DIETRO LE QUINTE/ Quella lezione su M5s che viene dal Pci

- Salvatore Sechi

Spetta alla nuova sinistra post-Pci e alla componente cattolico-liberale di Forza Italia trovare le ragioni di un’alleanza anti M5s. Ecco perché. SALVATORE SECHI

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Ilva, "sfida" Grillo-Di Maio (LaPresse)

Nei confronti del Movimento 5 Stelle prevale attualmente la demonizzazione sull’analisi. Un problema, perché in questo modo M5s non assume le caratteristiche di un attore politico, ma quelle di un imputato, con condanna già emessa.

Piuttosto che un esame dei programmi e delle politiche di governo (di città come Roma, Torino, Livorno ecc.), e in generale delle soluzioni proposte per i problemi aperti, si è preferita la sentenza, il giudizio spiccio (per lo più di carattere ideologico o, peggio ancora, storico).

Per il quotidiano che ha dedicato più spazio ai grillini, Il Foglio, essi costituiscono un’incarnazione del fascismo da XXI secolo. Sarebbero una forza prevalentemente ostruzionistica in Parlamento, cesaristica nella vita interna, con un’ossessione spiccata per i complotti, le trame, gli inciuci. I programmi sarebbero contraddittori o frutto di puro infantilismo, come di regola succede per i populisti.

Dunque, a farsi governare fra tre mesi dai 5 Stelle, soprattutto se avessero la maggioranza dei voti o fossero a capo di una coalizione, quel che resta del nostro sistema democratico correrebbe un pericolo estremo.

E’ reale questa prospettiva di ultima spiaggia della democrazia liberale? Prima di pronunciarsi è opportuno chiedersi se i grillini siano non una regola, un soggetto normale, ordinario, ma un’eccezione della vita politica italiana ed europea. Quindi una malattia che si diffonde con una metastasi incontrollabile.

Aiuta a farlo una ricerca dell’Istituto Cattaneo di Bologna, curata per Il Mulino da un sociologo come Piergiorgio Corbetta (M5s. Come cambia il partito di Grillo). Ciò che emerge è qualcosa che mette a malpartito discorsi e perorazioni sui grillini come i politici diversi, anzi i grandi, micidiali alieni, orgogliosi della propria autosufficienza e incorruttibilità.  

Questi redivivi Hyksos (evocati da Croce per spiegare il fascismo dopo la prima guerra mondiale) si sarebbero impadroniti dell’elettorato italiano e avrebbero stregato il popolo, annichilendolo. Ad uno sguardo più attento, invece, i 5 Stelle nostrani sono fatti della stessa pasta dei loro emuli in Italia e in Europa. E parlano la stessa lingua. Gran parte dei programmi e delle proposte si equivalgono. 

Per questo, esaltare la “diversità” dei 5 Stelle  allo scopo di mostrarla in chiave negativa significa per un verso compiacere la loro infaticabile e prorompente retorica sulla verginale identità che li caratterizzerebbe nel corpo del sistema politico, e per un altro verso non rendersi conto del contributo del movimento di Grillo allo sfascio del sistema parlamentare e in generale del paese.

Poco importa che quest’opera di devastazione sia stata compiuta assestando colpi micidiali in meno di un decennio. Un tempo breve, certamente, a meno di non considerare la lunga attività di comico di Grillo una sorta di iniziazione, più o meno consapevole, all’evocazione dei miti dei quali il suo movimento ama pascersi: la democrazia diretta, il contenimento dei costi della rappresentanza, l’adozione di una politica fiscale progressiva ed efficace, il reddito di cittadinanza, eccetera.

Il punto è che il Movimento 5 Stelle non è, e non è stato, uno spettatore, bensì un artefice, cioè un protagonista fondamentale, quindi un responsabile a tutti gli effetti dello stato di agonia in cui versa la nostra democrazia politica. 

