Legge Fine Vita/ Biotestamento alla Camera: Aula deserta, in 20 partecipano alla discussione (oggi 13 marzo)

- La Redazione

Legge fine vita, Biotestamento e Dat: approdo alla Camera oggi 13 marzo 2017, le ultime notizie e le discussioni in aula. I punti della legge, i nodi da sciogliere e i rischi

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Camera dei Deputati (LaPresse)

Oggi alla Camera si discute di biotestamento e più precisamente del testo di legge sul fine vita, ma l’Aula è vuota: solo venti deputati erano presenti, come ha documentato Repubblica.it con un video. La morte di Dj Fabo, che è andato in Svizzera per chiedere il suicido assistito, sembrava aver smosso finalmente anche le coscienze dei politici, che si erano detti pronti a legiferare su un argomento così delicato. L’assenteismo, però, ha suscitato l’indignazione dell’opinione pubblica. Più del 95% dei deputati mancava al tanto atteso appuntamento, forse per via del giorno e dell’orario di inizio del dibattito: la discussione doveva cominciare oggi alle 13. Si sono presentate una ventina di persone, tra cui Gianni Cuperlo (Pd), Matteo Mantero (M5s) e Fabrizio Cicchitto (Ncd). C’è anche Paola Binetti, che poi ha lasciato l’Aula nel primo pomeriggio per prendere parte a SkyTg24 alla discussione sul tema.

Il testo base della Legge sul fine vita è alla camera e consta sostanzialmente di quattro punti base in grado di rilanciare la tematica sorta durante il caso Englaro 8 anni fa e “risvegliato” in queste ultime settimane con la battaglia dei radicali insieme al caso Dj Fabo. Il titolo per esteso del Ddl firmato Donata Lenzi è «Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento», e prevede quattro punti sostanziali. In primo luogo le già trattate qui sotto Disposizioni anticipate di trattamento, per cui «Chiunque sia maggiorenne e capace di intendere e di volere può, attraverso le Dat, esprimere le proprie convinzioni e preferenze in materia di trattamenti sanitari, e può lasciare scritto preventivamente “il consenso o il rifiuto rispetto a scelte diagnostiche o terapeutiche e a singoli trattamenti sanitari». Decisivo in questo punto (e con grosse polemiche in Aula) il paragrafo in cui si inseriscono anche nutrizione e idratazione artificiali tra le terapie da scartare nelle Dat. Secondo punto, il Consenso informato: «Ogni persona ha il diritto di conoscere le proprie condizioni di salute e di essere informata in modo completo, aggiornato e a lei comprensibile riguardo a diagnosi, prognosi, benefici e rischi delle terapie. Dopodiché il paziente ha il diritto di rifiutare, in tutto o in parte, qualsiasi accertamento diagnostico o trattamento sanitario, comprese nutrizione e idratazione artificiali, e può revocare in qualsiasi momento il consenso inizialmente concesso». Il terzo punto è la disposizione sui minori o incapaci, dove si applicano gli stessi principi ma espressi come consenso da parte dei genitori, «per gli incapaci si esprime il tutore che decide sentendo l’interdetto ove possibile». Se non è stata lasciata una Dat, e il rappresentante legale del paziente incapace si rifiuta le cure mentre il medico propende per proseguirle, la decisione finale «è rimessa al giudice tutelare». Da ultimo, come ricorda Repubblica nel suo speciale, il testamento biologico può essere registrato per iscritto ma anche con una video registrazione. «Le Dat devono essere redatte per atto pubblico o per scrittura privata. Le Dat già depositate presso il comune di residenza o davanti un notaio avranno valore in base alla legge».

Approda in aula alla Camera la legge sul fine vita e il testamento biologico e già occorre sgombrare il campo da spiacevoli e purtroppo frequenti equivoci sui reali temi di cui si sta discutendo in Aula. Occorre dunque sgombrare subito il campo, anche per poter entrare con gli strumenti giusti in un dibattito che sarà sì politico ma dal forte valore etico, sociale e culturale. E dunque, la legge in oggetto alla Camera prevede il testamento biologico e non parla né di eutanasia né di suicidio assistito (ovvero il caso di Dj Fabo, per intendersi); l’eutanasia è inserita in altre quattro pronte di legge ancora ferme nelle commissioni e qui invece si discuterà di disposizioni anticipate di trattamento. Come giustamente ha posto oggi La Stampa, la differenza in essere di questi tre macro-temi delicatissimi è davvero sostanziale (come decisivo possedere l’esatta conoscenza delle tre forme). Il suicidio assistito è a possibilità per un paziente malato, dopo un colloquio e una prescrizione medica, di accedere a un trattamento (solitamente un farmaco) che metta fine alla propria vita. È quanto avvenuto a dj Fabo in Svizzera. Il paziente che accede a questa pratica è cosciente (perché deve assumere o attivare personalmente la procedura) e non necessariamente si trova in fin di vita. Per quanto riguarda l’eutanasia invece è “semplicemente” il caso dell’interruzione della vita di un paziente provocata da un intervento da parte di un medico (solitamente mediante la somministrazione di un farmaco), per questo motivo si parla di “eutanasia attiva”. A seconda della legislazione può avere confini e protocolli differenti. Da ultimo, il caso in essere della legge ora alla Camera, il biotestmaneto: «Sono le volontà in materia di cure mediche (anche nutrimento e idratazione) che un paziente, da cosciente, dichiara immaginando di trovarsi in una condizione in cui gli è preclusa la possibilità di scelta. Se applicate queste disposizioni porterebbero portare al distacco di un paziente dalle macchine e quindi alla morte. Si tratta di una procedure che viene anche definita “eutanasia passiva”», riporta lo speciale de La Stampa.

