SCENARIO/ Banche, Boschi & Di Maio, così finisce l’Italia del rancore

- Gianluigi Da Rold

Tutti in questo momento guardano e immaginano il dopo Commissione banche, ma soprattutto il dopo elezioni. Con 2 prospettive: commissariamento o governo Di Maio. GIANLUIGI DA ROLD

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Luigi Di Maio con Virginia Raggi (Lapresse)

Ci sono alcune certezze che escono da questa Commissione banche, che ormai sembra un reality show. Il sistema bancario italiano è una realtà che appare sempre carica di misteri, dove però c’è una play-maker molto particolare, la bionda aretina Maria Elena Boschi. Come al solito, con una massa volgare di menzogne e di ipocrisia, si è trovato l’alibi comodo per tutti, anche per i presunti colpevoli. E ci si appresta a un ricambio paracomico di classe dirigente.

Il logoro copione italiano è stato rispettato. Con una mossa da suicidi perfetti, così come era stato affrontato il referendum del 4 dicembre del 2016, i nuovi, giovani e abilissimi politici toscani sono andati all’attacco e hanno sbaragliato il campo: quello loro. Lasciando nel contempo spazi aperti agli avversari, vecchi e nuovi. Sembrava che dovessero affrontare una passeggiata breve o una passerella prima di Natale e si sono ritrovati coperti di improperi e di contestazioni da parte dei risparmiatori fottuti dalle famose banche; condannati in modo diretto o indiretto da parte degli operatori del settore e dai noti “osservatori”;  infine coperti dagli insulti degli avversari politici. 

Si sta parlando ovviamente della Boschi, di Renzi e del gruppo dirigente di questo indecifrabile Partito democratico.

Anche in casa Pd, la povera Maria Elena viene da un lato ufficialmente rispettata, come da “occhiolungo si fa per dire” Matteo Orfini, oppure da “pampurio sbraitante” Matteo Renzi e da altri ufficialmente, ma dall’altro lato, dietro alle spalle, quando non ci si dimentica di salutarla, persino il guardasigilli Andrea Orlando “il ponderato indecisionista”, sembra che si impegni a schivarla il più possibile. Maria Elena si lamenta anche di un certo “machismo”, come ha fatto nello scontro televisivo con Marco Travaglio.

Adesso (oggi, ndr), dopo le dichiarazioni dell’avveduto Pier Carlo Padoan e del “nobile” Governatore di Bankitalia, dell’istituzione Bankitalia (facciamo attenzione alle definizioni!) Ignazio Visco, parlerà Federico Ghizzoni, l’ex amministratore di Unicredit, quello della dichiarazione contenuta nel libro di Ferruccio de Bortoli, citato in giudizio civile dalla Boschi. Scrive de Bortoli a pagina 209 del suo Poteri forti (o quasi): “L’allora ministro delle Riforme, nel 2015, non ebbe problemi a rivolgersi direttamente all’amministratore delegato di Unicredit. Maria Elena Boschi chiese quindi a Federico Ghizzoni di valutare una possibile acquisizione di Banca Etruria” (quella dove c’era il babbo).

Tutti aspettano la risposta di Ghizzoni alla domanda che farà il finissimo Pier Ferdinando Casini e gli altri commissari. Qualcuno sta cercando di valutare le quote dei bookmakers londinesi. Ma nella sostanza, di quello che risponderà Ghizzoni, non fregherà nulla a nessuno, si dovesse pure “sacrificare” de Bortoli, perché l’andamento della commissione è stato fatto per lasciare tutte le ferite aperte e la verità opinabile. 

Perché questa è l’Italia di oggi. Questa è l’Italia del dopo-1992. E la Commissione banche è solo la metafora, neppure la più calzante, del grande pasticcio italiano.

In altri tempi, un grande banchiere che ha prima salvato e poi rilanciato l’Italia, Raffaele Mattioli, presidente di una grande Banca Commerciale che è stata “cancellata” da alcuni super-esperti della cosiddetta “seconda repubblica”, diceva a chi leggeva i bilanci delle banche: “Non si appassioni troppo alla letteratura di fantascienza”. Ironizzava ovviamente, ma con grande spirito laico sapeva affrontare e risolvere i problemi. A Enrico Mattei, che, per ordine di Ferruccio Parri, doveva chiudere l’Agip, Mattioli imprestò un miliardo nel 1946 e Mattei mise in piedi l’Eni, qualche anno dopo.

