SCENARIO/ Fine della legislatura, tutti i fantasmi sul voto di marzo

- Gianluigi Da Rold

Il presidente Mattarella si prepara a sciogliere le Camere. La speranza è che l’agonia della 17esima legislatura non si trasformi in quella della democrazia italiana. GIANLUIGI DA ROLD

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Sergio Mattarella (Lapresse)

I giochi di questa 17esima legislatura sembrano ormai conclusi. Le fonti più accreditate sui movimenti del Colle sostengono che domani, giovedì 28 dicembre, il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, convocherà i presidenti delle Camere, Pietro Grasso e Laura Boldrini, che sono anche i nuovi “leader” (una curiosità tutta italiana) del partito Liberi e Uguali, nato dalla scissione a sinistra del Pd, e firmerà il decreto di scioglimento del Parlamento. 

Si aprirà probabilmente, in questo modo, una delle più ansiogene campagne elettorali della storia delle Repubblica italiana e si andrà alle urne domenica 4 marzo. Qualcuno spera ancora che Mattarella abbia qualche ripensamento finale e decida che si possa fare l’ultimo tentativo per l’approvazione della legge sullo “ius soli”, ma l’ultima recita che c’è stata in Senato, con fughe e assenze varie tra i ranghi parlamentari di ogni bandiera, sconsiglierebbe la ripetizione di una patetica sceneggiata, che allungherebbe di ben poco l’agonia di questa legislatura, morta di fatto un anno fa, il 4 dicembre del 2016, quando il leader nascente della riforma istituzionale andò a sbattere contro il muro del 60 per cento degli italiani, che in un referendum gli dissero “no”. Quasi per dispetto, più che per demerito di una riforma che, anche se era stata scritta con i piedi, è ormai necessaria da anni.

Anche se il contesto economico generale sembra figlio di un ciclo positivo, con rassicurazioni sulla lenta ripresa dopo la devastante crisi del 2007, non pare che gli italiani vivano momenti di speranza e benessere. Questa volta la famosa “memoria corta” sembra accantonata per far posto a quello che il Censis, l’istituto che stila il rapporto sulla situazione del Paese, fotografa: il rancore che annichilisce e non mobilita; la grande disillusione dopo anni, prima di speranza per le note operazioni di alcuni magistrati, poi di crisi, poi di “luce in fondo al tunnel” che non si riesce mai a  vedere. 

Il mancato “premio Nobel” Mario Monti, una delle tante “risorse della Repubblica” e senatore a vita, vedeva la luce in fondo al tunnel della crisi fin dall’agosto del 2012 (Meeting di Rimini), ma doveva essere un petardo scoppiato male sotto il suo tavolo. Intanto si applicava a una politica economica depressiva che mortificava tutto il Paese. Nel giro di un anno è passato da una popolarità dell’80 per cento a meno del 10.

Conclusa l’esperienza Monti, sono venute a raffica: le elezioni che hanno imballato tutto con l’exploit del comico Grillo e dei suoi pentastellati, mentre Pier Luigi Bersani con il Pd “smacchiava il giaguaro”; quindi la “grande coalizione” con il giovane allievo di Beniamino Andreatta,  Enrico Letta; poi la sostituzione al volo di Letta con Matteo Renzi, detto il rottamatore che risolve tutto: infine il quieto incedere alla camomilla di Paolo Gentiloni.

Il risultato finale di questo percorso preagonico? C’è ripresa ma si è ancora sei o sette punti sotto il 2007; l’Italia intanto ha il record della disoccupazione giovanile; una scolarizzazione (popolazione in possesso di laurea o di titolo equivalente) che è al 14,7 per cento e che ci pone sotto la media europea; un livello di precarietà nei contratti di lavoro allarmante; una pressione fiscale insopportabile; può contare, grosso modo, la perdita di 100mila aziende dopo la crisi; comincia a temere un rischio povertà per 18 milioni di cittadini. E mentre avviene tutto questo, l’amministrazione statale, nonostante le note promesse renziane, è ancora debitrice di miliardi nei confronti delle aziende italiane.

