SCENARIO/ La rivoluzione di velluto e i silenzi di Mattarella preparano il Governo del Presidente

Due interviste fiume nel giro di 24 ore. Matteo Renzi si esibisce su “Repubblica”, Silvio Berlusconi su “Il Tempo” di Roma. Ma il copione recitato è scoraggiante. GIANLUIGI DA ROLD

12.12.2017 - Gianluigi Da Rold

Due interviste fiume nel giro di 24 ore. Matteo Renzi si esibisce su Repubblica, Silvio Berlusconi su Il Tempo di Roma. Le due lunghe interviste rappresentano, più o meno, degli squilli di tromba per l’inizio della campagna elettorale. Ma a parte il frastuono, lo spartito è veramente vecchio e noioso. Il segretario del Pd parte dalla manifestazione antifascista di Como, che definisce unitaria su un problema fondamentale, ma poi, con la solita prolissa superficialità, spara “missili” contro tutti gli esponenti della sinistra con i quali avrebbe dovuto dialogare. E non risparmia neppure Pietro Grasso e Laura Boldrini, riservandosi alla fine solo un po’ di propaganda contro i pentastellati e Silvio Berlusconi, con il quale, specifica Renzi, un governo non sarà mai fatto. La sensazione, alla fine dell’intervista, è che il segretario del Pd tema di più i suoi concorrenti a sinistra che Luigi Di Maio e il Cavaliere di Forza Italia, quello che politicamente “non muore mai”, anche se non tanto per merito suo, ma per palese demerito di 25 anni di demenza politica o antipolitica.

Silvio Berlusconi, soprannominato “mister spread” da Renzi, cerca invece di guadagnarsi il ruolo di “lucky man”, del giocatore fortunato, che risolverà i problemi di un’Italia adesso impoverita e, in alcuni settori della popolazione, anche disperata, quella della povertà assoluta. Non si capisce bene a che titolo sprizzi sicurezza di vittoria e di rivincita. Non ci sarà bisogno, secondo il Cavaliere di 81 anni, di nuove elezioni, dopo la scontata vittoria di primavera.

A ben guardare, questo inizio di campagna elettorale, durante il ponte festivo dell’Immacolata,  appare come un concerto di banalità contrassegnato da una doppia intervista inutile. Ci sono ripetizioni scontate, già conosciute, trite e ritrite, senza che si possa intravedere un programma, una serie di proposte credibili, una visione politica complessiva di come far uscire l’Italia da questa stentata situazione di risalita da una crisi che, come tale, è ancora percepita dai cittadini, anche se ci sono alcuni numeri positivi. Dall’intervista al leader del centrodestra, si deduce che anche lui non vuole fare alcun governo con Renzi. E allora?

Sembra paradossale, ma è come se due dei protagonisti delle prossime elezioni politiche fossero entrambi superati dalla crisi di sistema che sta attraversando l’Italia e ignorassero completamente i problemi nazionali e internazionali (pesantissimi) dell’attuale periodo storico. E’ come se ignorassero in quale contesto stiamo vivendo. Eppure dovrebbero intravedere, anche nella loro nebbia intellettuale, che dalla Commissione sulle banche, anche se sinora in modo superficiale, esce fango su istituzioni e rappresentanti di stato e di tecnici del credito e del risparmio: Bankitalia, Consob, banchieri, finanzieri e di riflesso governi e classe politica. Uno spettacolo poco edificante che rende sempre più nervosi i cittadini di questo Paese, mettendoli anche in apprensione per il futuro. E forse oggi (ieri, ndr), i due “statisti mancati” avranno capito che la contestazione dei giovani napoletani a Paolo Gentiloni potrebbe essere il primo segnale di una sfiducia sempre più radicata delle nuove generazioni nei confronti dello Stato, soprattutto nel Sud del Paese, dove la disoccupazione giovanile supera il 50 per cento in diverse realtà.

In questo confronto elettorale c’è qualche cosa di imprevedibile, che sfugge a ipotesi e a scenari credibili. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, mantiene un silenzio quasi sacrale, anche quando dovrebbe essere un po’ imbarazzato di fronte agli spostamenti politici della “seconda” e della “terza” carica dello Stato, che sono ormai quasi i leader della scissione avvenuta nel Pd. Pietro Grasso non risparmia neppure interventi di puntualizzazione politica, rispondendo a qualche illazione di Renzi: “Comando io, non D’Alema”.

Come si possa, in un simile clima politico e istituzionale, prevedere un’affluenza di qualche significato alle urne è veramente problematico. C’è il rischio che possa uscire, nel migliore dei casi, una sorta di governo del presidente, con forze politiche sparpagliate, rissose, in perenne conflitto tra di loro e diventa credibile la possibilità di una scelta per l’Italia di una qualche “tutela” esterna, pilotata da Bruxelles o da qualcun altro.  

Quello che maggiormente indispone gli italiani, stando ai vari rapporti che descrivono la situazione del Paese, è il “rancore” generalizzato, non solo per le politiche disastrose seguite in questi anni da un cosiddetto centrodestra e da un cosiddetto centrosinistra, ma anche per l’assenza di prospettive proposte, con una cassa mediatica che, al di là delle scontate accuse alla “casta”, continua a ripetere ricette che hanno portato non solo all’impasse dell’Italia fin dal secondo semestre del 1992, ma poi l’hanno immersa nella crisi del 2007, con un neoliberismo che non è riuscito, nonostante i sacrifici sopportati, a farci uscire dalla recessione.

L’ultima campagna mediatica la lanciano in questi giorni sia Francesco Giavazzi che Angelo Panebianco sul Corriere della Sera. Secondo i due pensatori ci sarebbero delle tentazioni neo-stataliste in politica economica che metterebbero in crisi il Paese. Forse non si sono accorti che il Paese è in crisi da 25 anni, quando il debito pubblico si aggirava sul 100 per cento. Poi, senza che i due pensatori se ne accorgessero, il debito è aumentato, nel periodo ciampiano e prodiano, e alla fine è esploso con l’accoppiata dei geni economici “Monti&Fornero”, la ditta del disastro, a cui, ovviamente, il Cavaliere oggi ottantunenne aveva contribuito, in precedenza, non facendo nulla.

Complimenti a tutti questi signori per la loro lungimiranza al contrario. Complimenti ai promotori della “rivoluzione di velluto” del 1992, che dalla fine della guerra fredda sono riusciti a far diventare il partito di un comico la probabile prima formazione politica italiana. In questo modo l’Italia non pare un’anomalia, ma piuttosto un non senso. E soprattutto, un coagulo di ipocrisia che ha un solo scopo: nascondere la verità. Altro che fake news.

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