CAOS PD/ Il piano di D’Alema per sbarazzarsi di Renzi

- int. Peppino Caldarola

L’onda sismica del voto siciliano è arrivata al Nazareno. Renzi: “cercano di farmi fuori ma non ci riusciranno”. Ora la sinistra (tutta) ha bisogno di opposizione, dice PEPPINO CALDAROLA

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D'Alema, ultimo nel collegio Nardò Gallipoli (Foto: LaPresse)

L’onda sismica delle elezioni siciliane è arrivata anche al Nazareno. Renzi reagisce: “cercano di farmi fuori ma non ci riusciranno”. Grasso respinge le accuse di essere la causa della sconfitta del Pd e si scalda a bordo campo per Articolo 1-Mdp. Emiliano, Orlando e Franceschini mandano segnali di insofferenza, ma allontanano la resa dei conti. Nel Pd è scattato (tardi) l’imperativo delle alleanze, per allargare la coalizione. Lo stesso Renzi potrebbe non essere più il candidato premier. Si fa il nome di Gentiloni. “Il nervosismo nel partito è molto alto — dice Peppino Caldarola, ex direttore dell’Unità — perché il Pd sapeva di perdere in Sicilia, ma le dimensioni della sconfitta hanno superato ogni previsione”.

Com’è la situazione, Caldarola?

Al Nazareno è pessima. Nel voto disgiunto tanti elettori del Pd hanno votato Cancelleri, perfino Musumeci. Poi Mdp non è un’alibi, come sarebbe accaduto se Micari non avesse raggiunto Cancelleri a causa dei voti di Fava: invece la somma dei due è a dieci punti da M5s. Non solo. Emerge che quasi nessuno degli eletti è originario del Pd.

Renzi sembra intenzionato a resistere.

Per ora ce la farà. Ogni volta che la crisi interna sembra travolgerlo, alza la posta. Ieri ha dichiarato che con le alleanze giuste si può arrivare al 40 per cento. I suoi avversari interni brontolano, ma non hanno il coraggio di andare oltre. 

Perché?

Perché non hanno una leadership da opporgli. Il Pd è quasi completamente “renzizzato”. Dove questo non accade è prigioniero di De Luca, di Emiliano o di altri boss locali. In questo senso è un partito difficilmente scalabile.

Davvero i big non hanno carte da giocare?

Franceschini ha fatto il segretario ma non è un leader, Andrea Orlando ha la sindrome dell’eterno secondo. E poi scatenare una battaglia con chi, con quali truppe, con quale progetto?

Quello di un’alleanza con Mdp. Renzi non ha posto preclusioni. O se c’erano, le ha fatte cadere.

Mdp chiede una svolta di contenuti che mette in difficoltà l’intero gruppo dirigente del Pd. Non è immaginabile che Renzi, Bersani e Speranza si rimettano insieme per evitare di essere messi fuori gioco da Berlusconi e Grillo, che è quello che avverrà. Sarebbe una scelta disperata e priva di contenuto.

Ma perché? Non sarebbe la ricomposizione della sinistra?

Perché l’elettorato cosiddetto di centrosinistra non vuole una unità astratta, ma reale, con un progetto. Il centrodestra ha identificato culturalmente il proprio campo, malgrado le rivalità interne. Lo stesso hanno fatto i 5 Stelle come forza anti-sistema. Ma il centrosinistra che cos’è? E il Pd al governo cos’ha fatto? Presunte riforme che non hanno cambiato la realtà. 

Mdp che cosa intende fare?

Una parte di Articolo 1 insegue la via breve della leadership: auto-legittimarsi mediante personaggi “altri”, come Prodi e Grasso. Ma questa strategia, oltre a bruciare i nomi, elude il tema. L’elettorato di sinistra non chiede a Bersani e D’Alema di avere un leader, ma di avere una politica vera, che abbia la forza d’urto per scombinare quella di Grillo o di Salvini-Berlusconi. E poi il leader non è necessario, basta un capolista. 

Grasso si mette alla testa di Articolo 1-Mdp, che in mancanza di un accordo con Renzi va da solo al voto, e dopo le urne Articolo 1 porta M5s al governo. Che ne dice?

Un patto di governo con M5s sarebbe troppo esoso per chiunque, qualunque forza si frantumerebbe. E’ vero: c’è qualcuno in Mdp che pensa al dialogo, ostinandosi a vedere ancora nei 5 Stelle dei compagni che sbagliano.

A ragione o a torto?

E’ un errore grave. Il Movimento 5 Stelle non è una forza di centrosinistra sotto mentite spoglie, è una forza indefinibile con dei connotati limpidamente di destra. Per Mdp appoggiare i 5 Stelle al governo sarebbe un suicidio.

Che scelte farà Renzi dopo la sconfitta in Sicilia?

Sarà iper-movimentista. Si è accorto di non essere più il competitor e vuole ridiventarlo. Inizierà un’escalation rivolta prevalentemente contro M5s. Però il problema di Renzi resta il solito: gira l’Italia in treno ma il paese gli resta estraneo. Non sa come vivono gli italiani e perché oggi addebitano al suo governo, a ragione o a torto, una serie di infelicità sociali, dal lavoro alla solitudine. 

E Berlusconi invece?

Berlusconi ha sempre mostrato di saper entrare in sintonia con gli italiani. Non sono stati e non saranno tutti gli italiani, ma una parte sì. Anche Lega ed M5s sono forze che hanno una connessione sentimentale con pezzi di popolo italiano. Renzi no. Fa solo retorica.

Ma allora la sinistra deve rassegnarsi alla sconfitta?

Io penso che questo passaggio storico vada consumato fino in fondo. Ed è scritto che la sinistra perda. Prima lo capiscono, a sinistra, e meglio è. L’idea di partecipare a tutti i costi a un governo è un’ossessione degli ultimi 20 anni di cui bisogna liberarsi. 

Se la sinistra non può aspirare al potere, che cosa deve fare?

Ha bisogno di un bagno di opposizione sociale. Un lasso di tempo in cui  riguadagnare nuovamente la sua identità e farsi riconoscere dalla sua gente.

Allora è questa la “via lunga” per la leadership. Ma qualcuno a sinistra lo ha capito?

Lo ha capito D’Alema. Per lui costruire una forza di sinistra è la priorità rispetto a tutto, anche ad una coalizione con il Pd o alla stessa sopravvivenza politica di Renzi. D’Alema non pensa che basti una sfida televisiva a rovesciare la situazione, non si illude che gli elettori scontenti tornino a casa con la bandiera rossa un minuto dopo che Renzi ha abbandonato il campo.

Questo è tutto da vedere…

Per ora resta in sella, ma la sconfitta politica lo toglierà di scena.

(Federico Ferraù)

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