DE BORTOLI vs BOSCHI/ Quella zona grigia (del potere) che il clan Renzi non sa gestire

- Sergio Luciano

Nel suo libro in uscita, Ferruccio de Bortoli rivela che Maria Elena Boschi avrebbe fatto pressioni perché Unicredit comprasse la (fallita) Banca Etruria. Scoppia un caso. SERGIO LUCIANO

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Maria Elena Boschi (LaPresse)

Nel Paese dei paradossi, nel Paese in cui l’epopea di Mani pulite, crociata della “società civile” contro la corruzione dei partiti, aprì le porte del ventennio berlusconiano, ovvero del periodo più convulso dello scontro tra toghe e politica, si ripropone pari-pari una di quelle situazioni in cui il confine tra il lecito e l’illecito e tra ciò che può essere penalmente rilevante o irrilevante ma che politicamente è senza dubbio devastante… è un confine che si confonde.

L’ex direttore del Corriere della Sera Ferruccio de Bortoli, nel suo nuovo libro Poteri forti (o quasi), racconta che Maria Elena Boschi chiese due anni fa all’allora amministratore delegato di Unicredit Federico Ghizzoni di valutare una possibile acquisizione di Banca Etruria. Ovviamente, prima che il bubbone del fallimento che la banca stava incubando come un cancro esplodesse in tutta la sua drammaticità. Secondo il celebre giornalista, il banchiere avrebbe incaricato un suo collaboratore di fare le opportune valutazioni patrimoniali, alla luce delle quali — o anche prima del loro esito: non è forse precisabile ad oggi — decise di lasciar perdere. 

L’accusata, Maria Elena Boschi, oggi sottosegretaria unica alla Presidenza del Consiglio — autrice di una circolare che ha fatto infuriare tutti i colleghi ministri perché richiede a tutti di sottoporle preventivamente qualunque atto di governo di loro competenza — smentisce e annuncia querela: “Solo fango”, ripete, come già disse due anni fa, al primo profilarsi delle accuse per conflitto d’interessi. L’ex banchiere non commenta in alcun modo, mentre la banca smentisce che ci siano state pressioni, non che ci siano stati colloqui, contatti, discussioni informali.

Fin qui i fatti, scarni.

E’ evidente la “zona grigia”: quella che distingue un comportamento dichiaratamente induttivo o addirittura minatorio (“dottore, ci tengo, mi deve fare questa cortesia, non se ne pentirà, diversamente me ne ricorderò”) da un comportamento sottile, subdolo ma certo anomalo, da parte di un altissimo pubblico ufficiale, qual è un ministro della Repubblica: “Federico, fai esaminare quel dossier, potrebbe rivelarsi molto più interessante di quanto si dica”). E’ una zona grigia e tale resterà, perché la realtà non è in bianco e nero, mentre le norme penali codificano solo i contrasti forti.

Pochi elementi sono sicuri. Ferruccio de Bortoli è tra i giornalisti italiani più reputati di tutti i tempi, ed è senza ombra di dubbio un uomo libero, oltretutto sordo ai richiami della politica che più volte e da più parti le stesse fazioni che in precedenza, tutte, lo avevano aggredito anche giudiziariamente gli hanno indirizzato, per esempio per farlo candidare a sindaco di Milano. Quindi si può escludere che abbia inventato o anche solo forzato ciò che gli è stato riferito.

E’ indubbio, anche le colpe dei padri non devono ricadere sui figli. Se quindi il padre della Boschi risultasse seriamente colpevole del dissesto della banca — il che si saprà tra una decina d’anni, procure permettendo — la figlia non dovrebbe per questo pagare pegno, non certo per quelle poche migliaia di euro direttamente investite anche da lei nell’istituto. Per quanto Josefa Idem, ministro dello Sport nel governo Monti, abbia dovuto dimettersi per tremila euro di elusione fiscale fatta dal suo commercialista… con la forte disapprovazione di Renzi.

Ma al di là delle rappresentazioni mediatiche — come fu, in questo caso, il reiterato assentarsi della Boschi dalle riunioni di Consiglio dei ministri in cui si parlava di Banca Etruria durante l’emergenza del fallimento — è trasparente in questo come in numerosi altri casi quanto sia stato presente, aleggiante e fastidioso l’intreccio delle relazioni personali tra il nucleo toscano del potere renziano — la famiglia del premier e quella di alcuni dei suoi più diretti collaboratori — e l’esplosione di questo potere nelle loro mani, balzate dalla gestione di rilevanti ma periferici incarichi locali fino alle stanze dei bottoni del governo del Paese.

Come in un non dimenticato articolo proprio de Bortoli ebbe a definire Renzi — “un maleducato di successo” — è certo, e non è infangante, che questo gruppo di giovani leader abbia dimostrato ampiamente una “ineducazione” o una vera e propria “maleducazione” alla gestione del potere. Per stile improprio: arrogante e “cazzaro” quello di Renzi, puntuto e professorale quello della Boschi (si salva solo Lotti che ha molta più empatia degli altri due); e per continue scivolate nell’inopportunità.

Decenni fa si sarebbe detto: “il problema è politico”, ma oggi quest’espressione fa ridere. Peccato. Quale scuola politica — anzi: quale scuola tout-court — hanno avuto queste persone, quante e quali esperienze, quanti allenamenti nella gestione delle seduzioni, delle tentazioni e degli inganni del potere, per chi ce l’ha?

Che colpa è, men che meno che reato è, aver permeato di toscani tutte le poltrone pubbliche governative e paragovernative dei mille giorni renziani? Nessuna colpa, ma pessimo stile e pessimo gusto. Prima la fedeltà, anzi l’appartenenza, anzi l’amicizia personale, e poi i curricula: certo, la politica l’ha sempre fatto e la lottizzazione c’è sempre stata, ma nemmeno ai tempi di “De Mida” a Palazzo Chigi c’erano tanti avellinesi quanti fiorentini ci sono oggi.

E’ in questo contesto clanistico-familistico che va letta la polemica sulle asserite pressioni della Boschi. L’interessata dirà, ha già detto, di non aver esercitato alcuna pressione. Va creduta. Ma non sa, o finge di non sapere, che in certe posizioni anche soltanto parlare può essere una pressione. Lieve, forse, inefficace sicuramente: ma pur sempre pressione.

Per non dire che il ministro delle Riforme — lo era, ai tempi, la Boschi — non avrebbe in nessun caso dovuto permettersi di telefonare ad un banchiere, atto riservato al ministro dell’Economia, al premier e tutt’al più a quello dello Sviluppo economico. Neanche per dirgli: “Buongiorno”. Per scelte analogamente discutibili — aver manifestato per telefono solidarietà personale alla famiglia dell’indagata Giulia Ligresti — e dettate solo da sentimenti di amicizia senza coinvolgimenti di alcun interesse diverso, l’ex ministra Cancellieri venne messa nell’angolo proprio da Renzi… Pesi diversi, misure diverse.

Questa è la stagione degli improvvisati: tra i renziani, ma anche tra i grillini o nella cosiddetta nuova destra. Non solo tempi difficili: anche tempi sguaiati. Parola derivata da “guaio”.

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