SCENARIO/ Dai dirigenti del Milan a Veltroni, tutte le nuove “poltrone” di Renzi e Berlusconi

- Anselmo Del Duca

Con la fine di fatto della legislatura, si è aperta una fase di profonda fibrillazione per tutti gli schieramenti, quella delle candidature. Ecco cosa sta succedendo. ANSELMO DEL DUCA

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L'Aula del Senato (LaPresse)

La legislatura è finita con il numero legale che manca sullo ius soli. Poi un giorno in più o in meno di attesa dello scioglimento delle Camere non cambia la sostanza delle cose: si è aperta una fase di profonda fibrillazione per tutti gli schieramenti, quella delle candidature. Persino per i 5 Stelle non sarà una passeggiata, se è vero che rinunceranno alle votazioni online, che fanno parte della loro stessa ragione sociale, nonostante abbiano dato pessima prova di sé assegnando seggi grazie a un pugno di clic.

A essere messo più duramente alla prova sarà il centrodestra, e questo per una pluralità di ragioni. La prima è che non sarà facile spartire le candidature nei collegi uninominali fra le tre formazioni politiche maggiori, magari assegnando qualche poltroncina sicura anche ai promotori delle terze o quarte gambe (i Lupi, i Tosi, i Fitto, i Cesa o i Quagliariello, per capirci). Salvini reclama per sé non solo la candidatura a Palazzo Chigi, ma anche la stragrande maggioranza dei seggi delle regioni settentrionali. Berlusconi, però, è tornato in campo più agguerrito che mai, e non ha intenzione di cedere di un millimetro. 

C’è poi lo scontro che si svolgerà all’interno di ciascuna formazione politica. I maggiori rivolgimenti sono attesi dalle parti di Forza Italia, con Arcore da mesi crocevia del casting di volti nuovi, e il panico che si spande fra le fila dei parlamentari uscenti, di cui Berlusconi ha fatto sapere non volerne ricandidare più della metà. Servono volti nuovi dalla società civile, ma si parla di 5 o 6mila richieste di candidatura su circa 600 posti disponibili in lista (compresi quelli di pura testimonianza). Berlusconi pare abbia addirittura promesso un seggio ad alcun ex top manager del Milan, rimasti a spasso dopo la vendita ai cinesi. Prepariamoci dunque a vedere Galliani in Parlamento, e non solo. 

Anche Salvini e la Meloni avranno i loro grattacapi. Per il capo (ex) nordista il principale nodo si chiama Umberto Bossi. Il vecchio leone è da tempo in posizione critica nei confronti delle scelte politiche che hanno portato addirittura a cancellare la parola “Nord” dal simbolo. E’ anziano e dalla ridotta mobilità. Ma non ricandidarlo sarebbe lacerante, almeno agli occhi della militanza storica, quella di Pontida, che fatica a digerire la svolta nazionalista e sovranista del Carroccio. E l’ipotesi di un Bossi in lista con Forza Italia è ancora più devastante. Ma Salvini deve sciogliere anche un altro nodo delicato: le liste al sud, che rischiano di essere prese d’assalto da transfughi di altre formazioni politiche (della destra, soprattutto), e che potrebbero creargli più di un motivo di imbarazzo. In più, tentativi di infiltrazioni poco raccomandabili in un partito nuovo (almeno al Sud) fanno tenere la guardia alta. Sulla selezione della classe politica si giocherà una fetta della sua credibilità nel proporre un progetto politico di respiro nazionale.

Quanto a Fratelli d’Italia, il problema numero uno porta il nome di Sergio Pirozzi, il sindaco di Amatrice autocandidatosi alla guida della Regione Lazio, senza concordare nulla con nessuno. Per la Meloni una fuga in avanti che non sarà facile gestire al tavolo delle trattative con gli alleati.

Speculari le difficoltà nelle candidature sulla sponda del centrosinistra. Renzi sembra abbia rinunciato a utilizzare l’arma regolamentare del limite dei mandati, almeno nei confronti dei ministri in carica, cosa che risolve parecchi problemi, da Gentiloni a Franceschini, dalla Pinotti a Minniti, abbassando non di poco il livello di conflittualità interna. Per il resto però, solo posti in piedi: 381 parlamentari uscenti, almeno cento in meno i posti ipotizzabili nella prossima legislatura, esigenza di selezionare solo fedelissimi e di tamponare un consenso sempre più in caduta libera, ultima spinta dal caso Boschi/Etruria. Proprio l’attuale sottosegretario alla presidenza del Consiglio è il pezzo più ingombrante da collocare, e a controbilanciarlo potrebbe essere chiesto all’ultimo a Walter Veltroni (che tenta di rimanere fra le “riserve della Repubblica”, utili per il dopo) di tornare a metterci la faccia. La verità, però, è che con un consenso inferiore al 25 per cento sono davvero pochi i seggi che possono essere considerati sicuri a priori, specie con una legge elettorale alla sua prima applicazione, i cui effetti sono quindi sinora sconosciuti. E poi ci sono da tenere a bada gli appetiti dei capi delle liste minori, da “Insieme”, con verdi e socialisti, a “Più Europa” di Bonino e Della Vedova, ai centristi di Casini e Lorenzin. Trovare la quadra sarà un’impresa.

In più, desta preoccupazione fra i democratici l’attivismo di Liberi e Uguali, che vedrà in campo accanto a Grasso e Boldrini anche una serie di personalità uscite dal Parlamento come Massimo D’Alema e Nichi Vendola. Ce n’è abbastanza per non far trascorrere un Natale sereno a Renzi e allo stato maggiore democratico.

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