In questa stagione banchieri e imprenditori (pubblici o privati) di quella tempra se ne vedono in giro molto pochi, ma soprattutto c’è il cosiddetto quadro politico che appare disarmante. Tutti, in questo momento, guardano e immaginano il dopo Commissione banche, ma soprattutto il dopo elezioni.

Il risultato, al momento, è una sorta di immaginifica roulette russa, dove tutti giocano con una pallottola in canna e sparano la prima cosa che passa per la testa. Prima l’incarico, dice Luigi Di Maio, e poi un’apertura, quasi un’alleanza inedita per i pentastellati, verso Liberi e Uguali della new entry Pietro Grasso. E’ sicuro della maggioranza e della governabilità. Su quale programma? Quello non ha alcuna importanza.

Renzi è sempre convinto di guidare il primo partito e quindi di andare sicuramente all’incasso. O è un inguaribile ottimista o è uno che viene dallo spazio profondo, quello della “materia oscura”, che purtroppo il Cern di Ginevra non ha ancora chiarito di che cosa sia composta.

Silvio Berlusconi poi, con la Meloni e con Salvini, pare non avere avversari, godendo anche di una infinita quantità di animalisti e di animali che si recheranno alla urne. 

In realtà, noi restiamo moderatamente pessimisti, pensando preoccupati per la partecipazione di chi andrà alle urne e per l’impossibilità di una maggioranza minimamente omogenea che possa affrontare sia i problemi del Paese, sia i suoi rapporti con questa Unione Europea che tutti dicono di voler riformare e rilanciare, ma che nessuno sinora riforma e rilancia. Mentre la virata a destra di tanti paesi è impressionante, così come il peso e il ruolo degli ultimi arrivati nell’Unione, quando si decise dopo il 2005 di passare da un’Europa a 10 a un’Europa a 27.

Quindi, il minimo che ci aspetta, per l’Italia, è una coalizione di governo abborracciata e impotente, oppure un commissariamento mascherato che non porterebbe a nulla di buono, se non a sacrifici, ulteriori, per la riduzione del debito, che ci viene rimproverato costantemente a destra e a manca da questo immobilismo europeistico irritante.

Giustamente c’è chi incoraggia l’Italia, come fa il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella: “L’ultimo anno della legislatura ha registrato ulteriori importanti obiettivi. Ha consentito di accompagnare la ripresa economica agevolandola”. Parzialmente soddisfatto per la nuova legge elettorale, Mattarella usa anche toni preoccupanti quando dice: “Il Paese sconta un’eredità pesante; in questi anni si sono accentuate le diseguaglianze, il rischio povertà, l’esclusione sociale che presenta livelli allarmanti. La disoccupazione, soprattutto giovanile  e femminile, rimane gravemente alta”.

Mattarella ci risparmia un piccolo passaggio dell’impietosa analisi del Censis fatta nelle Considerazioni generali: “E’ stato scritto ‘arranca dietro al progresso chi non sa ascoltarsi’. Una buona parte della società italiana ha saputo ascoltare se stessa, alimentando una voglia di futuro poco visibile ma consistente, percorrendo con vigore le strade del progresso e risalendo lungo la via dello sviluppo. Non altrettanto si può dire del sistema politico e di governo, che continua ad arrancare e ad affacciarsi a finestre di occasionale visibilità, più che collocare e combinare funzioni complementari. Distraendosi dal dovere di ascoltare  il corpo sociale, le sue tensioni al nuovo e la domanda di innovazione, la classe politica ha perso di vista il suo principale compito: favorire l’insediamento del nuovo nel codice genetico dei soggetti dello sviluppo”.

Insomma la classe dirigente dovrebbe offrire preparazione e immaginazione, con una miscela intelligente per affrontare e avere una visione del nuovo. Sinora ha dato solo risposte inconsistenti. E in questo modo finiamo l’avanspettacolo della Commissione banche e andiamo verso le elezioni di marzo.

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