SUCCESSO M5S?/ Appendino, il giusto mix di iniziativa, grillismo e Torino-bene

- Monica Mondo

Ipr Marketing ha pubblicato per Il Sole 24 Ore una classifica del gradimento dei sindaci italiani città per città. Al 1° posto c’è Chiara Appendino, la Raggi è in fondo. MONICA MONDO

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Chiara Appendino (LaPresse)

Chiara Appendino for president. Non solo per i 5 Stelle, che dovrebbero pensarci seriamente, ma anche per la gente, a giudicare dalle classifiche, e per quel che valgono classifiche basate su sondaggi di cui ci fidiamo sempre meno. Ipr Marketing-Sole 24 Ore valuta il gradimento dei sindaci, e al numero 1 brilla la stella solitaria della torinese. Solitaria, perché se al terzo posto vediamo Pizzarotti, fatichiamo a considerarlo ancora grillino, anche se alla sua Parma le questioni interne e le diatribe sembrano non interessare. 

Chiara, dunque. Scandalosa ai suoi esordi, ché nessuno se l’aspettava, per la scarsa considerazione che la città di governo aveva dei suoi cittadini. Per una campagna elettorale dura con il candidato naturale a risiedere a Palazzo Carignano, Piero Fassino, che ha pagato il ripiegamento sulle logiche renziane, la troppo lunga carriera, e soprattutto, ripeto, la trascuratezza delle periferie, che da bacino rosso da tempi immemori hanno disertato in massa tessere e tradizione, buttandosi sull’Appendino. 

Giovane, donna, capace, che pian piano si è imposta per un’opposizione e una propaganda non faziosa e soltanto ideologica. Intendiamoci: bocconiana, padre e marito imprenditori, legami stretti con Confindustria, solletica la verve della gauche cachemire al nuovo,  e conferma una vocazione della città, essere all’avanguardia, anche nei cambiamenti. Roma era anch’essa il nuovo, ma è tutt’altra musica. Delle due sindache-manifesto del M5s, la Raggi scivola drasticamente nel consenso, e il suo 70 per cento è ormai solo un ricordo: non è solo e tutta colpa sua — la ferocia di una martellante campagna mediatica e politica contro di lei ha pochi precedenti — ma è riuscita comunque ad aggiungere mancanze ed errori ai quelli macroscopici di chi l’ha preceduta. Nel non fare, più che nel fare, ma il risultato è identico: strade sporche, buche per terra, accattonaggio, insicurezza, trasporti inefficienti. 

Torino è diversa: la città funziona, e basta fare una passeggiata negli ampi salotti del suo centro allargato per rendersene conto. Funziona la metropolitana, i tram, funziona la raccolta della spazzatura, funziona la burocrazia, quella che dipende dall’amministrazione locale, funziona l’immagine, esaltata da pulizia, eleganza, offerta culturale, e perfino le luci natalizie, al contrario di Roma, hanno dato un bel contributo. Certo, l’Appendino ha ereditato bene: non tanto per Fassino, ottima persona ma mai amato dai torinesi, che ancora rimpiangono il predecessore, Chiamparino, che ha investito tanto e bene nelle opere e nella reinvenzione di una città che doveva cambiare verso e obiettivi, dopo l’abbandono della Fiat. Però anche proseguire un buon lavoro non è scontato: e la Appendino prosegue a passi felpati e lenti, fedele allo stile sabaudo, che sarà bugia nèn, ma dà buoni frutti. 

C’è il problema dell’indebitamento, ci sono guai con la procura sulle partecipate, c’è una periferia che implode, e un’immigrazione non controllata che schiaccia le persone più umili, e aggiunge problemi a chi ne ha già tanti, periferie in primis. C’è l’idea balzana di metter su il Festival vegano, o la polemica sul wi-fi nelle scuole, c’è l’idea folle, condivisa però con altri sindaci Pd e soprattutto con le recenti leggi dello Stato, di parlare di assessorato alle Famiglie, e non alla Famiglia. C’è la questione della Tav, e che il Comune sia uscito dal tavolo sull’alta velocità tanto divisiva non servirà a bloccarla, ma è un segno forte, che per il Piemonte ha il valore di un no netto. I torinesi hanno i nonni, i parenti, la casa vacanze in val Susa, bisogna ricordarlo.

Si tratta di punti di vista condivisibili o meno, ma non mutano la sostanza di una città che funziona, e non aliena la simpatia dei cittadini alla sindaca. Che ha autorevolezza, ma furbamente si fa vedere spesso in quelle zone disertate dalla politica. Che ha saputo stringere con i templi sacri della città, vertici Fiat (ieri era a Mirafiori con Marchionne) università, case editrici, e perfino le banche, nonostante gli esordi a duello coi vertici di Intesa San Paolo. Ha saputo assumersi la difesa a spada tratta del Salone del libro, biglietto da visita internazionale di Torino. Ci sono certamente problemi irrisolti o passi falsi che chi conosce i vicoli e i conti della città avrà ragione di svelare, ci sono le concessioni all’ideologia: sono sentimento personale profondo, o sono dovute all’elettorato più radicale che l’ha sostenuta?

Entrambe le cose, presumibilmente, e purtroppo. Però, l’Appendino si è rifiutata di firmare quel contratto farsa che inchioda la Raggi e i parlamentari europei di questi tempi alle decisioni di Grillo, spiegando senza se e ma che avrebbe risposto solo ai suoi cittadini. Sono segni che contano. Penso che Torino funzionerebbe grazie ai torinesi, alla loro educazione civile, all’amore per la loro città, anche senza sindaco. Sulla sicurezza, sull’immigrazione, le responsabilità non competono al primo cittadino. Ricordiamo però che le grandi città non rappresentano il polso dell’affezione degli italiani ai loro sindaci. Bisogna ragionare sui piccoli centri, là dove ogni cittadino si sente riconosciuto e apprezzato, sostenuto. Credo che tra i più amati salirebbe in testa il Pirozzi di Amatrice, ad esempio. Che non  potrà molto, davanti alla tragedia di un terremoto, ma c’è, sempre, e sa gridare quando ci vuole.

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