SCENARIO/ Polito: stiamo tornando al ’92

- int. Antonio Polito

Per ANTONIO POLITO la vera questione, al di là della legge elettorale e del caos nel Pd, è la marginalità dell’Italia nel nuovo contesto europeo e internazionale. Rischiamo un altro ’92

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Matteo Renzi (LaPresse)

Renzi? Non è più lui a dare le carte, spiega Antonio Polito. Per l’editorialista e vicedirettore del Corriere è sempre più probabile che si voterà alla scadenza naturale della legislatura. Ma la vera questione, al di là della legge elettorale e le vicissitudini in casa Pd, è la marginalità dell’Italia nel nuovo contesto europeo e internazionale. Nell’anno in cui per la prima volta la Ue e la moneta unica appaiono a rischio, “potremmo ritrovarci con un sistema politico che esplode come nel ’92”.

Polito, l’Italia è in grave difficoltà nel contesto europeo. Come si sta mettendo il nostro 2017?

Sono molto preoccupato e molto pessimista. Più ancora di quello che accade in Italia, è quello che succede intorno a noi che rischia di metterci nei guai. Potremmo ritrovarci al di fuori di una serie di elementi di contesto che per decenni ci hanno protetto. 

A cosa pensa?

Le elezioni in Francia mettono per la prima volta a rischio la Ue e la moneta unica; l’America, per la prima volta nel dopoguerra, se ne infischia dei suoi alleati europei e cerca un rapporto diretto con la Russia di Putin; rischiamo di avere una situazione del commercio mondiale più difficile per i paesi esportatori come l’Italia. A tutto questo si aggiunge la nostra crisi politica. 

Il quadro è frammentato, non si riescono a trovare un equilibrio e soluzioni durature. Perché?

Quello della politica italiana è un big-bang già cominciato nel 2013. Da allora si è formata in Parlamento una maggioranza rappattumata perché tutti temevano lo scioglimento e le elezioni. Ma corriamo il rischio che il sistema politico esploda come nel ’92, perché le prossime elezioni potrebbero non garantire nessuna maggioranza. Proprio nel parlamento che potrebbe doversi occupare della permanenza dell’Italia in Europa.

Renzi sembra ostinato a volere il voto a giugno. Lo otterrà?

E’ molto difficile. In questa fase politica lo schema di gioco di Renzi non è più quello lineare e dichiarato di prima del referendum. Oggi il segretario del Pd ha le idee molto meno nette su quello che può fare, per il semplice motivo che non è più lui a dare le carte. 

Però tutti temono il voto. Bersani è tornato a dire che è meglio votare nel 2018 e secondo il Corriere diversi maggiorenti del Pd si preparerebbero a sostenere Orlando a capo del Pd se Renzi insiste con il voto anticipato

Renzi certamente preferirebbe le elezioni a giugno, perché oggi ha ancora una presa sull’opinione pubblica e non c’è un avversario vero che emerge, dato che i 5 Stelle sono percepiti come forza anti-sistema. 

Dunque il tempo congiura contro di lui.

Sì. Per qualche mese ancora è il politico con più probabilità di successo. Se si vota nel 2018, nel frattempo ci sarà stato il congresso del Pd, la sua presa sul partito potrebbe essere ridimensionata e nell’opinione pubblica potrebbe essere vittima di un certo oblio. 

Forzerà la mano? 

Il complesso delle circostanze e delle opinioni contrarie è così ampio e vasto che Renzi stesso difficilmente ci riuscirà. E credo che lo abbia capito.

 

Quanto accade nel Pd e sul fronte della legge elettorale è quasi indecifrabile. Secondo lei come stanno le cose?

E’ fondata l’ipotesi che Renzi stia facendo un’offerta a Berlusconi, Franceschini e Bersani del tipo: se volete il premio di coalizione, in cambio dovete darmi le elezioni a giugno. E qui sorge già un primo ostacolo.

 

Quale?

Il premio di coalizione sarebbe anche la fine del suo potere assoluto, perché la guida del governo dopo il voto non andrebbe più automaticamente al segretario del Pd, ma sarebbe frutto di un accordo di coalizione. Non mi pare che abbia carte così buone in mano da poter imporre a chicchessia le sue soluzioni. 

 

Che scenario prevede?

Dovrà accettare un compromesso nel Pd, che significa il congresso prima del voto e di conseguenza una redistribuzione dei pesi nel partito. Come vede, tutto sembra dire che non ci sono le condizioni per votare subito. 

 

E poi ci vuole la legge elettorale. 

Su cui non c’è ancora il barlume di un accordo. E nemmeno i tempi: per votare a giugno si dovrebbero sciogliere le camere ad aprile, mentre stiamo ancora aspettando le motivazioni della sentenza della Consulta e il capo dello Stato ha chiesto leggi omogenee per Camera e Senato. 

 

Le motivazioni della sentenza potrebbero cambiare il quadro cui abbiamo assistito finora?

Se la Consulta mettesse per iscritto nella sentenza un invito al parlamento a razionalizzare le due leggi elettorali restanti dopo la bocciatura del Porcellum e la correzione dell’Italicum, questo renderebbe assai più difficile sostenere che la sentenza del 25 gennaio ci ha dato una legge elettorale subito utilizzabile. Servirebbe un lavoro parlamentare che non si fa in una settimana.

 

Berlusconi è ancora l’interlocutore privilegiato di Renzi?

Forse Renzi è più preoccupato che qualcuno dei suoi, per esempio Franceschini, prenda l’iniziativa di parlare personalmente con gli emissari di Berlusconi, sfilandogli di mano la trattativa. Anche Berlusconi vuole fare la legge elettorale, ma l’ultima cosa che vuole è anticipare il voto, perché spera nel frattempo di riottenere l’agibilità politica. 

 

(Federico Ferraù)

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