SCENARIO/ Folli: Catalogna, Lombardia e Veneto rovinano i piani di Berlusconi (e Salvini)

- int. Stefano Folli

La divisione tra Lega autonomista (Maroni e Zaia) e Lega sovranista alla Salvini crea più di un problema a Berlusconi. E questo a Parigi e Berlino lo sanno. STEFANO FOLLI

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LaPresse

“Il referendum di Lombardia e Veneto? Un flop non sarebbe rilevante, il suo successo, invece, lo sarebbe eccome”. A dirlo è Stefano Folli, editorialista di Repubblica, già direttore del Corriere della Sera. “Perché è vero — continua Folli — che i due referendum di ottobre si muovono dentro una cornice costituzionale, ma alla luce di quanto sta accadendo in Europa ci vuol poco per inoltrarsi in una terra incognita, dove i separatismi potrebbero riprendere voce”. Per Folli, contro le apparenze, il centrodestra non sta affatto meglio del centrosinistra. Ed è l’osservato speciale di chi comanda in Europa.

Salvini è un’incognita per Berlusconi. Sia in vista della coalizione da presentare alle politiche del 2018, sia perché Giovanni Toti, che già governa con la Lega, dice che l’alleanza è naturale e si farà.

Questo è senza dubbio il fatto più saliente: la contraddizione, emersa rispetto al referendum di Lombardia e Veneto e alla vicenda della Catalogna, tra Lega autonomista — quella che ha voluto i referendum consultivi — e Lega nazionalista alla Salvini. Sono due posizioni che mal si conciliano. Detto questo, La Lega oggi ha un peso nel nord che la linea sovranista di Salvini non ha intaccato ma anzi ha accentuato. E questo a Berlusconi complica le cose.

Può essere ancora considerato il leader dell’alleanza?

Sì, ma è una leadership che Salvini è ampiamente in grado di condizionare. Perché al nord Salvini ha i voti e molti parlamentari del centrodestra per essere eletti al nord hanno bisogno dei voti di Salvini. E Berlusconi non può ridursi ad essere un partito del centro-sud. La linea Toti non è quella ufficiale, ma esprime la preoccupazione di molti parlamentari di Forza Italia di trovarsi in difficoltà in un futuro prossimo venturo.

Berlusconi ha riallacciato i rapporti con Angela Merkel, che oggi però è distratta dalla formazione del suo governo. Intanto emerge la figura di Macron. 

Quello che succede in Germania influenza il centrodestra italiano per due motivi. Il primo è che toglie significato e appeal all’ipotesi della grande coalizione. La si dava genericamente per scontata, ora è un’ipotesi offuscata perché si è capito che non ci sono i voti per tenere in piedi un’alleanza Renzi-Berlusconi.

Il secondo motivo?

Merkel è senza dubbio contenta che Berlusconi abbia una posizione europeista, ma M. non può non vedere che il tandem Berlusconi-Salvini contiene un’ambiguità, un equivoco. Se Berlusconi fa da solo la filiale italiana del Ppe è un cosa, fare accordi con un altra forza che comportano forti compromessi politici, è un’altra cosa.

Senza dire del fatto che con i liberali (Fdp) al governo, la Germania sarà ancora più rigorista di prima.

Sì e questo per Salvini sarà un problema in più. Il centrodestra italiano è in questa singolare situazione: se si sommano i voti di tutti si arriva forse anche al 35 per cento, ma questa percentuale funziona solo a tavolino. Il rapporto di Salvini con Berlusconi non è scontato, la Meloni non può seguire le nostalgie autonomiste di una parte della Lega; il quadro tedesco e la variabile spagnola condizionano il resto. Insomma il cartello di centrodestra è tutto da costruire.

E Macron?

Ha colto l’occasione per rilanciare il ruolo della Francia e costruirle intorno il nuovo equilibrio europeo. Gentiloni lo ha capito e fa bene a stringere il rapporto con Parigi. Ma se questo rapporto vuole avere una prospettiva, dev’essere capace di ricomprendere la Germania.

Perché secondo lei abbiamo interesse a sostenere l’iniziativa francese?

Perché solo in questo caso possiamo rafforzarci e sperare di svolgere domani un ruolo di raccordo con la Germania. 

Intanto Mdp non voterà la relazione sul Def e Bubbico si dimette; Pisapia è ormai egli stesso un problema politico e nel Pd serpeggia lo scontento.

Ad analizzare razionalmente quello che succede a sinistra non se ne esce, occorre aspettare gli eventi e il primo evento politico è il voto in Sicilia. E’ chiaro che Pisapia vuole porsi come elemento di raccordo tra Pd e sinistra. Da quelle parti però non hanno nessuna voglia di rientrare nell’orbita del Pd. 

L’idea prodiana che anima Pisapia è in crisi?

Sulle formule se si vuole si trova sempre un accordo, difficile è resuscitare l’Ulivo sul piano delle idee. E Prodi oggi è il primo a saperlo.

Il Movimento 5 Stelle?

I grillini hanno perso molto del loro slancio. Se volevano essere una forza antisistema hanno sbagliato parecchie mosse. D’altra parte è difficile continuare ad esserlo per quattro-cinque anni di fila. 

Questa metamorfosi intaccherà la loro base di consenso?

Sul piano della logica sì, perché il giudizio sulla loro gestione del potere, dove lo hanno ottenuto, è molto negativo. In ogni caso la scelta di Di Maio come candidato premier cozza contro tutta la narrazione di Beppe Grillo. A meno che, ma qui bisogna essere molto maliziosi, Grillo non preferisca perdere.

Possibile?

I 5 Stelle hanno avuto paura del proprio successo perché non sanno come gestirlo. In fondo accontentarsi di un 22-24 per cento, che è un signor risultato, vuol dire garantirsi un grande potere, mediatico soprattutto, e declinare più facilmente ogni responsabilità di insuccesso. 

Meglio allora arrivare secondi.

Manca la controprova, ma a me pare che le scelte di M5s fatte finora vadano in questa direzione.

(Federico Ferraù)

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