SCENARIO/ Monte dei Paschi e il decreto che sposta le elezioni al 2018

- Sergio Luciano

La discussione del decreto salva-banche comincerà dal Senato. Secondo SERGIO LUCIANO si tratta di una mossa rivelatrice di una situazione non comoda per Matteo Renzi

mrenzi_zoom3R439
Matteo Renzi (LaPresse)

Succedono cose strane a questo mondo. Succede che il “nazional-fascista” Trump raccolga i voti e diventi l’idolo dei colletti blu americani perché gli salva i posti di lavoro nell’industria dell’auto, e dunque faccia una cosa molto “di sinistra”. E succede che Forza Italia diventi di fatto un puntello per il governo post-renziano di Paolo Gentiloni a dispetto della voglia di voto di Renzi. Un puntello che autorizza a parlare di “Nazareno-bis” all’insaputa del segretario del Pd rottamato. Come si spiegano questi assurdi logici?

Per capirlo, “follow the money”, come avrebbe fatto il grande Falcone. Riprendiamo e concludiamo il parallelo con Trump: per rinforzare la crescita e redistribuire reddito, l’America deve riprendersi in pancia un po’ di quei margini di benessere che spalmicchiava, peraltro parsimoniosamente, qua e là nel mondo con i suoi “transplants” manifatturieri (produrre all’estero a basso costo beni che poi generavano i profitti maggiori in patria), perché il ceto operaio manifatturiero è disposto a dare il suo voto solo a chi, appunto, gli fa recuperare benessere.

In Italia, dopo trent’anni in cui ci siamo fustigati (e questo è stato anche giusto: peccato sia stato sterile) sul deficit e sul debito pubblico, abbiamo capito – proprio capito, sulla nostra pelle – che alla voce “crisi economica”, oltre a vedere la disoccupazione, si deve vedere anche il crac strisciante del sistema bancario, un sistema che non guadagna più per mille cause – prima fra tutte una regolamentazione demenziale – e sta strangolando le imprese. Con gravissimo, e colpevole, ritardo il governo è intervenuto a metterci una pezza, quella dei 20 miliardi per salvare il Monte dei Paschi di Siena e le banche venete decotte, una cifra pari a un quindicesimo di quanto speso dalla Germania a tempo debito per curare una parte delle sue inguaiatissime (alcune tuttora) banche commerciali.

Se Renzi non avesse lavorato erroneamente e unicamente al monumento a se stesso che ha cercato di costruirsi avesse preso prima questo provvedimento, le cose sarebbero andate meglio. Ma tant’è: dopo il flop dei suoi protetti di Jp Morgan, il decreto è arrivato, sia pure per interposto Gentiloni. Oggi, farlo passare presto e bene in Parlamento e trasformarlo in legge è questione di vita o di morte per l’economia nazionale.

Come si spiega, allora, il fatto che il dibattito parlamentare al riguardo, originariamente incardinato come da prassi prima alla Camera – dove il governo dispone di una maggioranza relativamente ampia – e successivamente al Senato, sia stato poi fatto iniziare a Palazzo Madama, dove invece i margini di consenso sono assai più risicati, tanto più dopo la rottura con Verdini? La mossa, inconsueta, è stata notata e variamente interpretata. I fatti, in realtà, stanno, molto semplicemente, come segue.

Mentre Renato Brunetta, celebre e colorito forzista, strepita contro il tirare a campare del sonnolento governo Renzi-senza-Renzi, il grosso di Forza Italia e lo spirito-guida che comunque promana dal fondatore Berlusconi vuole assolutamente procrastinare il più a lungo possibile la data delle elezioni, fino a farla coincidere con la scadenza naturale della legislatura nella primavera del 2018, e questo contro i pruriti di Renzi, l’Esule di Rignano, che invece ha detto di voler votare il prima possibile.

