DISCORSO MATTARELLA/ Il voto può aspettare, prima il lavoro

- Gianluigi Da Rold

Il lavoro e a necessità di combattere la disoccupazione dei giovani. Poi il terrorismo, l’immigrazione, la legge elettorale nel discorso di fine anno di Sergio Mattarella. GIANLUIGI DA ROLD

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Sergio Mattarella durante il messaggio di fine 2016 (LaPresse)

Appare sereno e allo stesso tempo determinato il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel suo messaggio di fine d’anno. E’ più che consapevole dell’incertezza che il Paese sta attraversando ed è altrettanto conscio che deve calibrare i toni della sua analisi complessiva, per ridare fiducia a uomini, donne, giovani che stanno entrando in quello che è ormai il decimo anno di crisi economica e sociale. E’ un’impresa non facile quella di Mattarella, ma alla fine ne esce in modo più che dignitoso.

Il presidente sceglie all’inizio un messaggio di speranza, ma non lo fa con toni trionfalistici che ormai hanno irritato tutti in questi anni, piuttosto con la constatazione, la considerazione che, guardando da vicino il Paese, si è reso personalmente conto che le persone non si arrendono. Dice Mattarella: “Ho visitato anche quest’anno numerosi territori. Ho incontrato tante donne e tanti uomini. Ho conosciuto le loro esperienze, ho ascoltato le loro speranze. Ho potuto toccare con mano che il tessuto sociale del nostro paese è ricco di energie positive”. E qui Mattarella ringrazia i tanti che, anche in questi ultimi mesi, si sono prodigati per portare un aiuto, una solidarietà concreta, ridando un’impronta di nazione, di patria all’Italia. Spiega con un tono che maschera un pizzico d’orgoglio: “Il nostro Paese è una comunità di vita, ed è necessario che lo divenga sempre di più. Ci siamo trovati uniti in alcuni momenti che hanno suscitato l’emozione e la partecipazione di tutti noi”.

L’invito del presidente è che questo sentimento di comunità non avvenga casualmente, solamente nel momento delle tragedie, del bisogno, ma che si rafforzi  nelle sfide quotidiane. E qui Mattarella, nel suo discorso opera un salto, e tocca un punto drammatico per il Paese, affermando senza alcun eufemismo: “Il problema numero uno del Paese resta il lavoro”. Il presidente mette fine alle interpretazioni sui dati e si rivolge agli italiani con grande sincerità, senza edulcorare i numeri: “Nonostante l’aumento degli occupati, sono ancora troppe le persone a cui il lavoro manca da tempo, o non è sufficiente per assicurare una vita dignitosa. Non potremo sentirci appagati finché il lavoro, con la sua giusta retribuzione, non consentirà a tutti di sentirsi veramente cittadini”. La conclusione di questo capitolo è quasi un’indicazione perentoria per il governo attualmente in carica: “Combattere la disoccupazione e, con essa, la povertà di tante famiglie è un obiettivo da perseguire con decisione, questo è il primo orizzonte del bene comune”.

La scelta di Sergio Mattarella, nella scaletta del suo messaggio di fine d’anno, non appare affatto casuale. Dal richiamo della potenzialità positiva degli italiani, all’ impegno per una nuova coesione, all’elenco dei problemi da affrontare.  

C’è spazio anche contro la corruzione e l’evasione fiscale, ma il presidente punta soprattutto a inserire tutto questo in una battaglia consapevole per il bene comune, per una società coesa, che superi fratture e contrasti spesso artificiosi. Il presidente della Repubblica riserva il gusto spazio, con toni equilibrati, anche ai problemi del terrorismo e dell’immigrazione. Invita a finirla con “l’odio come strumento di lotta politica”. Scandisce: “Una società divisa, rissosa e in preda al risentimento, smarrisce il senso di comune appartenenza, distrugge i legami. minaccia la sua stessa sopravvivenza”.

E’ consapevole il presidente dei tanto problemi che stanno investendo l’Italia, soprattutto l’incertezza politica nelle sfide contro la crisi e l’instabilità sociale. Ritorna quindi sui giovani, sul ruolo che hanno nel futuro sociale italiano, lodando quelli che fanno esperienze all’estero (forse un buffetto al ministro del Lavoro, Poletti), perché non trovano un’occupazione adeguata in Italia. Con puntualità, senza enfasi, ma con la necessaria schiettezza, Mattarella fa anche un accenno all’Unione Europea: “Questi giovani capiscono che le scelte del nostro tempo si affrontano meglio insieme. Comprendono, ancora di più, il valore della pacifica integrazione europea di fronte alla tragedia dei bambini di Aleppo, alle migliaia di persone annegate nel Mediterraneo e alle tante guerre in atto nel mondo. E non accettando che l’Europa, contraddicendosi, si mostri divisa e inerte, come avviene per l’immigrazione”.

Infine il presidente tocca il problema più squisitamente politico e quindi più spinoso. Il governo, la sua durata, la necessità di leggi elettorali, di governo e di un nuovo Parlamento. Nell’intento di Mattarella c’è il realismo di una situazione difficile, ma la speranza che le forze politiche in Parlamento si mettano alla fine d’accordo su una riforma elettorale. Spiega infine il suo comportamento durante la crisi, dopo il referendum del 4 dicembre e le dimissioni di Matteo Renzi: “Risolvere rapidamente la crisi era necessario sia per consentire al Parlamento di approvare nuove regole elettorali, sia per governare problemi di grande importanza che l’Italia ha davanti a se in queste settimane e in questi mesi”.

Morale: difficile pensare a un ritorno rapido al voto o a un voto anticipato per esigenze di bottega. Tutti i problemi restano sul tappeto. Mattarella non li schiva, non fa “lo struzzo” come spesso capita in Italia. Il presidente dice con coraggio di affrontarli ed è come se richiamasse tutta la classe politica a un grande senso di responsabilità. E’ una sfida difficile, ma Sergio Mattarella l’affronta almeno con una sincerità che, spesso, in questi mesi la politica italiana aveva dimenticato.

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