SPILLO/ L’errore irrimediabile di Rosy Bindi

- Salvatore Sechi

Dopo 27 anni, Rosy Bindi ha annunciato che lascerà il parlamento e la politica. Intende dedicarsi agli studi teologici e in generale alla ricerca. SALVATORE SECHI

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Rosy Bindi (LaPresse)

Dopo 27 anni, Rosy Bindi ha annunciato che lascerà il parlamento e la politica. Intende dedicarsi agli studi teologici e in generale alla ricerca.

Non saprei dire se è un bene o un male. La terza alternativa era di agguantare qualche ente di stato e starsene appollaiata lì, come fanno quasi tutti i suoi colleghi, godendosi  il locupleto viatico pensionistico dei parlamentari. Magari strologando sulla sua lunga esperienza e carriera di fortunata ragazza senese.

Non nego che possano avere qualche interesse le confessioni di un cattolica come la Bindi. Ha sempre chiamato democratici i correligionari di sinistra, cioè con orientamento collaborativo verso il Pci, e bollato invece come non democratici i piissimi cattolici-liberali alla Gentiloni o conservatori. E ha avuto molta diffidenza verso i socialisti, proprio perché intestarditisi, con Craxi, a essere indipendenti  dai comunisti e dai loro molti soldi.

Ma anche un dirigente come Carlo Donat Cattin temo che la Bindi trovi arduo considerarlo un cattolico democratico. Era, infatti, un sincero anti-comunista. Un peccato gravissimo, quasi mortale, per lei.

Questo esempio di faziosità storiografica fa parte dell’identità dei cattolici di sinistra.

La notizia più preoccupante è che la Bindi intenda dedicarsi alla ricerca scientifica. Avrebbe dovuto farlo prima di dedicarsi interamente all’attività politica, acquisendo qualche specializzazione. Invece, identificando il politico con il politicante, ha offerto lo spettacolo del classico politico all’italiana, cioè bon a tout faire, o a fisarmonica.

La Bindi ha infatti spaziato con plateale disinvoltura dai problemi della sanità (scalando il rispettivo ministero) a quelli della mafia.

Di quest’ultima non sapeva nulla, ma ciò non le ha fatto minimamente ombra nell’accettare la mancia di Matteo Renzi, cioè presidenza della Commissione bicamerale antimafia. Ed essendo di antica lenza democristiana non ha avuto il minimo scrupolo o ripensamento di fronte al fatto cha la sua nomina a presidente era  osteggiata da tutti i parlamentari non diessini. Non hanno voluto partecipare alla sua elezione, disertando la commissione. Maggiore disistima personale, oltreché politica, non era immaginabile. 

Nella Bindi colpisce la tenacia, l’arroganza spregiudicata, la dedizione al potere. E il disprezzo per i cittadini soprattutto se fanno il mestiere che lei si appresta a fare, quello di ricercatore.

In diverse occasioni le ho chiesto, nel suo ruolo di presidente, di poter consultare delle carte depositate nell’archivio della Commissione a Palazzo San Macuto.

Non si trattava di documenti secretati. Erano, quindi, e sono, accessibili a chiunque. Addirittura uno avevo contribuito a redigerlo anche io, come consulente dell’antimafia.

Purtroppo la concezione che la Bindi ha dei documenti è di tipo sacerdotale-padronale. E’ cosa nostra, temo ami intercalare, tra l’alba e il tramonto, nell’illusione di essere una padroncina delle ferriere.

Ma questa cultura possessiva degli archivi non fa parte della nostra Costituzione. Il suo maestro si è lasciato uccidere dai terroristi per insegnare, anche a lei, che la Costituzione proclama come un diritto la libertà della ricerca e la concessione dei mezzi per esercitarla.

Vittorio Bachelet non ha avuto il tempo di constatare che obduratum est cor ejus (cioè della sua allieva).

A me e ad altri, sia dalla Bindi sia da un altro cattolico colonizzato dai post-comunisti, Giuseppe Fioroni (presidente della Commissione sul delitto Moro) la consultazione dei documenti utili per i nostri studi è stato negato. Nel modo peggiore e più sprezzante, cioè senza giustificare nemmeno con una lettera la loro decisione usurpatoria. Questo atto di maleducazione, cioè di volgarità, è inammissibile.

Purtroppo neanche Renzi ha la minima sensibilità per le condizioni e i bisogni più elementari di chi studia e ricerca. E’ stato un errore grave, uno dei tanti, oscillare tra l’incapacità sia di rottamare sia di scegliere ministri, sotto-segretari e capi-commissione parlamentari di rango. Tali potevano essere Pietro Ichino e Massimo Mucchetti, per fare due esempi. Ma Renzi ha preferito, come fanno i califfi senza storia né futuro, premiare le seconde file, cioè quelli che non possono essere suoi competitori. Pertanto, è inutile interessarlo delle illegalità e soperchierie compiute dai suoi nominati alla testa di commissioni parlamentari. Una sciagura annunciata è che vogliano fare i ricercatori.

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