DIETRO LE QUINTE/ La vecchia talpa che smaschera il grande imbroglio del Pd

- Gianluigi Da Rold

Faceva impressione ieri mattina vedere in protesta i taxisti di Roma e, poco lontano, anche i vigili del fuoco. Una lezione per il Pd che si sta spaccando. GIANLUIGI DA ROLD

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LaPresse

Faceva veramente impressione ieri mattina sentire i taxisti di Roma, in protesta davanti al Senato per la vicenda dell’emendamento di Linda Lanzillotta (signora chic di sinistra che prestò le sue consulenze probabilmente ben retribuite, qualche tempo fa, a una banca d’affari americana), che urlavano contro la sinistra, i partiti di sinistra, il Partito democratico, pur dichiarandosi, questi taxisti, di sinistra, di tradizione radicata di sinistra.

La questione di Uber ha mobilitato i taxisti di tutte le città italiane e fa gridare persone che si sono comprate a fatica licenze costose contro esponenti della sinistra italiana: “Siete dei traditori, degli imbroglioni. Non politici che hanno valori di sinistra”. A Roma, vicino ai taxisti in sciopero, c’era un senatore della Lega Nord, che con la sinistra non ha nulla a che fare, e naturalmente arrivava la solidarietà, certamente interessata, di Matteo Salvini.

A poche centinaia di metri, davanti a Montecitorio, c’erano i vigili del fuoco che, a loro volta, urlavano: “Ci chiamano eroi ma ci danno uno stipendio da fame”. E anche in questo caso la popolarità della sinistra era piuttosto ridotta, per usare un eufemismo. Intanto passava quel “salvabanche” che fa sempre pensare alla saggezza politica del Papa: “Un mondo dove si salvano le banche e non le persone”.

Ora si può anche ribadire con alto cipiglio che i “populismi” vanno sconfitti; si può anche affermare che, soprattutto nel caso dei taxisti, il medesimo “populismo” appaia sotto una parvenza di “protesta corporativa”. Ma occorre aggiungere che il momento che sta vivendo la sinistra, in tutto il mondo, e in Italia con i venti di scissione nel Pd, offre l’immagine di un distacco drammatico tra la parte di popolazione popolare dei Paesi occidentali e i suoi tradizionali rappresentanti nei Parlamenti nazionali.

Il caos che viviamo in questo periodo a livello mondiale e in Italia non porta a strade e a soluzioni razionali, ma ha una sua spiegazione logica. Dopo anni di crisi finanziaria (occorre ribadire bene questa natura di crisi capitalistica finanziaria), dove alla fine otto persone al mondo possiedono la ricchezza di oltre tre miliardi di uomini, il 2016 e l’inizio del 2017 sembrano per i ceti popolari e medi dei Paesi democratici occidentali gli anni della delusione e della scoperta del “grande imbroglio”. 

La popolarità di Marine Le Pen in Francia non è certo alimentata solo da vecchi “petainisti” o veterani dell’Oas (Organisation de l’armée secrète, ndr). Solo uno sciocco potrebbe pensare una cosa simile. Gli operai del Wisconsin, dell’Ohio, della Pennsylvania che hanno votato Donald Trump, non dicono cose tanto diverse, agli esponenti della sinistra americana, dai taxisti di Roma o Milano, anche se non sono passati dalle esperienze socialiste. 

Diciamo piuttosto la verità: c’è un mondo in rivolta contro i suoi tradizionali rappresentanti perché i ritmi della globalizzazione, la liberalizzazione di ogni regola finanziaria, il trionfo ideologico del mercato non è stato controllato neppure dai governi di sinistra e non è stato nemmeno contrastato con la consueta determinazione dalla tradizione della sinistra, sia essa europea oppure americana. 

C’è chi a sinistra fa finta di nulla o quasi si indigna, ripetendo l’oscena frase di un pur geniale artista come Bertolt Brecht. Dopo la rivolta e la repressione comunista di Berlino Est nel giugno del 1953, il celebrato artista ebbe il coraggio di dire: “Se il governo di questo Paese è deluso dal suo popolo, gli suggerisco di sciogliere il popolo ed eleggerne un altro”. Apprezzò quel “pezzo di democratico” di Walter Ulbricht, ma non certo gli operai di Berlino e il popolo di Berlino che continuava a tentare di fuggire a Ovest, riempiendo i cimiteri quando veniva centrato dai vopos di Pankow.

Ma se va avanti in questo modo, alla fine alla sinistra conviene veramente “cambiare il popolo”, perché quello attuale che rappresentava è letteralmente fuori dalla Grazia di Dio: per gli imbrogli, le bugie, i salti mortali liberisti, le acrobazie semantiche e i dialoghi con i “maghi” della finanza, piuttosto che con i rappresentanti (se esistono ancora) dei lavoratori.

Il “grande imbroglio” di cui è accusata la sinistra è una parte consistente del caos globale in cui viviamo e quindi dell’imprevedibilità di soluzioni ragionevoli nei singoli paesi e a livello internazionale complessivo.

In fondo, quello che si diceva a proposito del Pd, di una sua possibile traumatica e imminente scissione, è in fondo il lavoro lento di una “vecchia talpa” marxiana che alla fine, dopo aver scavato per anni, ha messo la testa fuori dalla terra, smascherando tutti in modo vergognoso.

La storia del Pd è solo un riflesso di una più ampia crisi della sinistra occidentale, che ha dimenticato il riformismo nei Paesi a democrazia antica e matura, ma in Italia ha barato due volte, con un’ambigua unione tra ex Pci ed ex sinistra cattolica, mascherando il tutto con un riformismo che  non ha mai praticato. Queste cose, per la verità, le aveva dette a suo tempo Massimo Cacciari e anche, occorre ricordarlo, lo stesso Massimo D’Alema, che ora sembra animato da un senso di vendetta autodistruttiva.

Ieri Gianfranco Pasquino ha aggiunto una nota velenosa: “Sinistra cattolica e comunismo non hanno mai praticato il riformismo. Quello era una prerogativa socialista”. E così si arriva alla conclusione che nel Belpaese il “grande imbroglio” è pure duplice.

Alla fine, si intravede una sconfitta generale che sgomenta. Si accompagna a una delusione profonda e alla scoperta appunto di una colossale “presa in giro”, anche per incapacità. E’ tutto questo che alimenta anche il nostro caos e la nostra disgregazione, in un processo di caos e di disgregazione globale. Resta solo la speranza di un rinsavimento e di scelte oculate. “Vaste programme”, direbbe con ironia infinita il generale Charles De Gaulle.

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