SCENARIO/ L’autunno di Renzi tra le agenzie di rating e Merkel

- Gianluigi Da Rold

Quale periodo si prepara, tra Renzi ed M5s, tra crisi economica e referendum? Verrebbe da citare l'”autunno caldo”, ma forse sarà l’autunno del disfacimento. GIANLUIGI DA ROLD

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Sergio Mattarella (LaPresse)

E’ difficile pensare quale tipo di autunno ci verrà riservato. Gli aggettivi ormai classici, come quello di “autunno caldo”, sembrano poco appropriati in una situazione come la stagione politica, sociale ed economica che ci apprestiamo a vivere. L’impressione è quella di stare sopra un triste e cupo crinale, che da un lato è pieno di rassegnazione e dall’altro lato fornisce lampi di rabbia.

Un contesto internazionale tra i più complicati dall’ultimo conflitto mondiale, una situazione economica che, dopo nove anni, non dà segni di autentica ripresa, in nessuna parte del mondo.

In Italia, in particolare, siamo arrivati a cinque anni dalla “cura” di Mario Monti ed Elsa Fornero (il “duo Fasano” dell’economia nostrana), con il risultato di essere in piena deflazione, aver aumentato lo stock del debito portandolo a nuovo record storico, aver abbattuto di 25 punti la produzione industriale, ridotto il Pil (per l’ennesima volta) a uno zero-virgola, sbandierando in più dati sulla occupazione che un attento giornalista come Ferruccio de Bortoli ha smascherato impietosamente.

E’ in questo contesto più che problematico che da un anno siamo quasi assediati da un “tormentone” di carattere costituzionale, chiamato referendum, che secondo alcuni dovrebbe d’incanto salvare l’Italia e secondo altri limitarne anche le già precarie garanzie democratiche. In questo modo, sul Paese si è abbattuta una retorica costituzionale che sta al momento accrescendo, con il concorso di quasi tutte le forze politiche, sia quelle vecchie che quelle nuove, una corsa all’astensionismo che viene calcolato intorno al 45 per cento. Per adesso.

Guardando anche i sondaggi, con tutta la loro fragilità e imprecisione, ti viene in mente che ci si trova di fronte a un elettorato diviso a metà per chi va a votare e chi si astiene, e diviso ancora a metà tra il fatidico Sì e il fatidico No. Alla fine, l’impressione è che abbiano perso tutti, anzi, in ogni caso per essere precisi, che “abbiamo perso tutti”, qualsiasi risultato possa uscire dalle urne e in qualsiasi data possa avvenire la consultazione referendaria.

Scusate se adesso facciamo qualche digressione. La Costituzione è un fatto decisivo per una democrazia. Il filosofo del diritto Hans Kelsen la chiamava “Grundnorm”, la norma fondamentale, a cui ci si doveva ispirare nella formazione delle leggi, nel funzionamento dello Stato, nella definizione dei diritti fondamentali. Il problema è non tradirla, come si faceva nell’Urss che ne aveva una avanzatissima a parole, senza però annoverare i lager. Oppure rispettare i valori e le tradizioni democratiche non scritte, come ancora avviene in Inghilterra. O ancora comprenderne lo spirito senza farne una sorta di feticcio, di totem o addirittura un monumento di retorica. 

L’Italia dell’immediato dopoguerra, con una classe dirigente che aveva sofferto il fascismo, riuscì a dimostrare un grande spirito costituzionale democratico e repubblicano, in momenti di difficoltà enormi: un trattato di pace (che a scuola neppure si legge) che ci equiparava ai nazisti; una voglia di riscatto per dimenticare la guerra e la dittatura; una capacità di arrivare a compromessi istituzionali e politici che sembravano impensabili. La nostra Costituzione, anche nella prima parte del principi fondamentali, non è affatto la più bella del mondo. Non lo è mai stata. Tuttavia è il frutto di un nobile compromesso tra forze politiche che si contrapponevano anche ferocemente, ma che alla fine volevano un’Italia unita (qualcuno si ricorda i moti secessionisti di Aosta?) e il più possibile democratica, anche nelle laceranti divisioni ideologiche, in piena guerra fredda e con i “suggerimenti” che arrivavano da Mosca, attraverso l’ambasciata sovietica di Roma, a una parte dell’assemblea costituente, e le spinte di riscatto, soprattutto strategiche ed economiche, che arrivavano dall’altra parte dell’Atlantico a un’altra parte di quella stessa assemblea.

