SCENARIO/ Mattarella e papa Francesco indicano la strada all’Italia divisa

Gli interrogativi sollevati da Vittadini nell’editoriale sulle riforme trovano un’autorevole sponda negli interventi di fine anno di Mattarella e di Papa Francesco. VINCENZO TONDI DELLA MURA

03.01.2017 - Vincenzo Tondi della Mura
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Sondaggi, Immagini di repertorio (LaPresse)

Gli interrogativi sollevati da Giorgio Vittadini nell’ultimo editoriale in tema di riforme trovano un inatteso e autorevole conforto negli interventi di fine anno del presidente Mattarella e di Papa Francesco. Anche se in modo differente, entrambi muovono dalla drammaticità della realtà in atto, condizionando gli obiettivi di speranza pur rappresentati alla realizzazione di un protagonismo delle istituzioni nuovo, responsabile e finalmente inclusivo di un corpo sociale plurale e pacificato.

La riflessione di Vittadini ha preso le mosse dalla grave divisione arrecata al Paese dalla violenta campagna referendaria sulla riforma Renzi-Boschi. In tal senso ha posto una domanda preliminare sul valore da riconoscere al desiderio di un bene comune, se da ritenere ancora concreto e operativo. 

Si tratta di una domanda decisiva, tale da rompere gli schemi tradizionali e da rinviare a ulteriori interrogativi altrettanto radicali: è possibile porre fine all’infinita transizione della seconda repubblica con la semplice sostituzione di nuove regole istituzionali, così da sfuggire a una lettura in qualche modo condivisa del passato e del presente? E’ possibile leggere la storia prescindendo da quel realismo sperimentato nella prima repubblica, il cui impiego consentì di coniugare le esigenze politiche nazionali con quelle geopolitiche internazionali? In tale prospettiva, come valutare l’imponente partecipazione popolare che ha caratterizzato il referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 (pari al 70 per cento degli elettori, ben oltre la percentuale del 40-50 per cento che ha segnato le ultime tornate elettorali)? Come considerare l’altrettanto imponente differenza di consensi registrata dai due fronti referendari, tale che lo schieramento a favore della Costituzione ha surclassato del 20 per cento quello riformatore, a sua volta favorito dal dominio mediatico esercitato dal Governo? Di rimando, come evitare che il popolo si senta abbandonato a se stesso, dopo essere stato mobilitato su una scelta così dirimente per le sorti della Repubblica? Come impedire che restino inascoltate le pari ragioni di cambiamento manifestate in senso opposto ma concorrente dagli elettori del Sì (oltre 13 milioni) e del No (oltre 19 milioni)? In definitiva, come ricomporre il tutto, dando avvio a una ricostruzione sociale e politica finalmente inclusiva e pacificata?

Troppi interrogativi, probabilmente, per un solo bilancio. Eppure, c’è una coerenza ininterrotta fra gli eventi traumatici della fine della prima repubblica e l’incapacità della seconda di ricucire, anziché aggravare, lo strappo sociale provocato da quegli accadimenti; c’è una piena continuità (anche nei nomi di molti dei relativi artefici) fra quanto allora progettato e quanto infine realizzato e finalmente rigettato in fase referendaria. Allora — come giustamente ha rilevato Vittadini — “per rendere i governi più duraturi, si scelse un sistema bipolare rappresentato da ‘uomini soli al comando’, che hanno raccolto consenso con la propaganda favorita solamente da un sistema mediatico che non rappresentava la realtà”. Negli ultimi anni, per rendere incontrastato il tutto, si era cercato di perfezionare detto impianto, organizzando il nuovo sistema in modo più mirato e costituzionalmente definitivo.

Proprio una tale continuità, tuttavia, è stata recisa dal responso referendario del 4 dicembre 2016. Ecco perché — riprendendo la sollecitazione di Vittadini — la vittoria del No ha già concorso al bene comune. Essa ha scongiurato il peggio; ha impedito l’avvento di una riforma pessima, tale da comportare la definitiva e irrimediabile lacerazione del Paese e la riduzione degli spazi di democrazia parlamentare e territoriale a discapito del pluralismo.

Che poi dalla bocciatura referendaria siano discesi a cascata effetti tali da far pensare a un insopportabile ritorno al passato (estenuanti consultazioni parlamentari, nomina di un Governo fotocopia ad eccezione del presidente del Consiglio, conferma di ministri invisi per inettitudine e sfrontatezza) è un discorso diverso e nemmeno consequenziale. 