La questione bancaria infine, che è esplosa in questi ultimi anni e si è discussa in queste settimane come in una rissa da bar, non come in una commissione parlamentare, ha aggiunto l’ultimo tassello possibile al pessimismo italiano. Le colpe? Dei manager incapaci? Delle vigilanze che non funzionano? Dei debitori che non pagano? Dei truffatori che vendono titoli rischiosi? Della politica che ha inquinato le banche popolari di territorio? Della Boschi e del suo babbo? Certamente le responsabilità sono tante e varie, ma è possibile che non si parli mai della funzione squinternata svolta dal modello di banca generalista a partire del settembre del 1993, della banca-impresa che deve fare profitti, dopo aver abbandonato il ruolo che per un secolo aveva svolto la banca che non poteva fare trading e custodiva solo i soldi dei clienti normali e non quelli degli speculatori? La soluzione fu accettata da tutta la sinistra rimasta dopo tangentopoli.

La questione bancaria, nonostante ci siano in giro diversi ottimisti e visionari, deve essere stata l’estrema unzione della legislatura in agonia, sperando che non sia quella della democrazia italiana. 

Vogliamo guardare e ripetere qualche numero, qualche statistica? Mentre si discute di scelte politiche future, di ritorno e di “rinascita” di Berlusconi e del centrodestra,  dell’exploit possibile dei grillini di fronte alle lacerazioni della sinistra, il calcolo del Censis, in base alle sue ricerche, è che ben l’84 per cento degli italiani non ha fiducia nei partiti politici di oggi. Aggiungiamo che il 78 per cento non ha fiducia nel governo centrale e il 76 per cento non ha fiducia nel Parlamento. In compenso, per rallegrare gli ottimisti, si può dire che il 70 per cento non ha fiducia né nelle Regioni e tanto meno nelle amministrazioni comunali. Impietoso, il Censis, parlando di questi dati, descrive una situazione strutturale.

Come si possa impostare una campagna elettorale con questo retroterra è veramente impresa difficilissima. Non solo ansiogena come dicevamo all’inizio. Temendo una débâcle nell’affluenza alle urne, cioè un’astensione record da brividi, il presidente della Repubblica e i “padri” attuali della Repubblica sperano che ci si confronti su discorsi concreti e su scelte comprensibili. Visto l’attuale stato della Repubblica italiana, il generale De Gaulle commenterebbe il tutto con un “Vaste programme”.

L’autentica speranza è che l’agonia della 17esima legislatura non si trasformi in una sorta di agonia della democrazia italiana. Forse qualcuno può avere anche uno scatto di reni e di sincerità sulle vicende italiane. Spiegare ad esempio perché il debito pubblico, che era di 800 miliardi di euro, si è triplicato in 25 anni, passando dal 100 per cento al 130 per cento, considerando sia l’azione devastante della crisi, sia la spaventosa svendita di quasi tutto l’apparato pubblico produttivo italiano avvenuto prima della crisi stessa, ma che manteneva il debito ugualmente a un livello sul 110-115 per cento. C’è una spiegazione credibile e plausibile?

Ci sono poi i problemi della giustizia che restano sempre insolubili e intoccabili, non se può parlare neppure. L’Italia è l’unico Paese al mondo che non ha la separazione delle carriere tra pubblico ministero e giudice. Secondo i teorici della divisione dei poteri, da Montesquieu a Tocqueville al nostro Calamandrei, questa è un’anomalia grave. Possibile che questo argomento, con il tipo di giustizia inefficiente e spaccata in correnti politiche come in Italia non si possa neppure sfiorare?

Forse una minimo di sincerità sul recente passato e sulle cose da fare nell’immediato futuro, nell’interesse generale di una popolazione smarrita, potrebbe essere il modo migliore per far ritornare alle urne le persone ed evitare un’implosione democratica per assenteismo di protesta. Forse basterebbe un esame di coscienza laico di questi ultimi 25 anni, anche se il generale De Gaulle ripeterebbe: “Vaste programme”.

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