CAOS PD/ Sansonetti: la scissione? nessuno la vuole, per questo si farà

- int. Piero Sansonetti

Il Pd è diviso solo da questioni di potere interno. Paga il proprio debito alla storia: Veltroni e D’Alema hanno giocato (senza dirlo) a fare la destra di Tony Blair. PIERO SANSONETTI

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Matteo Renzi (LaPresse)

“La scissione? Ho l’impressione che non la voglia nessuno, per questo si farà. Ma non c’entrano le idee, è solo una questione di potere”. Commenta così Piero Sansonetti, direttore de Il Dubbio, il caos interno al Partito democratico. Gli oppositori di Renzi gli contestano di voler fare un congresso-lampo, in realtà solo una rapida conta, per rimanere in sella, fare un partito personale e liquidare il governo Gentiloni. Il tutto senza neppure una riflessione politica sugli errori compiuti e nel pieno di una discussione parlamentare sulla legge elettorale che dalla sentenza della Consulta ad oggi non ha visto sviluppi. Le ultime ore sono state segnate da una tensione crescente. Domani si riunirà l’assemblea nazionale per dare attuazione al percorso congressuale abbozzato da Renzi in direzione lunedì scorso.

Solo una questione di potere, dunque?

Una lotta per il potere condotta con lo strumento della scissione. Il problema è che in politica i propositi non sempre sortiscono l’effetto desiderato. Ho l’impressione che si sia messo in moto un processo che nessuno è più in grado di fermare. E quindi la scissione si farà, anche se nessuno la vuole. Tranne D’Alema, che però non ha la forza per farla e la lascia fare agli altri. Bersani, Speranza, Emiliano non vogliono la scissione, la usano come arma politica per indebolire Renzi. Ma si farà perché nessuno è più in grado di evitarla. 

Renzi vuole fare il congresso nel minor tempo possibile. Bersani invece chiede che si faccia prima una riflessione vera sul senso del Pd.

Il problema è un altro: nessuno in Italia è in grado di spiegare quali sono le differenze politiche tra le parti del Pd che potrebbero dividersi. Nel ’91 nacque Rifondazione comunista perché Occhetto diceva che il comunismo era finito. I termini della discussione erano chiari, netti. Oggi non vedo nulla di tutto questo.

Però sono due anni che gli oppositori chiedono a Renzi un’analisi politica e una correzione di rotta.

Sì; ma sono gli stessi che quell’analisi non hanno mai fatto. Veltroni l’ha fatta? Bersani l’ha fatta? Chi ha fatto la scelta di trasformare la sinistra in un partito blairiano? Non Renzi, che ha solo tradotto Blair in salsa fiorentina. Ma forse è solo colpa mia: purtroppo non mi riesce di capire la differenza tra il dalemismo e il bersanismo degli anni Novanta e il renzismo di oggi.

Domina il mea culpa. Siamo lontani dalla gente, si dice nel Pd per opposte ragioni e gli uni contro gli altri.

Lontani dalla gente? No, lontani dalla politica, dal pensiero politico, dalle idee politiche. E’ questo che manca. Una volta sapevo perfettamente chi erano D’Alema, Napolitano, Ingrao, Amendola, Moro, Fanfani. Chi è invece Roberto Speranza? Anche nella destra di Berlusconi e Salvini c’è una questione di leadership, però c’è anche una fortissima questione politica: da una parte i moderati e gli europeisti, dall’altra i populisti anti-immigrati.

Qual è l’errore storico della sinistra?

L’errore storico della sinistra italiana è di avere abbracciato la destra; di essere diventata la destra. Non la destra politica ma la destra economica e finanziaria. La sinistra italiana non ha sbagliato nell’abbracciare la globalizzazione, che è una dinamica positiva, ma nel farla sua così com’era, guidata da idee e uomini di impronta smaccatamente liberista.

 

Nell’intervista al Corriere di mercoledì scorso, Veltroni è come se si chiedesse: come mai nel ’94 la sinistra governava tutto l’occidente e adesso non governa più da nessuna parte?

Dovrebbe essere lui a rispondere. Poiché non lo fa, gli dico: caro Walter, la risposta è facilissima: la sinistra non governa più perché ha sbagliato tutto. Ha fatto la scelta di prendere il posto della destra. Una scelta disastrosa, Blair in Gran Bretagna e, dietro di lui, D’Alema e Veltroni in Italia. E dopo di loro Bersani. Scelta legittima; poi però il conto arriva e lo si deve pagare. Le liberalizzazioni non le ha fatte Lotti, non le ha fatte nemmeno Berlusconi; le ha fatte Bersani. Il Jobs Act lo ha fatto Renzi, ma sono stati Prodi e Bersani a fare la legge Treu (legge 196/1997, durante il Prodi I, ndr), sono stati loro a istituzionalizzare il precariato, perfino ad ammantarlo di virtù.

 

E D’Alema? 

D’Alema è l’unico intellettualmente onesto che ha fatto autocritica, riconoscendo gli errori di quegli anni. La domanda è se ora ha l’autorevolezza, dopo quegli errori, di essere lui il leader della ricostruzione.

 

Non si possono però imputare quegli errori ai più giovani.

Vero; però devono spiegarci cosa vogliono. Non possono far finta di non sapere da dove vengono. Intanto continua a sfuggirmi la differenza tra Lotti e Speranza.

 

Cosa vede nel breve e medio termine? 

La situazione è drammatica. Non si vede una via d’uscita, perché se si andasse al voto nessuno avrebbe la maggioranza, né da solo né in coalizione. E ho l’impressione che ormai il ceto politico italiano abbia subìto tante di quelle batoste da non riuscire più a riprendersi.

 

Come andrà a finire nel Pd?

Come in Gioventù bruciata: correranno in macchina verso il burrone, alla fine uno ci lascerà la pelle perché all’ultimo momento gli resterà impigliata la giacca nella portiera e non potrà buttarsi fuori.

 

Renzi?

Gli manca del tutto un gruppo dirigente: non ha intorno nessuno che lo aiuti, nessuno che lo faccia pensare. Ha questa maledetta idea che la politica è una partita di poker. Non è vero. Puoi giocare a poker in un partitino, non se hai ambizioni di governo. Se vuoi governare devi essere statista. Non è un’optional, ma una necessità.

 

D’accordo, ma nell’immediato che cosa dovrebbe fare?

Farsi da parte: rinunciare alla segreteria del partito, trovare una mediazione ed evitare la scissione. Deve farlo perché il suo insuccesso è clamoroso, non ha perso solo al referendum ma su tutti i fronti.

 

(Federico Ferraù)

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