionale ha giocato un ruolo importante. Ma bisogna ricordare che le corti giocano sempre di rimessa, quando la palla arriva nelle loro mani, perché non possono prendere l’iniziativa (anche questo con eccezioni). Quindi, se la Corte ha svolto un compito importante è anche merito di quelli che si sono dati da fare per fare arrivare nelle sue mani le questioni importanti (mentre molti la invocano solo per difendere i propri privilegi o le proprie aspettative).

Cosa ci attende?
Un grande lavoro, perché bisognerebbe rendersi conto che abbiamo vissuto di rendita. Abbiamo ricchezza privata e povertà pubblica. Fuori, c’è maggiore sobrietà privata, un uso più attento delle risorse pubbliche, edifici scolastici in migliori condizioni, ospedali meglio funzionanti, traffico cittadino ordinato, sistemi complessivi che agevolano, invece di impedire la vita quotidiana di cittadini e degli stranieri.

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