RENZI-ORLANDO-EMILIANO/ Cosa ci resta di un finto congresso fatto in tv

- Gianluigi Da Rold

Ieri c’è stato il primo (e unico) confronto tv tra i candidati alla guida del Pd: il già vincitore Renzi e gli sfidanti Orlando ed Emiliano. Il commento di GIANLUIGI DA ROLD

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Matteo Renzi esce dal Pd? (LaPresse)

Palmiro Togliatti riusciva a parlare per tre ore e mezzo anche delle proteine che spettavano al “nuovo lavoratore sovietico”. Luigi Longo toccava anche le cinque ore di relazione  congressuale, partendo dal “quadro internazionale” per arrivare alle battute finali con qualche tentativo di ironia (“i migliori quadri del partito sono quelli che si appendono alla parete”). Il tutto avveniva in un italiano che aveva una cadenza russo-piemontese.

Aldo Moro riusciva a dissertare per ore sulle “convergenze parallele” e persino Flaminio Piccoli, non proprio un grande oratore, riusciva a immergersi in metafore avventurose. Negli altri partiti non era tanto diverso. Erano noiosi, ma gli italiani si iscrivevano ai partiti, partecipavano ai congressi e votavano in massa alle elezioni. 

Insomma gli antenati del Partito democratico erano forse prolissi e qualche volta troppo allusivi, ma tuttavia convincenti nell’Italia che cresceva. Ieri sera, sono andati in scena, cioè in diretta tv, i loro “nipotini”, quelli del nuovo Pd. In un’ora e mezza, tre personaggi, che ci sono parsi tre comici involontari, hanno concluso un congresso del Partito democratico che non c’è mai stato, se un congresso è uno scambio duro di idee e un confronto serrato di linee politiche. Il bilancio si potrebbe riassumere con un titolo classico “Dell’inutilità dell’attuale politica”.

Matteo Renzi, Michele Emiliano, Andrea Orlando hanno ripetuto frasi fatte, ripetute e conosciute da mesi se non da anni — “Europa sì, ma non così” —, luoghi comuni, usando tonnellate di retorica fuori luogo senza dire assolutamente nulla sulla prospettiva complessiva e futura del Pd. Chi vede particolari schermaglie deve avere le traveggole, anche perché il risultato è già scontato, con Renzi al comando e Orlando a fare l’opposizione di sua maestà.

E’ vero, i tempi sono cambiati, i partiti fanno parte del “caro estinto”, l’informazione è diventata rapidissima, molto concreta, ma quasi impalpabile. Si dice che non esista più né la destra né la sinistra (mettiamoci tutto e di più), ma alzi la mano chi ha compreso che identità ha il nuovo Partito democratico. Alzi la mano chi ha compreso a che cosa serva questo dibattito così limitato, schematico, e a che cosa servano queste primarie, in cui può votare anche uno che viene dal Bangladesh e passa vicino a un seggio delle primarie del Pd. Deve essere l’innovazione della nuova democrazia della sinistra, che in Italia regge ancora per il momento, ma che in tutta Europa sta sprofondando nell’anonimato e nella marginalità. In sintesi brutale: prima si vota e poi si discute, con un’autentica rivoluzione copernicana.

E alzi ancora la mano chi ha compreso quale strategia politica, quale linea esca dai “pensatoi” del Pd al decimo anno di una crisi mondiale devastante, di fronte al tracollo del neoliberismo che, dopo la crisi del 2007, cioè dieci anni fa, ha creato le più gravi diseguaglianze sociali, che si sono ricreate nel mondo e contro le quali è nata nel 1800 la sinistra,  che faceva pure riferimento ai tempi della Repubblica romana, alla battaglia dei fratelli Gracchi e al confronto nel primo secolo avanti Cristo sulla questione sociale tra Mario e Silla. Probabilmente qualcuno, noi o altri, ha sbagliato biblioteca. Anche perché, secondo due noti editorialisti del Corriere della Sera, “Il liberismo è di sinistra”.

Certo, bisogna invece dire (rispettando il politicamente corretto) che tutto questo rappresenta ormai questioni discutibili. I tre protagonisti di ieri sera si sono soffermati sull’affluenza alle urne delle primarie stabilendo approssimativamente quanti andranno a votare e quale sarà il minimo di partecipazione per assicurare un successo al Pd.

Qualche tema ha pure suscitato un po’ di polemiche. Un Renzi contenuto, solo saltuariamente aggressivo, ha rimproverato a Orlando di avere votato per l’inserimento del pareggio di bilancio nella Costituzione italiana. Emiliano, che sembra venire direttamente, anche se involontariamente, dall’avanspettacolo, rimproverava a Renzi la politica dei “bonus”, compresa quella degli 80 euro che non è servita a nulla. Renzi replicava con un poco di decisione: “Abbiamo dato una boccata d’ossigeno a gente che non arrivava a fine mese”. Renzi tuttavia dava l’impressione complessiva di marcare più Orlando che Emiliano, perché doveva aver presente la percentuale possibile di consenso, dove Orlando è largamente davanti a Emiliano. Va dato atto a Emiliano di aver accennato alle “diseguaglianze sociali”, ma il tutto si è esaurito in un minuto e trenta circa.

Se la politica è ridotta a questo, al tipo di dibattito congressuale o post-congressuale di ieri sera, c’è da dire che tecnocrazia e finanza, almeno in Italia (ma non solo), possono stare tranquille e non devono aver timore nella gestione del potere ancora per qualche anno. 

Immaginatevi la partita fra i tre blocchi, con gli attuali Pd, i “pentestallati” del comico, e l’ennesima rinascita del Berlusca, con il contorno del pensiero salviniano: una tragicommedia italiana. Forse nessuno si rende ancora conto che cosa stia scavando veramente la talpa della storia nei sotterranei in cui vive. Speriamo che quando la talpa uscirà allo scoperto non avvengano le tragedie sociali che molti preconizzano.

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