CARCERE/ Favero (Ristretti orizzonti): l’ergastolo, una pena di morte nascosta

- Ornella Favero

Ieri nel Carcere Due Palazzi di Padova ha avuto luogo il convegno “Contro la pena di morte viva”, organizzato da Ristretti Orizzonti. Il contributo di ORNELLA FAVERO (Ristretti O.)

carcere_cellaR439
LaPresse

Una madre che racconta cosa significa andare a trovare un figlio in carceri dove ti sottopongono a continue umiliazioni; una figlia che spiega il male che ti fa per anni non poter toccare tuo padre, vederlo dietro un vetro e sentirlo sempre più lontano, più estraneo; una sorella che arriva nel carcere di Padova, da cui suo fratello è stato trasferito, solo per chiedere che lo facciano ritornare perché qui, nella Casa di reclusione Due Palazzi, c’è un po’ di umanità in più: queste sono le testimonianze che hanno portato i famigliari a questa Giornata di dialogo contro la pena di morte viva. 

E sono testimonianze che abbiamo voluto con forza far ascoltare prima di tutto a quei dirigenti dell’Amministrazione penitenziaria, che avrebbero il potere di rendere la detenzione più dignitosa anche senza cambiare le leggi, solo applicandole rigorosamente, e non sempre l’hanno fatto. E poi ai politici, che invece certe leggi le devono cambiare, in particolare quell’articolo di legge maledetto, il 4 bis dell’Ordinamento penitenziario, che fa dell’ergastolo una pena di morte nascosta, e quella legge che riguarda gli affetti delle persone detenute, che nelle carceri italiane sono davvero calpestati, stritolati, ridotti a sei miserabili ore al mese di colloquio e dieci minuti di telefonata a settimana. 

E ancora, abbiamo voluto che tanti giornalisti ascoltassero, visto che questa Giornata di dialogo è stata anche una giornata di formazione per loro, che hanno un grande bisogno di imparare a raccontare le vite di chi ha sbagliato e sta scontando la sua pena, e dei suoi famigliari, che la pena, senza aver commesso nulla di male, la stanno scontando insieme. Perché, come ha detto Papa Francesco di recente, tu giornalista fai disinformazione se “all’ascoltatore o al telespettatore dai solo la metà della verità, e quindi lui non può farsi un giudizio serio”.

Le parole degli esperti, di chi ha studiato e sollevato la questione di legittimità costituzionale dell’ergastolo ostativo, quello che non ti permetterà mai di uscire di galera se non collabori con la Giustizia, sono fondamentali e questa Giornata ha dato loro spazio e ascolto, ma solo un famigliare può spiegare cosa significa, per esempio, avere un padre, o un figlio, che non vedrai mai se non in una sala colloqui di un carcere, e solo un detenuto può spiegare che spesso si sceglie di non collaborare proprio per non mettere a rischio e distruggere la propria famiglia. 

Anche questi sono aspetti di una realtà, quella delle pene e del carcere, che è complicata, e l’informazione la deve raccontare in tutta la sua complessità. Perché la società ha bisogno non di illudersi che i cattivi sono sempre “gli Altri”, ma di capire che può capitare a ognuno di noi “buoni” di avere un figlio, un padre, un fratello che finisce “dall’altra parte”.

Allora, pensando a quel fratello, quel padre, quel figlio che potremmo anche noi  dover andare a trovare in carcere, dobbiamo pretendere che la pena abbia un senso, che rispetti la dignità e che dia speranza.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori