INCHIESTA CONSIP/ E quegli “incroci” tra magistratura e Pd

- Nicola Berti

Inchiesta Consip. Mentre sono in corso le commemorazioni dei 25 anni di Mani pulite, si accende il caso dell’inchiesta Consip, con riflessi sullo scacchiere politico. NICOLA BERTI

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Foto dal profilo Twitter di Maria Elena Boschi

Mentre sono in corso le commemorazioni dei 25 anni di Mani pulite, la frontiera calda fra politica e giustizia sembra essersi solidamente riarticolata fra Roma e Napoli. È stata la Procura partenopea ad accendere l’inchiesta Consip, poi trasferita per competenza alla Procura di Roma: che ieri ha fatto scalare verso l’alto le investigazioni con l’arresto dell’imprenditore Alfredo Romeo. 

I contenuti dell’inchiesta sono noti e gli sviluppi non fanno che accrescerne il peso. La Consip è una Spa controllata direttamente dal ministero dell’Economia e centralizza la gestione di 2,7 miliardi di appalti dello Stato italiano. Per ottenere uno dei cinque appalti-contenitore (del valore di 600 milioni) Romeo si è attivato anche presso Luca Lotti (allora sottosegretario alla Presidenza di Matteo Renzi) e lo stesso padre del premier, Tiziano, attraverso l’intermediazione dell’imprenditore Carlo Russo. Questo è almeno il quadro delineato dagli inquirenti che hanno iscritto nel registro degli indagati Lotti e Renzi Sr (con l’ipotesi di “traffico di influenze”) e ieri hanno arrestato Romeo per “corruzione”.

Fin qui dunque la cronaca giudiziaria: cui naturalmente non è possibile aggiungere elementi o commenti ulteriori. Al di là dell’ovvia sottolineatura del potenziale di rischio per Renzi nelle settimane di svolta traumatica per il Pd. Il caso si colloca d’altronde in una prospettiva di lungo periodo per le relazioni fra politica e magistratura, strutturalmente problematiche. Non è banale, nella situazione specifica, il ruolo di Michele Emiliano, controverso protagonista della scissione nel Pd: chiamato ad horas a testimoniare sul caso Consip presso la Procura di Roma. Emiliano è comunque oggi un player politico nazionale che tarda a uscire dai ranghi della magistratura. E il palazzo di giustizia di Bari non è stato affatto marginale nelle cronache politiche recenti: basti ricordare una delle varie inchieste sull’ultimo Silvio Berlusconi.

Il primo incidente “Vallettopoli, Ruby & C” Berlusconi lo ha avuto d’altronde a Napoli: su iniziativa del Pm Henry John Woodcock, lo stesso che lo scorso autunno – a cavallo del referendum – ha puntato su Consip. E Napoli – città governata da Luigi De Magistris, sindaco ex magistrato con aspirazioni di leader nazionale – è oggi diaframma delicato delle relazioni politici-magistrati per un’altra ragione. In primavera è attesa la nomina del nuovo procuratore capo, in sostituzione di Giovanni Colangelo. E fra i numerosi candidati che correranno al Csm viene regolarmente Giovanni Melillo: un sostituto della Procura partenopea da tre anni distaccato come capo di gabinetto presso il ministro della Giustizia Andrea Orlando.

Inutile ricordare che quest’ultimo è ufficialmente candidato alle primarie del Pd in diretta concorrenza con Renzi. Non inutile rammentare che Melillo, un anno fa, è arrivato al ballottaggio con Francesco Greco per la super-procura milanese.

Non sappiamo quali sviluppi giudiziari avrà l’inchiesta Consip. Invece è improbabile che non abbia riflessi immediati e concreti sullo scacchiere politico e giudiziario. 

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