DIETRO LE QUINTE/ Franceschini, il grande manovratore

- Anselmo Del Duca

Renzi, Grillo, Salvini, Meloni: in teoria il fronte del voto subito dovrebbe avere gioco facile ma non è così. Anzi, si prospetta l’ingovernabilità post-voto. Lo scenario di ANSELMO DEL DUCA

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Camera dei Deputati (LaPresse)

Renzi, Grillo, Salvini, Meloni: in teoria il fronte del voto subito dovrebbe avere gioco facile. E invece non è così. L’ipotesi delle elezioni a fine giugno rimane in campo, ma la strada per arrivarvi è irta di ostacoli. E basta un nonnulla per scivolare verso la scadenza naturale della legislatura, febbraio 2018. 

L’attesa delle motivazioni della sentenza della Corte costituzionale sull’Italicum, per quanto fosse nel conto, sta sfibrando il quadro politico. Sta soprattutto mettendo Renzi sotto pressione. Nonostante la convergenza di interessi con altri protagonisti, l’accelerazione che dovrebbe portare al voto sembra non scattare, anche perché, soprattutto con i 5 Stelle, gli interessi divergono sostanzialmente. I grillini, infatti, non vogliono lasciargli il vantaggio di scegliere i capilista. Quindi come precondizione chiedono preferenze per tutti gli eletti, sia alla Camera, sia al Senato, ben sapendo che per Renzi quella richiesta è inaccettabile, perché ne dimezzerebbe il potere dentro il Pd. E senza i 5 Stelle non si può procedere, visto che Salvini e Meloni hanno troppo pochi rappresentanti, soprattutto in Senato.  

Il segretario ex premier non può neppure forzare troppo la mano in direzione sgradita da Berlusconi, dal momento che potrebbe averne bisogno dopo il voto. E per il vecchio leader di Forza Italia non solo sono inaccettabili le preferenze, ma serve anche tempo perché arrivi la tanto sospirata sentenza della Corte di Strasburgo, da cui spera di essere rimesso in gioco. 

I sondaggi effettuati dopo la sentenza della Consulta e la proiezione della possibile traduzione in seggi del voto sono impietosi: la grande coalizione è la prospettiva più concreta dopo il voto, visto che nessuno partito da solo può neppure lontanamente pensare di avvicinarsi alla soglia del 40 per cento, oltre la quale scatta il premio di maggioranza. Addirittura, secondo molti ricercatori, la sommatoria dei voti di Pd e Forza Italia potrebbe non bastare a raggiungere la maggioranza assoluta a Montecitorio.

Dunque, di fronte alla prospettiva concreta dell’ingovernabilità, la prudenza è più che opportuna. Per esorcizzarla Dario Franceschini suggerisce che nel lavoro di riforma della legge elettorale si sposti il premio di maggioranza dalla lista più votata alla coalizione. Si aprirebbe, di conseguenza, uno scenario dove soprattutto il Pd avrebbe maggiori margini di manovra per ampliare un perimetro che oggi sembra cristallizzato. Anche Mattarella probabilmente apprezzerebbe, preoccupato com’è di dover gestire dopo il voto una situazione “spagnola”, con l’impossibilità cioè di costruire maggioranze in parlamento. Del resto, i buoni rapporti e la sintonia fra il ministro della Cultura e il Capo dello Stato non sono un mistero.

A impedire a Renzi l’accelerazione verso le urne c’è anche la rissa in corso nel Pd, che potrebbe ripercuotersi anche sul percorso della riforma della legge elettorale, se il leader democratico dovesse forzare, senza aver prima acquisito il consenso della sua minoranza.

La scissione rimane, infatti, all’ordine del giorno. Ha trovato un leader, D’Alema, e questo ha acceso lo scontro, ormai al calor bianco. Persino il pavido Cuperlo è sembrato aver trovato il coraggio di chiedere le dimissioni di Renzi, così da avviare la stagione congressuale. Un congresso che — dice Fornaro — dovrebbe essere di rifondazione, mentre Emiliano scarica bordate quotidiane sul quartier generale. 

Hanno un bello strillare i renziani doc (Esposito e Marcucci su tutti) che si tratta di insulti a Renzi. La fotografia del giorno è un Pd diviso su tutto, e quindi incapace di prendere una strada precisa. Per parte sua, Renzi si è imposto alcuni giorni di silenzio, almeno sino alla direzione convocata per il 13 febbraio. Di fronte ha due strade: primarie, nel caso del voto a giugno, o anticipo del congresso, se si andrà verso la scadenza naturale della legislatura. 

L’ostruzionismo del fronte composto da minoranza Pd, centristi (alfaniani e non) e forzisti, alleato con i senza casa del parlamento, che non avrebbero alcuna possibilità di rielezione, potrebbe alla fine risultare vincente. Basta poco, in fondo. Basta che la legge elettorale non sia pronta per andare in aula alla Camera il 27 febbraio. Per i complessi meccanismi dei regolamenti parlamentari si perderebbe un mese intero prima di arrivare al contingentamento dei tempi. 

Per volgere la situazione a suo favore Renzi ha lasciato trapelare che potrebbe persino non candidarsi. Una maniera di gettare nel panico un partito che non ha un leader di ricambio pronto, né fra le fila della maggioranza, e neppure nelle fila dell’opposizione interna.

E’ poco probabile che questo ricatto sia messo in pratica, a meno che la prospettiva della riforma della legge elettorale si incarti a un punto tale da prospettare l’ingovernabilità. Allora, ma solo in quel caso, il passo indietro potrebbe diventare davvero la mossa del cavallo.

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