GOVERNO IN CRISI?/ “Macché, è fallito il mini-golpe di Renzi”

- int. Mario Mauro

Colpo di scena in commissione Affari costituzionali: doveva essere eletto Pagliari (Pd), la spunta Torrisi (Ap). Renzi è furioso. Cosa è successo in commissione lo spiega MARIO MAURO (FI)

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LaPresse

Torrisi, chi era costui? Ovvero: quando anche Carneade si prende gioco di Renzi. Vediamo di capire. “Tradimento!” grida il Partito democratico quando ieri in commissione Affari costituzionali del Senato Salvatore Torrisi (Ap) viene eletto presidente. In commissione il Pd ha la maggioranza, il presidente doveva essere dem, ma il candidato Giorgio Pagliari (Pd) viene silurato e i democratici accusano i centristi (con i quali sono al governo) e Articolo 1 (gli ex Pd) di complotto con FI, M5s e Lega per fare il “ribaltino”. No, un momento: “tutta Ap in Commissione ha votato per il candidato Pd”, fanno sapere i centristi. Intanto Zanda (Pd) viene accusato dai maggiorenti del partito di “gestione fallimentare” e qualcuno evoca perfino la crisi di governo. Non senza prima chiedere un incontro con Gentiloni e Mattarella. Risposta fredda: “Quirinale prudente, si valuterà tono e oggetto delle richieste Pd” fanno sapere dal Colle più alto. Nebbia fitta? E’ Orlando a diradarla: “sospetto si voglia votare con questa legge elettorale perché ci sono i capilista bloccati”. Ecco il punto. Mario Mauro, senatore di Forza Italia e membro della commissione, spiega come sono andate le cose. 

Senatore, cos’è successo in commissione Affari costituzionali?

E’ tutto abbastanza semplice. Nel voto espresso dalla commissione, invece che essere eletto il candidato del Pd, è stato eletto — attenzione — non un candidato delle opposizioni, ma un altro candidato della maggioranza, esponente di Ap, il partito di Alfano.

Gli alleati di governo del Pd.

Esattamente.

Guerini (Pd) ha detto che ora la legge elettorale è a rischio.

Senza volerlo, ci dà la chiave dell’enigma.

Ci dica prima perché il presidente della commissione Affari costituzionali è così importante.

E’ il politico incaricato di trovare una soluzione al nodo della legge elettorale. Mediando tra i partiti, potrebbe convincerli che un metodo elettorale è migliore degli altri perché risponde ai bisogni di tutti. 

E dove sta il problema?

Nel fatto che Renzi voleva come presidente della commissione una persona che, a comando, facesse saltare la trattativa sulla legge elettorale.

Il presidente chi doveva essere?

Il Pd ne ha discusso per quattro mesi, ma ormai sappiamo che tutta la legislatura è alla mercé delle correnti del Pd. Alla fine erano in lizza tre candidati, tutti renziani: Mirabelli, entrato in commissione appositamente per candidarsi alla presidenza e poi scartato perché la sua elezione sarebbe stata un vero e proprio commissariamento politico. Per questo hanno pensato a Cociancich, e infine a Pagliari, docente di diritto costituzionale, che sembrava avere più degli altri i requisiti per il ruolo.

Sembrava.

Fatto sta che alla conta dei voti è risultato chiaro che a non votare Pagliari è stato qualcuno del Pd! Il che la dice lunga sul fatto che questo Pd, dal caso Prodi in poi, cioè da inizio legislatura, quando viene messo di fronte all’opzione del voto segreto dà il meglio di sé: rende ingovernabile qualsiasi assetto politico. 

Tutto ciò che cosa significa?

Vuol dire che la strategia di Renzi per arrivare a votare non solo in anticipo sulla scadenza naturale della legislatura, ma soprattutto in antitesi alla richiesta fatta dal presidente della Repubblica di avere una legge omogenea e coerente per Camera e Senato, continua a vele spiegate. Ma stavolta Renzi è andato a sbattere.

Un rapporto travagliato, quello di Renzi con le commissioni parlamentari.

Un rapporto a metà tra il clientelare e l’intimidatorio. I quattordici senatori rimossi dalla commissione durante l’esame della riforma costituzionale, poi la transumanza continua di membri da una commissione all’altra per garantire all’enclave renziana di essere maggioritaria in qualunque commissione… Tutto questo ha portato talmente tante tensioni che l’ostinazione renziana a non far diventare presidente di commissione la collega Doris Lo Moro, capogruppo del Pd (prima della scissione, ndr) ha certamente aiutato la rottura con Articolo 1.

Non è anomala la scelta del Pd di invocare un incontro con Gentiloni e Mattarella?

Certo che lo è. Dev’essere il Pd a fare chiarezza all’interno della maggioranza. Non solo. Quando Gentiloni e Mattarella si prenderanno la briga di parlare con il presidente eletto in commissione, non potranno far altro che prender atto che è stato eletto un esponente della maggioranza, non dell’opposizione. 

Incidente archiviato?

E’ l’ennesimo episodio che frustra ulteriormente i tentativi di Renzi, maldestri e ormai anche sopra le righe, di farla finita con la legislatura.

(Federico Ferraù)

PS. In serata Alfano ha chiesto al senatore Torrisi di rinunciare all’incarico. A quanto ci risulta, però, il senatore Torrisi, anche per essersi consultato con chi di dovere, non è affatto di questo avviso (ndr).

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