DIETRO LE QUINTE/ Inchiesta Consip, così i pm aiutano Bruxelles

- Gianluigi Da Rold

Con l’inchiesta Consip la magistratura è tornata protagonista della politica italiana. Ma a ben vedere, anche di quella francese. Sarà solo una coincidenza? Commento di GIANLUIGI DA ROLD

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LaPresse

Probabilmente sbaglieremo. Tuttavia ci viene in mente una cosa: è difficile comprendere che cosa esattamente passi per la testa di questa classe dirigente europea alle vigilia delle elezioni francesi, della situazione italiana e del 60esimo anniversario dell’Europa. 

Non si vuole prenderla alla lontana, ma alcuni avvenimenti che si svolgono in Italia e in Francia sembrano collegati a un disegno comune: mantenere, vivere in questo stato di grande incertezza e colpire tutti i potenziali avversari o anche solamente i riformatori dell’attuale assetto europeo. Se ci è permesso, noi azzardiamo qualche strana analogia, che è difficile immaginare dove porterà.

C’è qualche analista disincantato che spiega: “Non importano le conseguenze per chi dirige le operazioni da Bruxelles o da qualche altra parte. La sensazione è quella di mantenere la ‘poltiglia eurocratica’ che ha in questo momento il potere nel continente. Poi ci sono gli ‘zelanti’ dei vari Paesi che si mettono in moto e fanno il lavoro che Bruxelles non può fare direttamente”. 

L’obiettivo sarebbe non ammettere, in sostanza, che un’Europa concepita in questo modo condannerà a una crescita sempre stentata, a un costante impoverimento del ceto medio. Ammetterlo, significherebbe dire che è stato sbagliato quasi tutto in questi venti anni e quindi non si può dirlo, significherebbe recitare una confessione impietosa. Bisognerebbe persino arrivare a spiegare la voragine della gestione dei derivati, con cui lo Stato italiano scommette con i soldi che ci vengono presi con le tasse. 

Lo sfondo è ampio e articolato e quindi bisogna ridurlo nelle manovre di annientamento. Forse è difficile che queste manovre riescano nei prossimi mesi. Staremo a vedere.

Partiamo dalle questioni italiane. Matteo Renzi ha perso rovinosamente un referendum costituzionale e ha condotto una politica  economica completamente sbagliata. In più, ha dimostrato tutta la sua inconsistenza nel dirigere un partito che faceva da baricentro al sistema politico italiano, provocando, per carattere o per calcolo, più di altri suoi “compagni o amici” di partito, una scissione che avrà come conseguenza la probabile ingovernabilità dell’Italia per i prossimi anni e quindi una dipendenza dall’eurozona, che diventerà inevitabile, sino a una gestione controllata, magari direttamente dalla troika.

E’ dalla sera del 4 dicembre che Renzi, affetto da parlantina di “provinciale sedicente abile e colto”, sta annaspando e non riesce neppure a immaginare e calcolare in quale trappola si è andato a infilare, con tutte le sue sparate successive: velocità del congresso del Pd, rapidità di  nuove elezioni e impuntature sul bilancio europeo, il famoso 0,2 per cento, che era apparso subito come una comica.

In realtà, tra le tante colpe di Renzi c’è la presunzione di essere più furbo di vecchi marpioni che al momento giusto sanno intervenire per ristabilire gradi e responsabilità precise. Guardiamo solo la sequenza che ha interessato Matteo Renzi dal 4 dicembre: dimissioni dal governo per lasciare spazio a un successore di “fiducia”, Paolo Gentiloni, che giorno dopo giorno viene giudicato sempre più affidabile soprattutto dagli “altri”; dimissioni dalla segreteria del Partito democratico, con date e scadenze tutte da verificare per un ritorno in plancia di comando; slittamento delle nuove elezioni, che dovevano essere fatte velocemente (l’accordo sulla legge elettorale era fissato il 27 febbraio) e che invece arriveranno con tutta probabilità alla scadenza naturale della legislatura.

Poi non poteva mancare una “strigliata” dall’Europa sulla manovra, persino un rimbrotto duro dal ministro per lo Sviluppo economico Carlo Calenda: “Non servono bonus, realismo e stop spargere ottimismo”, mentre il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, sembra che abbia il compito di rassicurare soprattutto Bruxelles. Bisognerà continuarla, questa “benedetta” politica dell’austerità,

In questo “quadretto”, arriva a Renzi una botta da intimorire anche un toro: la magistratura, che indagava da due anni sul cosiddetto “affare Consip”, in una ridda di voci, dichiarazioni, confessioni, di “si dice” e altro ancora, ha di fatto inchiodato in un coinvolgimento veramente compromettente Tiziano Renzi, il padre di Matteo, e anche l’amico ministro allo Sport, Luca Lotti.

A questo punto che cosa può fare Matteo Renzi? Che tipo di battaglia può mettere in campo? Ed è proprio Massimo D’Alema il suo vero nemico?

In realtà, guardando le sorti del perdente e seguendo il consiglio di chi in Italia ha sempre specificato la necessità di  “salire sul carro del vincitore”, si è assistito a diverse manovre. Le acrobazie di Michele Emiliano, l’uomo dalle “tre facce”: quella di magistrato, quella di governatore della Puglia e quella di candidato alla segretaria del Pd. Ma più delle acrobazie di Emiliano, conta la discesa in campo del ministro della Giustizia, Andrea Orlando.

E’ una persona per bene Orlando, storicamente piuttosto approssimativo (ha detto che gli ultimi a parlare di forma-partito furono negli anni Ottanta Olof Palme, Willy Brandt e Enrico Berlinguer: uno scoop storico, che fa diventare Berlinguer non più comunista, ma già allora vicepresidente del’Internazionale socialista), ma comunque è uomo di peso e sostenuto da un filo solido con il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Insomma un’accoppiata che ha forse convinto qualcuno a tirare fuori la “questione del papà”. Il “buon gusto” di dare una mano al guardasigilli non può di certo mancare.

E così, mentre si commemorano (non pare con particolari festeggiamenti) i 25 anni di “mani pulite”, la magistratura ritorna a essere protagonista dell’agenda politica italiana. Per avere una ciliegia sulla torta occorre aggiungere che Denis Verdini, che ha dato un appoggio a Renzi negli ultimi mesi, ieri si è beccato una condanna di nove anni. 

A questo punto, tra errori di Renzi, interventi di “amici” e una mano della magistratura, uno dei possibili disturbatori, anche se piuttosto improvvisato, dell’Unione europea è completamente fuori gioco.

Chissà per quale ragione, in Francia sta avvenendo qualche cosa di simile, con la magistratura scatenata contro François Fillon, sperando che a battere Marine Le Pin sia Emmanuel Macron, il più europeista dei politici francesi.

In tutto questo non ci sono “congiure” sottobanco, ma solo la pochezza di alcune classi dirigenti nazionali e l’abilità di altri a promuovere “armi di distrazione di massa”, come Penelope Fillon e chissà se non anche un “pasticcione” come Tiziano Renzi.

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