SPILLO/ Una strada per Bettino Craxi? Sarebbe ora, ma non rifilateci Largo Di Pietro

- Gianluigi Da Rold

La triste farsa continua. Una strada o un parco milanese che dovrebbero essere dedicati a Bettino Craxi, nella sua Milano, dividono ancora le forze politiche. GIANLUIGI DA ROLD

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Bettino Craxi (Foto: LaPresse)

La triste farsa continua. Una strada o un parco milanese che dovrebbero essere dedicati a Bettino Craxi, nella sua Milano, dividono ancora le forze politiche e, lasciando perdere i “deliri” pentastellati o leghisti, dividono anche la sinistra. C’è stato un incontro tra Stefania Craxi, la figlia di Bettino, e il sindaco di Milano, Beppe Sala, che si è dimostrato più che disponibile ad affrontare l’argomento, già sollevato in altre occasioni.  

Di fatto, Sala capisce benissimo che sarebbe venuto il momento di riconsiderare e di  chiudere quel controverso periodo di Tangentopoli, che non ha portato molto bene alle sorti italiane e a quelle di Milano, soprattutto non ha portato a un ricambio “positivo” della classe dirigente italiana. Quindi si avverte la necessità di dare infine un riconoscimento pubblico al riformista milanese Bettino Craxi, che l’ex presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, con una lettera alla moglie Anna Craxi, nel 2010, definì un grande leader. Napolitano scrisse che la figura di Craxi “non poteva essere sacrificata alle responsabilità sanzionate per via giudiziaria”. 

Napolitano ricordava non solo i meriti indiscussi di Craxi come presidente del Consiglio e come leader della sinistra riformista, ma sottolineò anche la “durezza senza uguali” che si usò contro la sua persona. Infine, Napolitano ricordò a molti smemorati: “Né si può dimenticare che la Corte dei diritti dell’uomo di Strasburgo — nell’esaminare il ricorso contro una delle sentenze definitive di condanna dell’on. Craxi — ritenne, con decisione del 2002, che, pur nel rispetto delle norme italiane allora vigenti, fosse stato violato il diritto ad un processo equo per uno degli aspetti indicati dalla Convenzione europea”.

Ora, si avverte che la deriva in cui l’Italia si ritrova, a livello generale ma anche nei sempre problematici rapporti tra giustizia e politica, dovrebbe essere quanto meno bloccata con ripensamenti e ragionamenti meditati. A questo proposito siamo piuttosto scettici.

In Italia c’è sempre stata una tradizione di destra estremista, di sinistra estremista e di moderati benpensanti “con il cervello a destra, il cuore a sinistra e il lato b al centro”. L’unica cosa veramente impopolare in Italia è il riformismo. Umberto Terracini, senza dubbio un brav’uomo, comunista e presidente dell’Assemblea costituente, ci impiegò 48 anni a comprendere che il discorso di Filippo Turati a Livorno nel 1921 era giusto e quindi era sbagliata la scissione comunista. Era passato un po’ troppo tempo.

In realtà, il termine riformista, fino all’implosione dell’Unione Sovietica, all’interno della sinistra italiana, egemonizzata dalla maggioranza del Pci, era una sorta di disvalore. Quindi Craxi, autonomista e riformista del Psi fin da giovanissimo, poteva rappresentare solo un disvalore per “quei signori” che avevano fatto il tifo per Stalin, Beria, Malenkov, Breznev e Suslov, tanto per citare i più conosciuti.  

Poi c’è la pattuglia degli storici italiani, una delle “congregazioni” accademiche tra le più comiche che esista nel mondo occidentale e che ha travisato, con un impegno incredibile, quasi tutta la storia italiana. Provate a chiedere a questi noti accademici chi sia stato Alfredo Pizzoni. Non ce ne sarà uno che risponderà come si dovrebbe: cioè che era stato il vero capo della Resistenza italiana, “silurato” il 28 aprile 1945 perché non aveva partito. Chissà se c’è qualche strada intitolata a Pizzoni? Provate a chiedere a studenti e professori delle nostre scuole e università che cosa sono stati i “patti di Roma” del novembre 1944 tra Alleati e Resistenza, fateli parlare sul testo del Trattato di pace che ci fu imposto nel 1946 a Parigi. Ci sarebbe da ridere alla risposte, per non piangere amaramente.

In un clima di questo tipo, dove la “post-verità” ha quasi sempre trionfato, una strada dedicata a Bettino Craxi sarebbe una positiva discontinuità che noi ci auguriamo, ma che sappiamo che sarà difficile che avvenga.

Del resto, a destra qualcuno dice che va bene ma altri si oppongono, alla palude centrista non frega niente, a sinistra preferiscono, in maggioranza ancora oggi, che esista via Stalingrado, la statua di Lenin (grandissimo democratico, notoriamente!), una quantità di “via Togliatti”, quello che brindò all’invasione sovietica dell’Ungheria, che votò per l’esecuzione di Imre Nagy, che con diversi pseudonimi firmò le più atroci purghe staliniane in campo internazionale. Quello che Nikita Kruscev, protagonista del XX e XXII del Pcus, considerava un golpista nelle svolta anti-staliniana dell’Urss. 

La realtà è che tutti sanno quale sia stato il valore di uno statista come Craxi, ma ammetterlo sarebbe troppo difficile e poi bisognerebbe ripensare a un periodo della storia italiana, dove ci sarebbe spazio per largo Davigo, corso Di Pietro, via del “pendolino di Gradoli”, e largo della svendita. Non è semplice, ma non disperiamo, sapendo che prima o poi la storia farà giustizia di “chi mente per la gola”, come diceva Craxi nel suo esilio di Hammamet.

Strana, tragica e drammatica fine, quella del leader socialista. Considerato latitante, non è mai stata avanzata una richiesta di estradizione dalla Tunisia e, quando è morto, il governo italiano gli ha assicurato un funerale di Stato. Pura schizofrenia.

E intanto si discute sulla strada. Un delirio.

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