Dopo circa un trentennio quella Costituzione divenne appunto una sorta di “monumento retorico” che si accompagnò a un’altra retorica dilagante, quella resistenziale. Anche molti “tromboni” cattedratici non colsero mai il grandioso spirito che animava sia la partecipazione alla Resistenza sia la stesura della Costituzione, ma si fermavano piuttosto sugli aspetti del “tradimento”, oppure di un’esaltazione acritica con un’enfasi fuori luogo che non teneva conto del contesto storico in cui si raggiunsero quei grandi traguardi.

Eppure se parlavi con grandi uomini che la Resistenza e la Costituzione l’avevano fatta sul serio, comprendevi perfettamente la loro grandezza e la loro grande capacità politica, quasi all’altezza di quella del grillino Luigi Di Maio. Chi scrive ricorda un Pietro Nenni che sembrava un uomo ottocentesco, ma era sempre carico di lucida vitalità, che ricordava sorridendo, nella redazione dell’Avanti di Milano, il motivo della non separazione delle carriere nel processo italiano: “Convenimmo che eravamo d’accordo su un punto. Malgrado gli scritti di Montesquieu e le raccomandazioni di Calamandrei sulla totale e pericolosa indipendenza del pm, pensavamo che se ci fosse stato un ministro della giustizia di una parte o dell’altra, a cui il pm doveva rendere conto, in quei tempi avventurati si sarebbero riempite nottetempo le galere impropriamente”.

Giorgio Amendola, che è stato un autentico eroe della Resistenza, che non tollerava i “redenti” dal fascismo e non salutò neppure, per molto tempo, suo fratello perché aveva partecipato ai Littoriali, fu subito nominato commissario alla Fiat dopo la Liberazione. Spiegava: “Un giorni arrivò un simpatico ufficiale americano che doveva sostituirmi. Era inevitabile e non ne feci di certo una tragedia. Era la realtà delle cose”. 

Di fronte a questi grandi personaggi della nostra storia, in fondo abbastanza recente, oggi ci troviamo davanti a un presidente del Consiglio, che nella giusta esigenza di ritoccare la Costituzione, ha creato da un anno una sorta di ordalia, di giudizio di Dio sulla sua persona. Matteo Renzi è in fondo l’uomo che sostiene una causa teoricamente giusta (la revisione della carta costituzionale) nel modo più sbagliato che ci sia. Con argomenti accompagnati da un’arroganza intollerabile, con cambiamenti di linea da “Ridolini”, con la sostanza di una riforma che, anche nella scrittura, sembra spesso incomprensibile.

Contro Renzi e la sua riforma, c’è una pletora di cattedratici che la politica non riesce neppure a concepirla, non diciamo a capirla. Infine ci sono quelli che si oppongono a Renzi solo per questioni politiche di schieramento e non di contenuto, anche se si tratta di modifiche costituzionali.

Lo spettacolo non è ancora finito. C’è pure il codazzo dei media, che si muove con un’approssimazione che fa spavento e anche direttori di giornali che fanno spettacoli teatrali a favore del No. E come se non bastasse, in questo periodo tribolato, arrivano i documenti delle banche d’affari e delle agenzie di rating (i principali imputati del disastro economico del 2007) che non si riesce a capire perché si debbano occupare di riforme costituzionali e si schierino a favore del Sì, con tutto un seguito di consulenti di diverse nazioni, con molti italiani che, chissà perché, non vengono mai contemplati nella cosiddetta “casta”, mentre occorrerebbe una lista a parte di questi consulenti da affiggere ai muri delle città italiane.

Infine ambasciatori, cancellerie e l’impareggiabile signora Angela Merkel, una casalinga tedesca nazionalista, di studi comunisti e protestanti, scambiata per Caterina di Russia da questi nuovi media nazionali e internazionali che devono sempre fare i conti con i loro bilanci e perdono continuamente copie e lettori.

Più che un referendum, sembra un avanspettacolo a sfondo politico, dove si mescolano retorica e antiretorica, politica e antiretorica in quantità eccessiva. Ed è per questa ragione che abbiamo detto: perdono tutti, perdiamo tutti, qualsiasi risultato arrivi a fine consultazione

Resta un’unica speranza. E’ quella di una democrazia che ha lasciato, che ha seminato qualche anticorpo che resiste al virus dello schematismo autoritario, mascherato da pura formalità democratica e mosso da un algoritmo. I vecchi sostenevano che la democrazia ha lo stomaco forte, digerisce tutto, forse anche uno spettacolo sgangherato come questo a cui assistiamo.

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