SCENARIO/ Quirinale, Boschi e Rosatellum, le incognite del dopo voto

- int. Stefano Folli

Botta e risposta Di Maio-Renzi sull’euro: in caso di referendum, Di Maio uscirebbe. Renzi è in crisi e per risollevarsi dovrebbe sfiduciare la Boschi. STEFANO FOLLI

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Matteo Renzi (LaPresse)

L’obiettivo di M5s non è uscire dall’euro, ha detto ieri Luigi di Maio, “ma rendere la permanenza del nostro Paese nella moneta unica una posizione conveniente per l’Italia”. Se questo non fosse possibile, “se si dovesse arrivare al referendum, che però io considero una ‘extrema ratio’ — ha detto ancora Di Maio — è chiaro che io voterei per l’uscita”. Parole che hanno offerto il destro a Renzi per replicare. Un Renzi in difficoltà, assediato dal caso Etruria, ma che ancora difende Maria Elena Boschi (“la Boschi è oggetto di un’attenzione spasmodica che copre i veri scandali di questi anni” sulle banche, ha detto al Corriere il segretario del Pd). Ne abbiamo parlato con Stefano Folli, editorialista di Repubblica.

Perché questa uscita di Di Maio sull’euro? Per prendere voti alla Lega?

Non darei troppa rilevanza a ciò che dicono i rappresentanti di M5s, perché si contraddicono con molta facilità. Però è vero che nei 5 Stelle può benissimo esserci il tentativo di acchiappare quello stato d’animo anti-Europa e anti-euro che serpeggia nell’elettorato di centrodestra, proprio perché nell’alleanza Berlusconi-Salvini lo spazio per la Lega si riduce. 

Di Maio ha parlato dell’uscita come di una “extrema ratio” a fronte di proposte grilline disattese dall’Europa. Proposte di cui ancora non c’è traccia. 

Appunto. Vedo giochi elettorali molto spregiudicati, ma dietro questi giochi c’è ben poco, non c’è una strategia. 

E se Di Maio avesse lanciato un segnale a Salvini per il dopo voto?

Io resto dell’idea che non c’è nessuna possibilità di un’alleanza post-voto tra M5s e Lega. Per due ragioni. La prima è che dopo il voto la forza della Lega sarà in coabitazione con quella di Forza Italia. Come per Berlusconi sarà difficile dopo il voto liberarsi di Salvini, perché ci saranno tanti parlamentari eletti con i voti di entrambi i partiti, per la stessa ragione sarà difficile per Salvini sganciarsi da Berlusconi.

E il secondo motivo?

Il solo annuncio di un governo M5s-Lega creerebbe sconquassi nei mercati finanziari e sarebbe profondamente osteggiato dall’Ue. 

Renzi lo ha capito.

Infatti fa bene Renzi su questo a porsi in alternativa a Di Maio. Rispetto ai suoi ammiccamenti anti-europei del passato, se ora vuole differenziarsi da M5s è costretto a prendere delle posizioni più nette e più filoeuropeiste. Come ha fatto Macron in Francia.

Intanto in vista di un risultato elettorale quantomai incerto Mattarella ha blindato Gentiloni. Prendere decisioni non sarà facile. Mattarella si rivolgerà al leader del partito più votato o al capo della coalizione maggioritaria?

E’ un dilemma, e come intende muoversi il Capo dello Stato lo capiremo nelle prossime settimane. Di sicuro non assisteremo a qualcuno che prende l’incarico di formare il governo perché ha avuto più voti, ma poi non è in grado di costruire una maggioranza e chiede di andare a cercarla in Parlamento. Questo in passato non è mai stato consentito dal presidente della Repubblica e Mattarella farà lo stesso. E’ anche un motivo per cui non credo affatto che possa nascere un governo 5 Stelle-Lega.

Può darsi ugualmente che una maggioranza non si trovi.

A quel punto si cerca un’altra soluzione, istituzionale, utile a far decantare la situazione. Può essere il governo del presidente, potrebbe essere anche un governo Gentiloni. E se la strada non è percorribile si va a nuove elezioni.

Non prima di aver modificato la legge elettorale.

No e infatti già se ne parla. Ma per farlo occorre un accordo politico, anche soltanto parlamentare, non di governo, per tornare a cambiare la legge. Con questa prospettiva anche un governo di sei mesi che si limiti al disbrigo degli affari correnti può avere un senso.

Accordo politico che non si potrebbe fare senza il Pd.

Sono sicuro che dentro il Pd c’è una spinta forte a cambiare la legge elettorale, anche se adesso non viene detto apertamente. E penso che la stessa disponibilità ci sia in Forza Italia.

Renzi è in difficoltà e sul Corriere della Sera ha ammesso lui stesso di essere in calo di consensi. Può ancora capovolgere la situazione?

Non è una situazione facile la sua. Il problema di Renzi è che se passa l’idea che i due contendenti sono Berlusconi da un lato e i 5 Stelle dall’altro, per lui non c’è possibilità di recupero. Deve rientrare in partita scalzando Di Maio e il botta e risposta sull’euro va letto in questo senso. 

Il caso Boschi è diventato un problema sempre più difficile da gestire. Un facilissimo calcolo politico non dovrebbe indurre Renzi a sfiduciarla?

Evidentemente c’è qualcosa che lo impedisce. Di che cosa si tratti bisognerebbe chiederlo al Pd. Ovviamente nel Pd rispondono che non c’è motivo perché lasci dal momento che contro di lei non c’è nulla di provato. E’ chiaro che vi sono ragioni non definibili che rendono stretto il rapporto tra il gruppo renziano e la Boschi, emblema di questa stagione perfino più dello stesso Renzi. Fare a meno di lei vorrebbe dire ammettere una serie di errori colossali e farlo alla vigilia delle elezioni può essere molto pesante.

Ma fare finta di nulla aumenterà le polemiche intorno al giglio magico e all’operato dell’ex premier sulle banche.

Sì e potrebbe diventare una zavorra difficilmente sopportabile.

Come lei ha scritto, l’errore più grave è stato commesso un anno fa, dopo il referendum.

La Boschi ha voluto rimanere a tutti i costi nel governo e ci è riuscita. Se Renzi non avesse fatto quell’errore la situazione delle banche non sarebbe così pesante. Ma mi rendo conto che non è facile costringere alle dimissioni a due mesi al voto.

Ci sono carabinieri che hanno costruito prove contro Renzi. E’ un fatto enorme. Come mai questa inchiesta non riesce a controbilanciare sul piano mediatico quella sul caso Etruria?

Le cose gravissime sono tante in Italia e quella che lei dice lo è senz’altro, ma il caso Etruria assurge a simbolo di un’angoscia collettiva in una situazione che è stata per anni di grande malessere generale. E l’idea che ci siano dei politici che non hanno fatto tutto il loro dovere per proteggere i risparmiatori, tocca una corda drammatica nel sentire della gente.

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