Non so se sia il caso di parlare di crisi catastrofica. Ma sicuramente è suonata la campana a morte della democrazia rappresentativa. Non solo in Italia, ma anche in Europa. Il diffondersi ormai su ampia scala del populismo, secondo il politologo torinese Marco Revelli, sarebbe il sintomo inequivocabile che esso ne costituisce la sua malattia senile. Aggiungerei, mortale. In Italia da molti anni ormai i governi nascono senza la sanzione preventiva del voto dell’elettorato (peraltro sempre più renitente, anzi decisamente ostico, ad esprimersi). I presidenti del Consiglio, al pari del Parlamento, sono privi di ogni investitura, cioè legittimazione popolare. A venir meno è stata la fonte stessa della legittimazione: la filiera dei rapporti tra la gente, il popolo, l’elettorato e i partiti, che fin dall’Ottocento hanno gestito tali rapporti, si è logorata come una tela sdrucita.

Ho qualche dubbio che possano bastare a ritesserla le soste ferroviarie del trenino pre-elettorale di Renzi, gli intrattenimenti comizieschi di Grillo, i talk show in tv di una noia mortale sempre delle stesse persone dislocate in programmi diversi.

In presenza di un killeraggio a più mani, criminalizzare i 5 Stelle sarebbe un’azione insensata. In Europa movimenti e partiti simili a quello di Grillo suonano lo stesso spartito e producono gli stessi effetti dirompenti. Dunque esiste una responsabilità collegiale, multipartitica, di quel che abbiamo sotto gli occhi. Grillo ha molti sodali e partners. Partiti anti-sistema, campagne di anti-politica, l’emergere di pulsioni nazionalistiche e identitarie (come i localismi, il culto delle piccole patrie) contro la globalizzazione, al pari degli effetti che producono (l’impressionante astensionismo elettorale) hanno delineato in ogni paese europeo la grande metamorfosi avvenuta nel sistema politico della democrazia rappresentativa.

Bisogna dunque prendere sul serio, e non ridicolizzare come fa Il Foglio, il populismo grillino; rendersi conto che esso denuncia un fallimento della democrazia scaturita dall’antifascismo che ha più artefici. Nello stesso tempo però è necessario essere severi col semplicismo, le facilonerie, le vere e proprie farse che i 5 Stelle diffondono con un’irresponsabilità tranquilla, paga di sé, quando propongono soluzioni irrealistiche, improvvisate ed estemporanee alle ferite aperte del nostro paese.

Durante la prima Repubblica gli italiani hanno legittimato e munito di consensi elettorali elevatissimi un partito come il Pci. Molto più insidioso dei 5 Stelle perché poteva contare su mobilitazioni popolari, consensi di massa, presenza fittissima in tutte le istituzioni repubblicane. Si pensi solo al fatto che tra il 1951 e il 1991 il Partito comunista ha potuto avvalersi di un finanziamento sconosciuto agli altri partiti per la sua entità ed erogazione puntuale, anzi meticolosa. Quasi mille miliardi sono stati consegnati dal servizio segreto (il Kgb) di un paese straniero e non alleato come l’Urss ai dirigenti di Via delle Botteghe Oscure. Sono serviti ad eleggere centinaia e centinaia di deputati e senatori, pubblicare l’Unità, Paese Sera e Rinascita, pagare migliaia di funzionari di partito, finanziare la creazione di sezioni del partito accanto ad  ogni campanile e parrocchia, mastodontiche feste e oceaniche manifestazioni politiche e sindacali.

La democrazia italiana ha saputo resistere a questo lungo e potente assedio. Ha finito per far collaborare i comunisti al governo del paese. Ma ha saputo anche disfarsene.

Nel vuoto che si è venuto a creare nella nostra democrazia è nato il Movimento 5 Stelle. Spetta alla nuova sinistra post-comunista e alla componente cattolico-liberale di Forza Italia trovare le ragioni di un’alleanza limitata al tempo che richiederanno le principali cose da fare (specifici punti programmatici).

Il sistema elettorale in vigore non consente di più — cioè la pratica dell’alternativa —, ma rende possibile quanto basta per esorcizzare l’avventura  di un governo con i grillini.

Nel frattempo non bisogna considerarli demagogicamente né il male assoluto né il nuovo fascismo che avanza. Sono anch’essi dei rappresentanti (nominati) che non hanno quasi mai governato e dove lo hanno fatto hanno dato, e stanno dando, prove miserande. La mediocre governabilità dimostrata a Roma, Torino, Livorno è frutto dell’assenza di una cultura di governo a misura della crisi del paese, cioè di una distanza quasi siderale dal riformismo. Inutile, pertanto, inventarsi colpe o responsabilità demoniache.

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