Oggi approda alla Camera il disegno di legge sul Fine Vita, il biotestamento e le Disposizioni anticipate di trattamento, dopo anni di discussioni e gli ultimi mesi di forti contrasti anche all’interno della maggioranza per una legge assieme alle Unioni Civili tra le più delicate e polemizzate nel panorama politico e sociale del nostro Paese. La proposta di legge sul testamento biologico arriva dunque oggi a Montecitorio, con relatrice Donata Lenzi (Pd), dopo un lungo lavoro della Commissione Affari Sociali: «Una legge non invasiva ma equilibrata, con cui, dopo 70 anni, potremo finalmente dare attuazione all’articolo 32 della Costituzione sulla libertà di cura, sempre nel rispetto della persona umana» spiega la relatrice Donata Lenzi. I casi di Eluana Englaro, Piergiorgio Welby e negli ultimi giorni Dj Fabo hanno influito ne corso di questi anni per maturare una discussione, accesissima, sul possibile disegno di legge riguardo le disposizioni anticipate di trattamento (Dat). «Questa legge non riguarda affatto l’eutanasia, che segue un iter legislativo completamente diverso, ma stabilisce semplicemente ciò che nelle buone pratiche già esiste, ovvero che se il paziente non fornisce il proprio consenso ad una determinata terapia, il medico è tenuto a rispettarne fino in fondo la volontà». Le Dat saranno lo strumento con cui la persona potrà esplicitare queste volontà, individuando un fiduciario che avrà il mandato di farle rispettare: «in questo modo, il medico sarà libero da responsabilità penali e civili per aver rispettato le volontà del paziente», spiega ancora Lenzi. Secondo punto chiave della legge sul fine vita è posta sulla centralità della persona malata con la sua specificità e il suo diritto all’autodeterminazione, e sulla la relazione medico-paziente, con la pianificazione condivisa delle cure e una presa in carico “fino in fondo” del paziente da parte della struttura. Con la garanzia, qualora richiesto, della somministrazione delle cure palliative, spiega ancora la Lenzi. 

Su tutti, due, infatti, sono i punti su cui il dibattito in Aula riguardo il Testamento Biologico e la legge sul fine vita si preannunciano insidioso: l’inclusione della nutrizione e dell’idratazione artificiali tra le terapie alle quali sarà possibile rinunciare, e l’eventuale astensione del medico da comportamenti attivi appellandosi al codice deontologico. Avvenire giorni fa ha segnalato i punti ancora di massima distanza tra le parti in Parlamento: «il disegno di legge infatti contempla ancora la possibilità per il malato di disporre la sospensione della nutrizione assistita (considerata dagli uni una terapia e dagli altri semplice sostegno vitale) anche se ciò comporta la propria morte; vincolo per i medici sulle Dichiarazioni anticipate di trattamento, documento con le volontà di fine vita cui i professionisti della sanità dovrebbero attenersi senza alcun margine di azione né possibilità di fare obiezione di coscienza». Le Dat come il suicidio assistito rischiano di far pervenire una legge sul fine vita ad una quasi esplicita sull’Eutanasia. Sarà la mediazione di tante associazioni a favore e contro a questi provvedimenti a far da contraltare alle discussioni in Aula, con la speranza che nessuna onda emotiva sul caso Dj Fabo, in un verso o nell’altro, possa condizionare una legge che assume un’importanza capitale per lo sviluppo etico e sociale dei prossimo anni. Proprio sul caso di Fabiano Antoniani si è espresso negli scorsi giorni il Presidente Emerito della Consulta, Cesare Mirabelli, che ha dato il suo apporto giuridico ad una legge e una questione sempre più spinosa: massimo rispetto per le persone, per le loro famiglie e per il loro dolore, ma a chi reclama un ‘diritto’ all’eutanasia il presidente emerito obietta che, allo stato, non può essere previsto. «Non esiste un diritto costituzionale alla morte. Questo non significa che la morte non possa sopraggiungere in rapporto alla mancata prestazione di trattamenti sanitari per i quali occorra il consenso della persona». A chi richiede che il medico possa eseguire in toto le volontà del paziente, chiunque esso sia e in qualunque stato versi, Mirabelli risponde: «L’attività del medico è, deve essere, orientata alla cura, al recupero della salute, al sollievo della sofferenza. Il medico, poi, è chiamato a esprimere un giudizio di proporzionalità tra gli interventi da effettuare e le reali prospettive di riuscita o di rischio degli stessi. A questo serve il consenso informato: evitare di assumere rischi eccedenti rispetto ai possibili benefici per il paziente. Tanto che, parliamoci chiaro, è nato più che altro come un presidio ‘difensivo’ per i medici». Quanto alle Dat, il testo attuale rischia di fare del medico un mero esecutore di quello che potrebbe configurarsi come un abbandono terapeutico, fino a sfociare in suicidio assistito», conclude sull’Avvenire giorni fa ancora Mirabelli. (Niccolò Magnani)

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