Decisivo, al riguardo, è stato il modo con cui il Governo Renzi ha impostato le proprie riforme, secondo una superbia ingegneristica pari solo a quella approntata per la progettazione del Titanic. Quest’ultimo fu costruito senza un adeguato numero di scialuppe di salvataggio, essendo ritenuto, per la presunzione dei suoi ingegneri, inaffondabile; di conseguenza, mentre il transatlantico colava a picco, molti dei passeggeri si trovarono privi di una possibilità di salvezza. Del pari, anche la riforma costituzionale è stata realizzata senza attrezzare le riforme di contorno (elettorale, province, ecc.) per l’eventualità di un diverso responso referendario; di conseguenza, una volta respinta la stessa, anche le altre sono rimaste prive di ragione e il Paese si è trovato senza la possibilità di un ritorno alle urne. Di qui, la beffa di un governo politico (e non tecnico) sostenuto da una maggioranza analoga a quella clamorosamente sconfitta dal responso referendario e, per di più, vincolato a un Parlamento ancora delegittimato (per essere stato votato con una legge dichiarata incostituzionale) e, al momento, incapace di licenziare un sistema elettorale finalmente conforme a Costituzione.

Non è un caso se nello stesso giorno due fra i più lucidi osservatori delle vicende nazionali, Rino Formica da queste colonne e Giuseppe De Rita dal Corriere della Sera, abbiano ricondotto la gravità della crisi in corso anche alla necessità di dare nuovo spazio alla grande voglia di partecipazione popolare emersa dalla consultazione referendaria: l’uno, avendone rimarcato la vastità del consenso (“si tratta di un consenso amplissimo, pieno di aspettative da parte di vasti settori del paese e delle nuove generazioni. Un consenso che non chiede solo di mantenere un ombrello di garanzie, ma di costruire un futuro”); l’altro, avendone declinato le implicazioni sul piano della rappresentanza degli interessi collettivi (“giova anche riscontrare che in materia bisogna superare una crisi seria, visto che i diversi soggetti di rappresentanza hanno di recente subito un deciso processo di disintermediazione (in nome e per conto del rilancio del primato della politica) rispetto al quale essi non hanno ‘tenuto botta’, restando silenti o addirittura schierati nelle crescenti spinte al decisionismo”). 

Ecco perché, a dispetto delle apparenze, l’esito del referendum del 4 dicembre presenta un risultato paradossale. Se accolto per la radicalità del pronunciamento, esso è tale da collocare il percorso del cambiamento nella dimensione politica, prima ancora che istituzionale, sinora trascurata. Una volta attestata l’ineluttabile disfatta del metodo del riformismo imposto, esso è tale da aprire la via a soluzioni finalmente partecipate e adeguate; è capace di riaprire quei circuiti di dialogo democratico gradualmente chiusi nei 25 anni trascorsi.

Ed è in tale contesto che è possibile leggere i due interventi di fine anno.

Il presidente Mattarella ha evidenziato la gravità delle tante “fratture da prevenire o da ricomporre”. Minando la coesione sociale, esse pregiudicano la stessa possibilità di sviluppo del Paese. Essere comunità di vita, per contro, “significa condividere alcuni valori fondamentali”; valori da praticare e testimoniare anzitutto da parte di “chi ha la responsabilità di rappresentare il popolo, a ogni livello”. Di qui la conclusione, secondo cui “Tutti, particolarmente chi ha più responsabilità, devono opporsi” alla deriva di una “società divisa, rissosa e in preda al risentimento”; questa, infatti, smarrendo “il senso di comune appartenenza, distrugge i legami, minaccia la sua stessa sopravvivenza”.

Pur con differenti accenti, anche Papa Francesco ha manifestato un’analoga insistenza: “Non possiamo permetterci di essere ingenui. Sappiamo che da varie parti siamo tentati di vivere in questa logica del privilegio che ci separa-separando, che ci esclude-escludendo, che ci rinchiude-rinchiudendo i sogni e la vita di tanti nostri fratelli”. Di qui l’invito a “trovare la forza di prendere il nostro posto nella storia senza lamentarci e amareggiarci, senza chiuderci o evadere, senza cercare scorciatoie che ci privilegino”; ciò in quanto “il tempo che ci attende richiede iniziative piene di audacia e di speranza, come pure di rinunciare a vani protagonismi o a lotte interminabili per apparire”. Ed è solo “scommettendo su una vera inclusione”, che diviene possibile “puntare a un futuro che sia degno” delle speranze dei giovani e dello sviluppo del popolo.

Il cambiamento, in definitiva, non è anzitutto in nuove regole da scrivere, ma nella funzione attribuita ad esse, nel modo in cui i partiti valutano il rapporto con l’elettorato, nel ruolo che la politica riconosce alla realtà. Se la “gnosi” — come insegna la teologia — è l’andare oltre la realtà, il responso referendario restituisce alla realtà la conduzione del Paese. Ed è in tale ritorno alla realtà, che diviene possibile l’auspicata ricostruzione sociale e politica.

Commentando quanto aveva scritto nel proprio volume, Hannah Arendt ebbe a chiarire che La banalità del male era sostanzialmente consistita nella “incapacità di pensare mettendosi al posto degli altri”. Con il ritorno alla realtà è questa capacità che torna a essere praticabile. Una volta venuto meno il fattore divisivo di una riforma coerente con il trascorso bipolarismo rissoso, famelico e inconcludente, torna a essere praticabile quella capacità di reciproca comprensione politica e sociale sinora negletta. Ed è questo il miglior augurio che può derivare al Paese dalla fine di un anno così tormentato dagli eventi del mondo.

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