GIUSTIZIA/ Canzio (Cassazione) e Legnini (Csm): tutti i danni della giustizia mediatica

Al Meeting di Rimini non poteva mancare il tema della giustizia. Ne hanno parlato ieri Giovanni Canzio (primo presidente di Cassazione) e Giovnni Legnini (Csm). MAURIZIO VITALI

24.08.2016 - Maurizio Vitali
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Sergio Mattarella al Csm (LaPresse)

La giustizia mediatica è un gravissimo arretramento della civiltà giuridica. I processi non si devono fare sui giornali e sulle tv prima che arrivino nelle aule dei tribunali. Sulla necessità di correggere questa deformazione hanno convenuto ieri al Meeting le due più alte cariche della magistratura italiana, e cioè Giovanni Canzio, primo presidente della suprema Corte di Cassazione, e Giovanni Legnini, vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura.
Legnini ha posto l’accento soprattutto sulla divulgazione delle intercettazioni, che spesso provoca “frizioni tra politica e magistratura”. “L’operazione da compiere — ha detto Legnini — è semplice e chiara: ciò che ha rilevanza penale va messo nel fascicolo delle indagini, ciò che non ha rilevanza penale, che riguarda la sfera privata, o che riguarda persone non indagate, non deve nemmeno essere preso in considerazione. Non si può fare giustizia violando un diritto”. Il vice-presidente del Csm sottolinea che “nessuno discute più di  ridurre le intercettazioni, di spuntare questo strumento investigativo, la cui importanza è fuori discussione”. Si tratta invece di risolvere il problema della comunicazione, e di applicare le norme con indicazioni chiare e vincolanti, in applicazione delle leggi esistenti, senza “nessuna invasività” rispetto alle iniziative legislative del Governo. Su questa linea si sono mosse le Procure di  Roma, Torino, Napoli, Crotone, Firenze, che hanno stilato “belle e chiare circolari” su questa materia.  
Per Giovanni Canzio il tema della giustizia mediatica “tocca un nodo decisivo per la democrazia e la civiltà giuridica, perché il processo viene delocalizzato e de-temporalizzato”. Cioè avviene fuori dall’aula del Tribunale e prima dei tempi debiti della giustizia. Ed ha spiegato che si tratta di una “distorsione che rovescia due principi giuridici irrinunciabili: la valutazione delle prove, compromessa dalla formazione previa di un giudizio circa la colpevolezza, e la presunzione di innocenza, che diventa presunzione di colpevolezza”. Per contrastare questa distorsione, Canzio considera fondamentale “una durata ragionevole dei processi”, perché oggi è troppo grande la forbice temporale tra indagine e sentenza. Il presidente della Cassazione è invece decisamente contrario alla separazione delle carriere di giudici e pubblici ministeri perché questo, a suo giudizio, “limiterebbe l’indipendenza di questi ultimi”.
Indipendenza della magistratura, rigorosa cultura della giurisdizione, qualità professionale ed etica dei magistrati sono invece le chiavi per una buona giustizia.
E qui gioca il “tu” del tema del Meeting, cui si sono rifatti in più di un passaggio entrambi gli ospiti di questo dibattito. Canzio: “L’indagato è un Tu. Occorre in ogni momento avere il rispetto della sua persona, il senso della sua dignità, la capacità di tener conto delle ragioni dell’altro”. Legnini (che ha avuto modo di presentare La bellezza disarmata di J. Carrón, a  Pescara con l’autore) “a questo Tu che ho davanti non posso rovinare la vita e la reputazione”.

Poteri separati, secondo i dettami della democrazia liberale e della nostra Costituzione, e forti: ma in equilibrio ed orientati a fare sistema per il bene del Paese. Questo un punto chiave che Canzio e Legnini hanno sottolineato. Per questo il Csm è composto da togati e da politici, da pm e da giudici. E per questo “stiamo procedendo ad autoriforme importanti — ha sottolineato Legnini — prima fra tutte la riforma delle nomine, che concluderemo in settembre con un plenum straordinario presieduto dal Capo dello Stato; le nomine saranno discusse e vagliate ad una ad una e non votate ‘a pacchetto'”. Insomma: meritocrazia invece del manuale Cencelli.
Canzio ha fatto appello ai magistrati perché siano “trasparenti e chiari” nei loro atti e nella loro imparzialità, professionalmente preparati così da non interpretare la legge arbitrariamente; devono coltivare “l’etica del limite e del dubbio”. “L’indipendenza della magistratura è sacra — ha scandito — ma non è un privilegio del singolo. Se lo jus non si confronta col Tu riventa summa injuria”. Intanto sembrano calare i toni della polemica politica-magistratura, come ha notato Legnini in chiusura. “Spero che finisca del tutto”. Dialoghi ad alto livello costruttivi e senza intenti polemici o corporativi, come quello di ieri, fanno ben sperare.



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