SCENARIO/ Caldarola: Renzi-Berlusconi, agli italiani l’ipotesi Scalfari non piace

- int. Peppino Caldarola

Accettando la domanda su chi avrebbe scelto tra Grillo e Berlusconi, Scalfari ha legittimato l’ipotesi che il Pd sia fuori dai giochi. Due i possibili scenari post-voto. PEPPINO CALDAROLA

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Matteo Renzi (Lapresse)

“Siamo ad un tornante drammatico della vita europea e italiana”. Peppino Caldarola, opinionista politico, ex direttore dell’Unità, ha visto dall’interno tutta la metamorfosi della sinistra italiana, dal Pci a Renzi. “La destra ha capito da tempo che la ricreazione è finita e si farà trovare pronta. La sinistra, invece, è spiazzata e non sa come affrontare quello che accadrà”.

Macron è riuscito a battere la Le Pen, Renzi è scatenato contro Grillo. I due si sono visti all’Eliseo e ovviamente hanno parlato di Europa. Salutati come astri nascenti della politica europea, oggi però sono entrambi in difficoltà.

Macron impersona una di quelle figure politiche liberali di matrice anglosassone che ogni tanto seducono i politici europei. Renzi è uno di questi. Ma un conto è vincere, un altro è dirigere lo stato. La domanda è quale sarà la tenuta di Macron quando affronterà il nodo politico che ha azzoppato Hollande, vale a dire la legge sul lavoro. La mia impressione è che anche per lui la ricreazione sia finita.

Intanto a Firenze è cominciata l’ottava Leopolda. Un po’ sottotono, si direbbe.

La Leopolda non serve più a un tubo. Era l’embrione del partito renziano, ma oggi è inutile perché Renzi un partito renziano ce l’ha ed è il Pd. 

Mancheranno tanti big, da Baricco a Zingales, da Serra a Farinetti, ma ci saranno tanti giovanissimi. Renzi punta al ricambio politico.

Ciò che Renzi e quelli come lui non capiscono è che il rapporto con i giovani non lo si costruisce presentando loro i cloni degli adulti che li hanno convocati. Giovani così non hanno nulla da dire ai loro coetanei che fanno la vita normale di tutti i giorni, tra scuola, bar e struscio, ricchi o poveri che siano. A questi giovani un leopoldino appare per quel che è: un inganno. 

Chi bisognava invitare?

I giovani figli della disoccupazione, o quelli pagati trecento euro al mese in Amazon. Renzi non lo capisce, ed è naturale: tutto ciò che della tradizione della sinistra avrebbe dovuto mettere nel suo zainetto politico, lo ha buttato via. 

Ha letto l’intervista al Corriere di D’Alema? “Finiamola con questo assillo all’appello unitario” del Pd con l’altra sinistra.

D’Alema ha ragione nel dire che ormai la distinzione tra “noi” e “loro” è netta. Per questo non val più la pena prendersela con Renzi. Litighi quando hai qualcosa in comune, non quando punti ad elettorati diversi e agli astenuti.

A parole sì, ma nella realtà la sinistra-sinistra punta a soffiare voti al Pd. Speranza e i suoi ci riusciranno?

La divisione attraversa tutto l’ex popolo comunista. Una parte ha vissuto come una sconfitta l’emarginazione renziana e tenta di risalire la china con Articolo 1. Un’altra parte è in pieno revisionismo personale, come se volesse strapparsi dal petto quel pezzo di cuore che per anni ha battuto per la bandiera rossa. In attesa di riuscirci stanno con Renzi, che sa di avere in mano il Pd anche e proprio per questo.

Scalfari prima sdogana Berlusconi, poi scrive un editoriale per fare dietrofront e dire che Berlusconi e Grillo sono entrambi populismi e che Berlusconi non lo voterebbe mai. Che cosa succede a Repubblica?

E’ il primo segnale eclatante dell’assenza di Ezio Mauro. Un comandante di ferro, un vero direttore. Ezio aveva messo Repubblica in battaglia con un’unica voce. Con Mario Calabresi invece il giornale è apparso largamente incerto.

Ma sempre renziano.

Sì, ma senza disdegnare di sostenere operazioni come quella di Pisapia o Veltroni. E’ l’influenza di Scalfari. E’ in questo contesto che troviamo anche la sua autocorrezione.

Politicamente cosa resta di questo balletto?

Accettando la domanda su chi avrebbe scelto tra Grillo e Berlusconi, Scalfari ha legittimato l’ipotesi che il Pd sia fuori dai giochi. Anche se oggi (ieri, ndr) ha scritto che il Pd “potrebbe essere costretto, come già successo in passato, a un’intesa non di natura politica con Forza Italia”. Resta che la sua idiosincrasia verso i 5 Stelle lo ha portato ad un apprezzamento nei confronti di Berlusconi. Lui, Eugenio Scalfari… Anche questo rimane agli atti.

Per Scalfari “ci troviamo purtroppo nella stessa situazione della Germania di Angela Merkel”. E a causa dell’ingovernabilità “le elezioni dovranno ripetersi”. In realtà il presidente tedesco Steinmeier non pare proprio di questo avviso.

Che la prossima legislatura italiana nasca senza un vincitore in grado di governare è ormai una certezza. Due scenari sono possibili. Quella della coalizione Renzi-Berlusconi evocata da Scalfari è l’ipotesi più forte, il problema è che ciascuno dei contraenti pagherebbe un prezzo pesantissimo in termini di consenso. Lo sanno bene nei due rispettivi partiti e lo sa anche Mattarella. Il centrodestra si sfascerebbe immediatamente, nel Pd esploderebbe la critica di quel che resta della cosiddetta sinistra del partito.

Tutto questo che cosa significa?

Che l’ipotesi più concreta è anche la più difficile da praticare.

E l’altro scenario?

Il presidente della Repubblica lascerebbe governare per breve tempo un governo tecnico di minoranza fino al successivo scioglimento. Sperando che il nuovo voto politico convinca gli elettori ad optare massicciamente per un campo. 

E tutto questo per una legge elettorale che nel Pd ancora si ostinano a difendere. Come è stato possibile?

Il Pd ha votato una legge tecnicamente suicida scommettendo sul fatto che alla sua sinistra vi sarebbe stato un pulviscolo di forze incapaci di superare il 2-3 per cento. Un prezzo che Renzi ha pensato di pagare in cambio della totale solitudine parlamentare. Si è sbagliato, perché tutto lascia supporre che una delegazione unitaria della sinistra ci sarà.

Qual è la prima conseguenza di questa topica clamorosa, o di questo patto scellerato?

Infondere depressione e sfiducia in tutto l’elettorato della sinistra. Da qui deriverà la sua sconfitta. 

(Federico Ferraù)

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