CALENDA vs BONUS/ Perché il ministro si “smarca” da Renzi?

- Sergio Luciano

Inaspettatamente Carlo Calenda ha criticato la politica dei bonus, che è stata un tratto distintivo del Governo Renzi, di cui pure ha fatto parte. Il commento di SERGIO LUCIANO

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Carlo Calenda (Lapresse)

È un passaggio stretto quello che divide la libertà di pensiero, e il connesso diritto a cambiare opinione, e il senso di appartenenza, o anche semplicemente di lealtà, fra persone e ancor più fra leader e gregari. Hanno fatto scalpore per questo le battute rese ieri dal ministro per lo Sviluppo economico Carlo Calenda al Premio Leonardo, in cui il più brillante – secondo molti – e comunque oggettivamente il più attivo tra i ministri del governo Gentiloni ha preso radicalmente le distanze dalla politica dei “bonus” che ha contraddistinto il governo Renzi, in cui Calenda c’era eccome, e faceva il viceministro all’Economia.

“Per creare lavoro e reddito non esistono scorciatoie, non esistono invenzioni di redditi, invenzioni di lavori, invenzioni di bonus”, ha detto ieri l’ex dirigente di Ferrari e Sky Italia, “scoperto” e lanciato da Luca di Montezemolo (che almeno questo ha sempre saputo farlo: scovare talenti). “Dobbiamo essere realisti: non credo sia compito del governo spargere ottimismo, né che sia compito dell’opposizione spargere pessimismo”, serve “un percorso che si basi sul realismo, sui dati, sulla complessità”. Sante parole, come contestarne la validità? Che i bonus siano stati uno sperpero, col senno di poi devono ammetterlo tutti, per quanto i renziani “duri e puri” ancora recalcitrino. E che troppo ottimismo lungi dal rincuorare irriti, lo dimostra il crollo dei consensi verso il ragazzo di Rignano e la sua perenne espressività da “Happy days”.

Eppure, sulle labbra di un suo ministro, sono parole che non ti aspetti, che fanno sobbalzare. Tanto che lo stesso Calenda, nel pomeriggio, ha diramato una nota di ridimensionamento: “Non intendo prendere parte alla polemica politica. Ho sempre, pubblicamente, sostenuto la necessità di lavorare sulle politiche dell’offerta piuttosto che su quelle della domanda. Ricordo peraltro che il piano Industria 4.0, che va esattamente in questa direzione e che è il più importante programma di politica industriale varato da molti anni a questa parte, è stato disegnato, pensato e approvato dal governo Renzi”.

Fin qui la cronaca delle frasi. C’è però quella della politica, polemica o meno. Che dice anche altre cose. Dice, ad esempio, che per quanto ciò indebolisca il potere del premier, è soltanto un bene che i ministri – almeno quelli più importanti e competenti – pensino con la loro testa, e non siano dei pappagalli ammaestrati a ripetere solo quello che vuole il premier. Il “vincolo di mandato”, che la nostra Costituzione esclude perfino per i semplici parlamentari, non deve certo imbrigliare lo spirito critico di chi ha l’altissima responsabilità di condividere oneri e oneri di governo col presidente del Consiglio.

Poi, certo: Calenda è ambizioso, e non potrebbe negarlo – né vorrebbe – neanche se fosse bravo a recitare come Alec Guinness. Ma soprattutto Calenda è forse l’unico ministro – con Padoan, di cui però è molto più giovane e rispetto al quale è assai meno logorato – stimato all’estero sia in ambito istituzionale che politico. Parla le lingue, ha lavorato per anni in giro per il mondo da manager, sa come si parla e come “ci si comporta”. Se il nostro malcilento bilancio pubblico finirà col condurci prima o poi – lo pensano in tanti, molti più di quanti lo dicano – a una condizione simile a quella greca, con un esecutivo sotto tutela della “Troika”, cioè di Unione europea, Fondo monetario internazionale e Bce, Calenda è oggi forse l’unico degli attuali ministri a essere “papabile” come premier di garanzia.

Dunque è normale che dica la sua, anche a costo di prendere le distanze da Renzi, che l’ha nominato per la prima volta nell’esecutivo. O dovremmo preferire la fedeltà – di livello canino – al libero esercizio del discernimento? Anche quando Calenda ha stangato l’Alitalia e la sua cattiva gestione qualcuno ebbe il cattivo gusto di scandalizzarsi, notando che in tal modo il ministro criticava il suo ex-mentore Montezemolo, inutile presidente della compagnia peggio messa d’Europa. Ma oggi la rogna Alitalia giace sulla scrivania di Calenda, e a mettercela è stato proprio Montezemolo, che non ha saputo garantire ai nuovi soci meritoriamente da lui individuati negli arabi di Etihad, le condizioni sindacali e politiche necessarie per gestire al meglio la compagnia. Come non distanziarsene? Può non piacere questo sfoggio di libero pensiero da parte di un uomo valorizzato proprio da Montezemolo prima e da Renzi poi: ma chi sceglie nella propria squadra un personaggio di valore deve mettere in conto che sarà diverso da come sarebbe un servo, o un portaborse.

E poi c’è un fatto, che sarebbe sbagliatissimo trascurare: Calenda, che piaccia o no, non è un politico, e faceva un mestiere molto remunerativo prima di scegliere la strada del Palazzo. Sa che se non dovesse essere richiamato in un prossimo governo, faticherebbe a scegliere tra le proposte di lavoro che gli planerebbero sulla scrivania. Questa consapevolezza dà forza. L’importante è che Calenda sappia anche – ma è troppo attento per ignorarlo – che quest’autonomia meritoria porta con sé l’implicito onere dei risultati: Renzi o Gentiloni, governo tecnico o governo politico, chi sa ciò di cui parla deve rendere conto più degli altri di quel che fa. 

Per ora Calenda sta facendo bene, nelle sue recenti vesti di ministro dello Sviluppo. Resti autonomo, resti professionale: saranno i fatti a giudicarlo, non le puntualizzazioni, per giuste che siano, e quindi sgradite ai censurati.

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