Forza Italia e Berlusconi contano sia sulla minoritaria ma non assurda possibilità che la Corte di Giustizia europea cancelli in tempo l’ineleggibilità del pur ultraottuagenario Cavaliere, sia sul fatto che il passare dei mesi logori ulteriormente le chances elettorali di Renzi, perché chiunque conosce il Cavaliere sa bene che la sua sperticata stima per “l’unico leader politico oltre me che ci sia in Italia” si esprimerebbe assai più volentieri nel rivedere questo alter ego all’opposizione…

Al fronte istituzionale che non concepisce il voto senza una legge elettorale nuova ed efficiente – fronte guidato da un Presidente della Repubblica Mattarella che non è un tenerello e ha parlato assai chiaro il 31 dicembre scorso, sostenuto dal vicesegretario Pd Franceschini e non ingrato al neo-premier Gentiloni – va dunque iscritta a buon titolo Forza Italia: per queste chiare ragioni politiche, cui vanno aggiunte quelle pragmatiche di tutti i “peones” parlamentari, grillini compresi, che a settembre 2017 maturano il diritto al vitalizio pro-rata della legislatura in corso e non gradiscono l’idea di privarsene per fare un favore a Renzi.

Ma c’è poi il ragionamento del “follow the money”, a rendere in realtà blindato il percorso al Senato del decreto salva-banche. Anzi, addirittura a trasformare il puntello di Forza Italia al governo Berlusconi in una specie di Nazareno-bis a trazione bancaria. Chiunque conosca Ennio Doris, fondatore e presidente di Banca Mediolanum, sa che è forse l’unico imprenditore al mondo che Berlusconi consideri suo pari, perché ha innovato da zero in un settore pestifero e oligopolistico come quello bancario. Per il Cavaliere e il suo cerchio magico, Doris, quando parla – mai di politica pura, sempre di economia reale – è l’oracolo. E Doris, tra l’altro mettendoci i soldi, ha sempre sostenuto la linea governativa dei salvataggi bancari, anche nella prima versione pasticciata della “risoluzione” delle quattro banche del 2015.

Da mesi, e oggi più che mai, il banchiere spiega a tutti che un bail-in del Montepaschi sarebbe stato un autogol suicida per il Sistema-Paese, suicida e folle, visto che tutti gli altri Stati europei, al di là delle chiacchiere politicamente corrette di oggi, hanno fatto poco tempo fa ben di peggio dell’Italia, in materia creditizia. Quindi, le chiacchiere stanno a zero: il decreto salva-banche passerà, se necessario, col voto di Forza Italia. Il che rende sicuro il suo cammino anche al Senato: accontentare i senatori che rivendicavano una “primazia” su un tema importante è stato quindi facile e indolore.

Ma è chiarissimo cosa questo comporti: se Forza Italia torna padrona della maggioranza di fatto che sostiene il governo Gentiloni, per forzare i tempi del voto i margini di Renzi diventano nulli. O forza la mano su un tema totalmente indigesto per Forza Italia e Berlusconi – come sarebbe, che so, rimettere l’Imu sulla prima casa: ma come fa, visto che sono quasi tutti gli stessi cavalli di battaglia della sua linea politica? – oppure il voto azzurro può scattare in ogni momento a sorreggere l’esecutivo per ritardare le elezioni. Oltre a essere imprescindibile per far passare qualsiasi nuova legge elettorale.

Questo significa in sostanza per Renzi non poter disporre della crisi di governo se non contrapponendo il suo partito a un esecutivo che ha costruito lui stesso, e che – salvo tre ministri – ripropone pari-pari la sua squadra! Come potrebbe mai? È immaginabile un Gentiloni che, in nome delle elezioni a giugno e magari su una legge elettorale d’iniziativa governativa, si dimetta e apra una crisi al buio? E con quali effetti elettorali potrebbe mai pensare di farlo, lo stesso manovratore di Rignano, che guida pur sempre il partito di maggioranza relativa?

Quindi, che si voti a fine legislatura è ormai praticamente scontato. E certamente Renzi, al di là delle chiacchiere, da uomo pratico qual è, starà già pensando a come ribaltare a proprio vantaggio un “bagnomaria” che a oggi si profila invece per lui devastante. 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori