SCENARIO/ Renzi nella morsa di Merkel e Mattarella

- Ugo Finetti

il referendum offre la possibilità di di costringere Renzi o alla resa o a una onerosa trattativa sulla sua destra o sulla sua sinistra. Ci pensano anche Mattarella e Grasso. UGO FINETTI

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Matteo Renzi, Pietro Grasso e Sergio Mattarella (LaPresse)

Bismark lo chiamava “le cauchemar des coalitions”. Lo statista prussiano usava proprio l’espressione francese quando indicava come un incubo il pericolo che tutti gli avversari, da est a ovest, potessero coalizzarsi. E’ oggi quel che rischia Renzi e che deve sforzarsi di evitare. Il cartello del No non è una coalizione alternativa, ma il referendum offre la possibilità di destabilizzare il governo e di costringere Renzi o alla resa o a una onerosa trattativa sulla sua destra (Alfano e/o Berlusconi) o sulla sua sinistra (Bersani e/o i cosiddetti “contropoteri” istituzionali).
La mossa di febbraio di annunciare che in caso di vittoria del No avrebbe addirittura lasciato la vita politica si è rivelata una idea non molto brillante: ha galvanizzato gli oppositori e i sondaggi non “raccontano” più un sicuro successo. A sua volta il presidente della Repubblica (dalle colonne del Corriere della Sera) ha smentito la minaccia di elezioni anticipate proferita da Renzi in caso di dimissioni del governo se vincesse il No. Mattarella è Mattarella. E’ l’autore del Mattarellum ed eleggendolo era evidente che si sarebbe creato un asse tra Quirinale e Palazzo Madama dove c’è il pm che si chinò sul cadavere del fratello assassinato dalla mafia. Il “cauchemar” di Renzi incombe pertanto anche sotto forma di “governo di scopo” guidato da Pietro Grasso e di sostituzione dell’Italicum con una riedizione del Mattarellum. Infatti che l’Italicum — su cui il governo Renzi pose la fiducia — sopravviva alla sentenza del 4 ottobre da parte della Corte costituzionale non è più certo.
Il nervosismo quindi cresce nelle stanze di Palazzo Chigi e le precipitose nomine Rai ne sono un indizio. Ancora l’8 luglio il plenipotenziario di Renzi in Rai, Campo Dall’Orto, aveva dichiarato: “Per ora i direttori non cambieranno” (promettendo il congelamento fino al referendum). Ma poi ha dovuto cambiare idea. Infastidirsi per Bianca Berlinguer al Tg3 (o per Massimo Giannini a “Ballarò” e Nicola Porro a “Virus”) forse è un’esagerazione. Quel che dicono “gufi” e “canarini” dagli schermi televisivi è puro intrattenimento e scivola via come acqua sulla roccia sulle reali motivazioni del voto: Renzi vince o perde non per la “narrazione”, ma per i “contenuti” e cioè se le cose cambiano davvero e se cambiano in meglio. E le “cose” sono tasse, sicurezza, posti di lavoro, produzione industriale, risparmi al sicuro e, quindi, possibilità di consumi. In Italia non esistono solo “gufi” e “canarini”.
Un punto di reale criticità per Renzi è invece la politica estera e il rapporto con Bruxelles. Non c’è più la diarchia franco-tedesca e la Merkel, che è in crescente affanno nel suo Paese e nel suo partito, sta guidando l’Unione europea in modo molto prepotente e, soprattutto, bloccando la necessaria maggiore integrazione. Parlamento e Commissione europea contano sempre meno; chi decide è una Berlino sempre più solitaria. Si pensi alla vicenda Brexit e al caso Erdogan.

All’indomani del referendum britannico si riuniscono tutti gli organismi comunitari che stabiliscono in modo unitario e solenne “tempi brevi” per l’avvio delle procedure di uscita della Gran Bretagna. Londra non gradisce e così Theresa May va non da Juncker a Bruxelles, ma a Berlino e concorda con la Merkel che l’Unione europea cambi linea: tempi non più brevi. Quindi il premier inglese va a Roma dove Renzi fa finta di nulla, evita il tema dei tempi della Brexit e parla solo degli italiani a Londra.
Ancora più grave è il caso Turchia. Il presidente islamico — che ha instaurato un regime di polizia e di repressione — si fa intervistare dalla Rai: accusa l’Unione europea di mancata solidarietà, apostrofa la Mogherini e minaccia di far saltare gli accordi sull’immigrazione che preoccupano la Germania. Mentre in Italia tutti, a cominciare da Renzi, ancora insorgono contro gli arresti e le documentate violenze di chi è sospettato di dissenso (a cominciare da politici, intellettuali, sindacalisti, magistrati, giornalisti, insegnanti) da Berlino la Merkel ordina a Juncker di capitolare. L’indomani il segretario generale del Consiglio d’Europa — certo Thorbjorn Jaglund — si precipita ad Ankara presentando a Erdogan le scuse dell’Unione europea e il presidente della Commissione europea, Juncker, ribadisce l’obiettivo di avere quanto prima il dittatore turco tra i capi di Stato dell’Unione europea. L’Europa che in piena guerra fredda chiudeva le porte a Spagna, Portogallo e ai colonnelli greci nonostante avessero l’appoggio americano e della Nato è un passato con cui l’attuale Ue è in completa soluzione di continuità. Forse l’antieuropeismo che cresce non è solo neofascismo.
Ad appesantire la situazione è anche l’ombra statunitense che vuole un’Europa senza una politica estera autonoma e con — come scrive Henri Kissinger — la Germania come “soggetto unificatore”. E’ una situazione difficile che richiede una strategia politica per modificarla e non la mera organizzazione di un evento mediatico per negare l’evidenza (un vertice in Italia dove Renzi si fa ritrarre da Campo Dall’Orto come “padrone di casa”).
Certamente le difficoltà di Renzi di fronte alla Merkel sono dovute a handicap obiettivi: il coltello sotto la gola dello “zero virgola” a ogni legge finanziaria, la mancanza del “contrappeso” francese con un Hollande in caduta libera in Francia dove lo stesso suo primo ministro, Valls, gli contesta la candidatura alle prossime presidenziali e più in generale la scomparsa dalla scena del Partito socialista europeo che su crisi economica, immigrazione e terrorismo ha cessato di avere una politica comune e di agire in dissenso con la Merkel.



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